Libri

 

La Rosa Bianca

di Enrico Bosco

 

La storia romanzata, pallida discendente del grande romanzo storico, deve affrontare, tuttavia, la stessa difficoltà: trovare (e mantenere) il difficile equilibrio tra la storia (il racconto) e la Storia (l’evento storico) per far sì che procedano insieme e si nutrano l’una dell’altra.

Nella prima parte di questo libro tale equilibrio non viene mai raggiunto: la storia procede faticosamente, un po’ va avanti un po’ torna indietro, non acquisisce ritmo narrativo, non trasmette pathos; la Storia rimane sullo sfondo, ogni tanto fa capolino, non asseconda il racconto, qualche volta lo interrompe, lo intralcia. I documenti sono pochi e poco rilevanti e il loro inserimento non giova nè a far scorrere il racconto nè a sostanziare l’indagine storica.

Solo nella seconda parte, dopo la cattura dei congiurati e con il processo, il racconto prende ritmo e accende il pathos, i documenti processuali forniscono la giusta base per comprendere e apprezzare gli avvenimenti che si narrano.

Nella sostanza, l’epoca che stiamo vivendo, dopo le grandi azioni terroristiche e l’esperienza terribile dei kamikaze, fa apparire inane e quasi infantile il tentativo dei giovani studenti di medicina e di qualche professore di sommuovere le masse attraverso l’invio a indirizzi casuali di volantini che citano Lao Tzu, Novalis, Goethe e Schiller e che propongono azioni generiche e di impensabile applicazione.

Addirittura folle, inutile e suicida l’ultima azione che li vede gettare a piene mani volantini dal terzo piano dell’Università ed essere arrestati non dalla Gestapo ma da un diligente custode che, arrestato e condannato a un periodo di detenzione dai soldati americani “... non riusciva a capire perché mai fosse stato punito per aver compiuto il suo dovere. Avrebbe fermato chiunque avesse disturbato il regolare funzionamento dell’Ateneo... non aveva idea che a questa azione sarebbe seguito l’intervento della Gestapo, non era a conoscenza dell’esistenza di una ricompensa né si aspettava una promozione”.

Ancora più incomprensibile il comportamento di Hans Scholl, il vero protagonista della congiura e del libro, che, nel compiere questa azione, si tiene in tasca la bozza di un ulteriore volantino e poi cerca, di fronte ai poliziotti che l’arrestano, di strapparlo a morsi.

Quanto a Sophie Scholl, il cui nome campeggia nel titolo del libro, la sua partecipazione alla “congiura” appare secondaria, a traino del fratello, così come, d’altronde, quella degli altri pochi partecipanti a questa folle avventura.

Rimane, d’altro canto, intatta l’ammirazione per questi pochi giovani intellettuali tedeschi che, in una società sorda e grigia e soffocata dalla viltà, dalla paura e dall’indifferenza (“non vedo, non sento, non parlo”), ebbero comunque il coraggio di opporsi, sia pure in modo inadeguato, di far sentire la loro voce discorde, al di fuori del coro, per denunciare, ancora una volta che “il re è nudo”, di non accettare supinamente i misfatti, le violenze, le menzogne di un regime folle e corrotto, di incitare al ritorno alla civiltà di una società inerte e imbarbarita.

Ammirazione che si ammanta, anche, di “compassione” per come seppero affrontare la morte per mano dei loro giustizieri senza tradire né i propri ideali né i propri compagni.

Enrico Bosco

 

Annette Dumbach, Jud Newborn - Storia di Sophie Scholl e della Rosa Bianca - Ed. Lindau, Milano 2008 pp. 308; 22