Scherzando

 

I perché di un voto

 (Da Ha Keillah, numero di Tammuz, anno ...)

 

A scanso di equivoci desideriamo chiarire la nostra posizione in merito alla relazione del Presidente sull’attività degli ultimi mesi. Non vogliamo negare che il Presidente Levi si sia dato molto da fare e che abbia dovuto affrontare una serie di emergenze davvero eccezionale (in poche settimane abbiamo assistito a dieci piaghe, abbiamo lasciato l’Egitto dopo più di quattrocento anni, abbiamo visto il Mar Rosso aprirsi davanti a noi e richiudersi sugli egiziani, senza contare gli eventi più recenti), tuttavia non possiamo fare a meno di rilevare alcune pecche nel modo in cui tali emergenze sono state affrontate.

È quasi imbarazzante l’approssimazione con cui ci siamo trovati a dover iniziare una lunga marcia nel deserto: poco cibo (solo un po’ di pane, che non ha neppure fatto in tempo a lievitare), niente acqua, non parliamo poi della carne (che, si sa, nelle nostre comunità è sempre il problema più delicato): per fortuna tutto si è risolto per il meglio grazie all’intervento divino, ma una gestione che si fonda continuamente sulla speranza che avvenga qualche miracolo non ci sembra particolarmente lungimirante.

Si badi bene, non siamo certo di quelli che propongono il ritorno in Egitto, anzi (ed è la seconda critica che gli muoviamo), ci sembra che il Presidente abbia dato retta fin troppo spesso alle proteste di certa gente; diciamoci le cose come stanno: c’è qualcuno che si è ricordato di essere ebreo solo quando si trattava di ottenere una liberazione a buon mercato dalla schiavitù, ma dopo? Dove sono tutti quelli che hanno gridato con una sola voce Faremo e ascolteremo quando si tratta di mandare avanti le attività di tutti i giorni? Perché non li vediamo mai alle conferenze o alle giornate di studio?

In terzo luogo, abbiamo dovuto constatare un’evidente gestione personalistica del potere: il Presidente spesso agisce di testa sua, e anche con eccessiva impulsività: sale sulle montagne, sparisce per quaranta giorni, e, soprattutto, prende una decisione gravissima come quella di spaccare le tavole della legge senza consultare non solo il Consiglio, ma neppure la Giunta.

Quando non è personalistica la gestione del potere diventa familistica. Non si può fare a meno di notare che alla famiglia Levi sono stati assegnati tutti i ruoli chiave: chi è che il Presidente nomina come suo portavoce? Il fratello. A chi delega la presidenza quando si assenta? Sempre al fratello (ed è opportuno stendere un velo pietoso sulle conseguenze). Chi guida le danze? La sorella. Persino quando finalmente il Presidente si decide a delegare un po’ di potere lo fa solamente perché glielo ha consigliato il suocero.

Infine, dobbiamo rilevare che la relazione è piuttosto reticente o incompleta su alcuni punti, e temiamo che senza chiarimenti verbali non sarà possibile per nessuno interpretarla correttamente (anzi, ci domandiamo se il Presidente stesso sarebbe in grado di spiegarla fino in fondo). Alcune frasi ci lasciano sinceramente perplessi: pensiamo, per esempio, al punto in cui il Presidente ha affermato che per colpa vostra (cioè nostra!) non gli sarà consentito di entrare nella terra di Israele; è comodo scaricare sugli altri le proprie responsabilità, e già ci immaginiamo che sentiremo ripetere la stessa cosa in tutte le relazioni finali per i prossimi quarant’anni. In realtà le ragioni per cui il Presidente ha ricevuto questo divieto sono oggetto di discussione e molti affermano che la ragione sia da ricercare in alcuni suoi comportamenti discutibili, che non vogliamo rinvangare in questa sede, ma su cui tuttavia non ci pare onesto tacere del tutto.

Per tutti i motivi sopraelencati abbiamo deciso di astenerci.

(Seguono le firme)

 Trascrizione a cura di Anna Segre