Israele

 

Dalle pseudo-trattative alla sconfitta diplomatica

di Israel Corrado De Benedetti

 

Un paio di settimane fa sono iniziate le trattative tra il governo israeliano e l’autorità palestinese, tramite i viaggi avanti e indietro del senatore Mitchell. Obama è riuscito a mettere al tavolino le due parti, ma la sua è una vittoria di Pirro. In effetti nessuna delle due parti crede alla validità di queste trattative. Abu Mazen ha dichiarato che se Bibi ha veramente intenzione di giungere alla pace, le trattative si possono concludere in meno di una settimana. Bibi ha fatto sapere cinicamente che certo se Israele accetta di tornare ai confini del 1967, se acconsente al ritorno di parte dei profughi e alla proclamazione di Gerusalemme orientale come capitale del nuovo stato palestinese (per non parlare del blocco e smantellamento della maggior parte degli insediamenti) in un paio di giorni si può firmare il tutto. Solo che Bibi si è dimenticato di aggiungere che se i palestinesi accettano di lasciare in mano israeliana tutti gli insediamenti, acconsentono a rinunciare ad ogni pretesa su Gerusalemme, riconoscono lo stato di Israele come unico stato ebraico (questa è una delle pretese più strane del nostro governo: forse che l’Italia ha bisogno di essere riconosciuta dall’ONU come stato degli italiani?), anche in questo caso si può firmare la trattativa in brevissimo tempo. Morale della favola: per ora le due parti hanno fatto sapere a Mitchell le loro posizioni, le più intransigenti, e ora come si procederà? Nei 60 anni della storia di Israele solo due uomini politici del più alto livello si sono resi conto che la sicurezza di Israele e dei suoi confini dipende dal raggiungere un accordo con i palestinesi. Solo questi due politici israeliani si sono resi conto che le trattative vanno svolte da pari a pari, e non dalla posizione di un patron che si rivolge ai suoi vassalli. Rabin e Sharon, pur provenendo da due concezioni ideologiche e politiche diverse, si sono resi conto che la trattativa da pari a pari è la sola via d’uscita. Entrambi hanno dimostrato di essere dei veri capi, in grado di concepire un piano politico ben preciso, sia questo più o meno popolare nel loro paese. E non dimentichiamo Beghin, che ha firmato la pace con l’Egitto nonostante l’opposizione del suo partito.

Purtroppo per Israele queste tre figure di primo piano sono scomparse e il paese è oggi governato da persone che non sono in grado di concretizzare una visione politica dell’insieme che sia in grado di salvaguardare veramente i problemi di sicurezza e di sviluppo economico dei due paesi, per i due popoli.

Purtroppo la dichiarazione di Bibi che Israele accetta la concezione di due stati per due popoli, è rimasta una formula vuota di significati concreti.

Avevo appena finito di scrivere quanto sopra, quando è iniziata la tragica operazione della “flottiglia della pace”. In effetti non è stata una sorpresa per nessuno: le autorità israeliane sapevano da giorni, se non settimane, che le navi si preparavano a partire, sapevano il numero dei partecipanti e anche conoscevano i nomi di gran parte di loro. Israele ha avuto tutto il tempo di prepararsi e soprattutto di prendere una decisione politica sull’atteggiamento da tenere. Bisognava scegliere tra tre possibilità: fare dirottare le navi sul porto di Ashdod per la verifica delle merci e delle persone, fare in alto mare una verifica superficiale di quanto sopra e lasciar passare le navi per Gaza (come aveva fatto a suo tempo il governo Olmert), oppure lasciarle passare direttamente, accettando il fatto che così si sarebbe violato il blocco marittimo di Gaza da parte delle autorità israeliane. Purtroppo è stata scelta la prima alternativa.

Su chi comanda a Gaza non ci sono dubbi: il governo di Hamas non riconosce Israele, anzi in varie occasioni di­chiara di volerne la scomparsa. Tuttavia davanti a un fatto del genere, il viaggio tanto strombazzato di questa “flottiglia della pace”, il governo di Gerusalemme avrebbe dovuto soppesare il pro e il contro delle tre possibilità: usare la maniera forte e inimicarsi tutto il mondo, o usare la maniera pacifica e in questo modo privare Hamas di una vittoria politica di primo piano.

Eitan Chaver, giornalista free lance e a suo tempo segretario del Primo Ministro Rabin, ha scritto su un quotidiano israeliano (e ha poi ripetuto alla televisione) che in Israele troppe volte i ministri lasciano le decisioni importanti in mano ai generali. A suo parere, lasciar passare le navi senza il minimo intervento avrebbe rappresentato una vittoria di Israele sulla opinione pubblica mondiale, e del fatto in sé a fatica si sarebbero occupati i mass media. Al­la domanda dell’intervistatore: “E se le navi avessero portato missili?” Eitan risponde che intorno a Israele, al nord e al sud, ce ne sono tante migliaia pronti per il lancio che una decina in più o in meno non avrebbero cambiato la situazione.

Quello che è successo ormai lo sanno tutti. Israele è riuscita a farsi condannare da tutto il mondo, dalla Russia alla Cina, dalla amica Germania al Nicaragua (che ha rotto i rapporti diplomatici!), dalla Turchia ovviamente a tutto il mondo arabo. Ancora una volta, come scrive Chaver, sono stati i militari a prendere la decisione, appoggiati da un governo che non si rende conto dell’importanza che per Israele hanno i rapporti internazionali, a cominciare dai rapporti con la Turchia. Un governo, forte purtroppo di una larga maggioranza, che crede nella forza e solo nella forza. Se ci sono state critiche al suo interno, queste sono state indirizzate al modo in cui hanno agito le forze militari (prive a quanto pare di informazioni precise sui partecipanti e sulle navi) e non alla decisione vera e propria di agire in quel modo.

L’opinione pubblica in Israele, la maggioranza alla Kenesset appoggiata dal partito di opposizione guidato da Zippi Livni, si sono dichiarati solidali con il governo. Nel paese scrittori come Amoz Oz e Grossmann hanno espresso la loro indignazione per quanto è successo e ci sono state dimostrazioni, purtroppo solo di piccoli gruppi (studenti e professori, compagni del partito Merez, assieme ovviamente a compagni arabi) contro il governo.

Forse la sola cosa positiva uscita da questa tragedia è il fatto che da ieri nel paese è iniziato un ripensamento: non è forse il caso che Israele metta fine ufficialmente al blocco di Gaza? Uomini politici, commentatori e anche qualche militare sostengono che esso è assolutamente inutile e soprattutto controproducente. Riusciranno queste idee a farsi strada nelle teste dei nostri governanti? Ho paura di no, per lo meno nel prossimo futuro.

Non mi resta che confermare quanto ho scritto in principio sulla cecità completa della triade Netanyahu, Barak e Libermann circa le possibilità di accordi diplomatici. Evidentemente loro tre sono capaci di agire solo con le mani e non con la testa. Ovviamente sono in pericolo le trattative, sia pure a mezzo terzi, con Abu Mazen, mentre una rottura diplomatica finale con la Turchia sarà una sconfitta gravissima per Israele.

Israel Corrado De Benedetti

Ruhama, primi di maggio-metà maggio 2010