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Israele, i “pacifisti” armati e la sinistra

 di Sergio Franzese

 

Dell’assalto da parte dell’esercito israeliano alla nave turca Mavi Marmara, facente parte della Freedom Flotilla, carica di “pacifisti” armati e dei fatti che ne sono seguiti si è molto discusso nei giorni scorsi. Non è mia intenzione soffermarmi su questo episodio anche se alcune considerazioni mi sembrano opportune:

1) la situazione a Gaza è davvero insostenibile. Gaza è ostaggio del regime di Hamas e di altri gruppi terroristici, ma una punizione collettiva inflitta da Israele a tutti i suoi abitanti è moralmente inaccettabile;

2) la forzatura del blocco delle acque antistanti la costa di Gaza è stata organizzata come provocazione e si è con­figurata come una trappola tesa a far saltare i nervi scoperti ad una nazione, Israele, logorata da un conflitto ormai incancrenito che viene continuamente alimentato dall’interno e dall’esterno;

3) anche se legittimato da esigenze di difesa, si è trattato di un evento che ha creato imbarazzo dentro e fuori Israele, un insuccesso dal punto di vista militare criticato da più parti che ha già iniziato a produrre conseguenze nefaste, vale a dire un ulteriore passo verso l’isolamento internazionale ed il manifestarsi in Europa e nel resto del mondo di rigurgiti antisemiti camuffati da proteste politiche;

4) la tendenza bellicista delle forze politiche in questo momento al governo in Israele sommata alla sindrome da accerchiamento (in questo caso si tratta di un accerchiamento reale e non immaginario) purtroppo non può che produrre frutti avvelenati.

Ora, il dibattito seguito all’azione compiuta da Tsahal il 31 maggio scorso ha dato luogo, tra l’altro, ad un intervento di Guido Caldiron pubblicato su “Liberazione”, quotidiano di Rifondazione Comunista, di domenica 6 giugno il cui titolo è “Circolo vizioso di integralismi. Il pacifismo può romperlo” (in realtà il titolo originale del pezzo, a mio avviso più pregnante, era “Liberiamo il pacifismo dalla logica della guerra”, ma qui la redazione del giornale ha operato, credo, il suo primo atto di censura). Le tesi e gli interrogativi posti da Caldiron sono am­pia­mente condivisibili poiché l’estensore del pezzo si chiede per quale ragione le piazze della pace in questi ultimi an­ni siano così profondamente cambiate ed abbiano lasciato spazio troppo spesso a tante pericolose voci di guerra fa­cendo emergere pesanti contraddizioni al loro interno. Nel suo articolo egli ripropone un argomento che io ho sol­levato in più occasioni, anche sulle pagine di “Liberazione” con una mia lettera di qualche anno fa (tesi che ho ribadito anche in questa circostanza attraverso una nuova lettera che però non è stata pubblicata): l’evidenza di un rapporto antitetico tra i valori fondanti della sinistra e l’ideologia di morte di cui sono portatori i movimenti politico-religiosi che sfruttano le sofferenze del popolo palestinese. Una sinistra coerente con le proprie radici cul­turali e con la propria storia - affermavo allora e torno ad affermare oggi con ancora maggior convinzione - dovrebbe collocarsi al fianco dei palestinesi per aiutarli a liberarsi dai propri rappresentati politici corrotti e soprattutto dal terrore imposto loro dai movimenti di stampo islamico fondamentalista, organizzazioni che nulla hanno a che spartire con una sinistra storicamente portatrice di idee di libertà, di uguaglianza e di equità sociale. Ciò che invece avviene è purtroppo uno schieramento ideologico contro Israele, negando colpevolmente che il suo modello di democrazia per quanto imperfetto è di gran lunga preferibile a qualsiasi altro regime di quell’area. In Israele non si lapidano le donne, non si fanno processi sommari ai dissidenti, non si perseguitano gli omosessuali, ecc. come invece avviene poco lontano dai suoi confini. La vera liberazione della Palestina dalla morsa ideologica di cui è ostaggio sicuramente favorirebbe, in parallelo, una politica israeliana meno aggressiva, la fine dell’embargo e di ogni forma di occupazione e soprattutto sancirebbe la fine di un circolo vizioso che produce odio reciproco. Processo senza dubbio lento e irto di difficoltà, perché le derive estremistiche esistono da entrambe le parti, ma non impossibile, mentre invece appare davvero impossibile il raggiungimento della pace nell’attuale situazione in costante deterioramento.

Sebbene a sinistra (soprattutto in quella che viene definita sinistra radicale, ormai priva di rappresentati in Parlamento) nessuna inversione di tendenza sembra essersi manifestata in anni recenti continuo a sostenere che occorre mettere fine all’assurdo corto circuito che si crea dall’alleanza di movimenti progressisti con chi fa dell’antisemitismo e del negazionismo la propria bandiera. Se è giusto non temere l’immigrazione e la presenza di persone di fede islamica, operare per l’accoglienza e per il dialogo, agire in maniera tale da favorire un’integrazione rispettosa delle diversità, è al tempo stesso fondamentale e doveroso respingere e combattere ogni forma di integralismo. Trasformare i cortei pacifisti e della sinistra in tristi caricature di quelli che sfilano per le strade di Gaza, di Damasco o di Teheran, scimmiottando negli slogan e nell’abbigliamento orde di invasati pronti ad immolarsi e ad uccidere nel nome di Allah significa agire in maniera difforme da tutto ciò per cui le forze di sinistra (partiti, associazioni, sindacati) hanno lottato solamente fino a pochi anni fa, significa abdicare alla difesa dei diritti civili e della parità tra i sessi, alla lotta contro l’omofobia, alla difesa della laicità per fare posto a chi usa i toni e gli slogan della Jihad.

Purtroppo l’articolo di segno opposto, pubblicato su “Liberazione” martedì 8 giugno, a firma di Sergio Cararo, “Palestina, sono altri i circoli viziosi da rompere” ed una durissima e farneticante lettera, inviata da un lettore del Circolo PRC “Karl Marx” di Padova e pubblicata mercoledì 9 giugno, che invita a seguire “la giusta indicazione data dal nostro segretario Paolo Ferrero di boicottare le merci che vengono esportate dal territorio di Israele in Italia, in segno di solidarietà concreta con il popolo palestinese, le cui terre sono militarmente occupate come colonie dal governo di Tel Aviv (sic!), in dispregio di tutte le risoluzioni dell’Onu” dimostrano la pervicacia di una linea politica miope elevata a dogma ed una sostanziale mancanza di dialettica all’interno di Rifondazione, ragioni che hanno determinato la mia presa di distanza dal partito dopo avervi aderito per diversi anni. A fronte di queste posizioni che mescolano il pregiudizio all’isteria appare pertanto concreto il timore che ad una parte della sinistra italiana, ormai avariata per aver sostituito gli slogan al “fare politica” e snaturata nelle sue fondamenta, non siano rimasti né il tempo né le risorse per porre rimedio ai propri errori.

Restano tuttavia valori che debbono essere salvaguardati: eguaglianza, giustizia, laicità, lotta contro ogni forma di discriminazione e molto altro. Valori tesi al progresso della società umana (ed anche molto ebraici) per i quali occorre continuare a battersi.

 

10 giugno 2010

Sergio Franzese