Libri

 

Per giusta causa

 di Paola De Benedetti

 

Il libro ci accoglie con una bella fotografia in cui il sorriso trattenuto mi pare rappresenti bene alcuni caratteri tipici di Bianca: il sottotono, l’ironia, l’indulgenza. E ci accoglie anche con un titolo incongruo, più che riduttivo direi fuorviante: la cifra di lettura della vita di Bianca è non soltanto nella scelta di una parte politica (che pure è stata importante: ne fa fede il racconto drammatico della rottura), ma soprattutto nel perseguimento costante e coerente di una politica di impegno civile, che la trova sempre nella vita come nella professione dalla parte delle vittime, dei deboli, degli emarginati, di chi non detiene il potere. E del giusto.

Ci toccano da vicino le pagine in cui racconta la frequentazione degli amici ebrei conosciuti attraverso Alberto Salmoni, il compagno ebreo che sposerà dopo la guerra (“E - scrive - le leggi razziali furono la mia vera introduzione alla politica”) facendoci ritrovare l’episodio, ricordato da Emanuele Artom nel suo diario torinese, del gruppo di studenti che andava a strappare i manifesti contro gli ebrei che tappezzavano via Roma; l’ultimo incontro in Val Germanasca con Emanuele Artom, cui aveva dedicato un capitolo del suo prezioso libretto “Storie di giustizia, ingiustizia e galera”; la preziosa - preziosa per entrambi - amicizia, durata tutta la vita, con Primo Levi, che a lei invia la cartolina gettata dal convoglio che lo conduceva ad Auschwitz, e a lei indirizza Lorenzo Perrone, l’operaio italiano conosciuto nel lager, per comunicare alla famiglia, tramite Bianca, sue notizie. Primo Levi che con lei, infaticabile camminatrice, fa le ultime passeggiate, e che lei - come ricorda nel libro - commemorerà con una toccante testimonianza nel maggio 1987 nella nostra Comunità.

L’attività sovente rischiosa svolta con coraggio e intelligenza durante la Resistenza con le donne (“una delle esperienze più ricche e formative nella mia maturazione politica”), nelle fabbriche, nel partito è raccontata con un ricorrente “non voglio enfatizzare”, il classico “esageruma nen” piemontese.

Lascio ai lettori, che spero - per loro - numerosi perché il libro è uno di quelli che lasciano il segno, di seguire le vicende di un percorso di vita veramente straordinario raccontato con semplicità e sincerità.

Da parte mia voglio soffermarmi su qualche considerazione nata da un rapporto di colleganza (e credo di poter dire di amicizia) durato circa mezzo secolo. Bianca ha avuto la ventura di vivere in un’epoca in cui la situazione politica imponeva delle scelte anche radicali; in cui il contesto e i rapporti sociali, i rapporti di lavoro, i rapporti familiari, subivano profondi cambiamenti (“Nell’arco della mia vita ho potuto assistere e prendere parte a cambiamenti radicali nella condizione femminile, quali mai si erano verificati in un così breve passaggio di generazioni”), richiedendo anche qui una scelta nel modo di vivere e praticare la professione; per me come per molti colleghi coetanei o più giovani sia civilisti in materia di lavoro, di tutela dei minori e di famiglia, sia penalisti le scelte di Bianca hanno indicato la strada: leggendo il libro ho rivissuto le battaglie condotte per l’introduzione del divorzio, per la riforma del diritto di famiglia, per la tutela dei bambini, di cui Bianca è stata una convinta e infaticabile promotrice (un capitolo è dedicato ai “diritti dell’infanzia”).

Il patrocinio penale vede Bianca impegnata in diversi processi che hanno avuto grande risonanza anche fuori dalle aule di giustizia: la banda Cavallero (con i successivi rapporti con i componenti e le riflessioni sul regime carcerario in Italia), le schedature FIAT, il processo alle Brigate rosse, le azioni contro le “fabbriche della morte” IPCA e ETERNIT, e tante altre.

L’impegno nelle difese penali sollecita il ricordo di episodi e momenti salienti nella vita del nostro paese: le lotte dei contadini meridionali, con i morti di Avola e di Battipaglia, la rivolta nelle carceri, il ’68 studentesco e operaio con “l’autunno caldo”, le stragi di Piazza della Loggia a Brescia, del treno “Italicus”, della stazione di Bologna, di Piazza Fontana; nel capitolo che ricorda con questa strage la morte di Pinelli e l’omicidio di Calabresi, nei giorni in cui avanti al Presidente Napolitano le due vedove si stringevano la mano andavano in stampa queste parole di Bianca: “Penso che nelle torbide strategie che coinvolsero gli apparati dello stato in quegli anni, e nel clima arroventato che si creò, siano finiti schiacciati insieme Pinelli e Calabresi. Vittime entrambi di un doppio abuso e pregiudizio, del bisogno ossessivo di trovare un colpevole”.

Nell’ultima parte del libro, intitolata “Per giusta causa” Bianca ci offre una sintesi delle cose che le sono state a cuore: il riscatto delle donne, le amicizie, l’impegno politico, l’amore per Torino, la sua città. Amore ricambiato, posso darne una - tra tante altre - testimonianza: nella sfilata del 1° maggio di uno degli ultimi anni risalivamo Via Po dietro lo striscione dell’Associazione Giuristi Democratici; al passaggio di Bianca la gente assiepata lungo il percorso del corteo applaudiva.

Paola De Benedetti

 

Bianca Guidetti Serra con Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, 2009, pagg. 268, 17,50