Israele

 

Gerusalemme

 di Daniele Lanza

 

Oggi a Gerusalemme fa uno strano caldo... Non c’è il sole. Non c’è riparo al calore. C’è solo un’enorme nuvola di polvere che sovrasta e invade tutta la città. Ogni angolo della città si ricopre velocemente di sabbia: vestiti, oggetti, persone. Oggi è impossibile dimenticarsi che in realtà la città si trova in mezzo a un deserto vero e proprio, la Giudea. La sabbia portata dal vento ti si appiccica addosso ed è impossibile sottrarsi al senso di soffocamento che la polvere porta con sé. Come respirare nell’acqua quando si sta annegando: non serve a niente e provarci fa più male che bene. Gli israeliani intorno a me sembrano del tutto indifferenti e noncuranti delle condizioni climatiche, probabilmente sono abituati o semplicemente accettano il loro destino per quello che è , soffrendo silenziosamente. Il vento del deserto che imperversa oggi si chiama Khamsin e nella zona soffia per un periodo di 50 giorni (da qui spiegato il nome dalla parola araba khamasin che significa appunto cinquanta) da aprile a maggio. È lo stesso vento che indebolì le forze di Napoleone nella Campagna d’Egitto e che dettò i tempi delle campagne dell’Africa settentrionale durante la Seconda Guerra Mondiale. È lo stesso vento che oggi soffoca Gerusalemme, incurante del fatto che siamo nel 2010 e che le condizioni climatiche dovrebbero smettere di essere rilevanti all’interno delle nostre giornate, indifferenti alla visita ufficiale di Joe Biden vice presidente americano o al fatto che devo camminare avanti e indietro per tutta la città, allo Khamsin tutto ciò, oggi, non importa assolutamente. Ha deciso di trascinare tonnellate di polvere e di sabbia avanti indietro per il mondo a centinaia di kilometri l’ora, ed è quello che farà che piaccia o no. Nonostante tutti i tentativi di costruire una società moderna e occidentale la natura non si cambia. Questo è il Medio Oriente.

Continuo, così, ad arrampicarmi per quel complicato dedalo di strade che è Nachlaot, quartiere centrale di Gerusalemme, perdendomi tra vicoli e viuzze troppo strette per permettere il passaggio di un qualsiasi veicolo a motore. Case antiche e mal curate si alternano ad edifici nuovissimi, per quanto conservino lo stile architettonico della città, che spuntano rapidamente nel panorama: ricchi, poveri, religiosi, studenti e ogni tipo di etnia esistente al mondo convivono e condividono con apparente tolleranza questo ridottissimo angolo di terra. Si spartiscono quattro vie o poco più che collegano Rehavia, quartiere storico dove si trovano le residenze del Presidente dello stato e del primo ministro e più in generale di tutte le persone più altolocate della città, al mercato semicoperto di Machanè Yehuda. La densità delle case è claustrofobica e al contempo rincuorante, di fatto è un piccolo villaggio separato all’interno della città, come succede per molti altri quartieri di Gerusalemme. Il mercato è il mio obiettivo finale. Cammino e intanto cerco di respirare affannosamente nella bufera di sabbia e nelle strade in salita (ogni via di Gerusalemme è sempre inspiegabilmente in pendenza) .

Poco dopo arrivo, finalmente. Per qualche secondo, trovo un attimo di pace dalla calura: la posizione più elevata e la copertura dei tetti donano al suq un certo ristoro dal caldo, ma il conforto dura poco. Ben presto le urla dei venditori e la folla che intasa le due vie parallele del mercato mi riportano alla dura realtà. Il venerdì nelle ultime ore prima dell’inizio del sabato Machanè Yehuda e così Gerusalemme esprimono al meglio la loro vera natura mediterranea. Sia i commercianti che i compratori hanno poco tempo prima che il giorno termini, il rischio è che le merci restino invendute, o dall’altro lato che si torni a casa a mani vuote, perché non si è fatto in tempo a comprare tutto. Donne ultraortodosse e, in minor numero uomini, corrono freneticamente da una bancarella all’altra, seguiti da uno stuolo di figli che trascinano passeggini riadattati a carrelli della spesa, con l’ingrato compito di comprare cibo a sufficienza per un’intera squadra di calcio. Spesso, infatti, le famiglie di Gerusalemme sono composte anche da dieci e più persone. Spesso compaiono anche turisti, soprattutto americani, che con occhi sperduti osservano questa magnifica esperienza umana che è vedere un mercato, a tutti gli effetti medio orientale in un paese del tutto occidentale. Con grande interesse scoprono spezie e frutti mai visti e comprano di tutto, portandosi a casa una briciola di emozione della vita israeliana. I commercianti più interessanti, tra tutta l’incredibile varietà etnica, sono per lo più arabi, che vivono a Gerusalemme est o nella città vecchia: urlano a squarciagola i prezzi invitando la gente a comprare, cantano, parlano al cellulare, hanno sempre una sigaretta incollata sulle labbra e sbagliano rigorosamente a pronunciare correttamente i prezzi della merce. Più si avvicina il sabato più la frenesia aumenta. I venditori intravedono il rischio di rimanere con montagne di merce invenduta (torneranno, infatti, a lavorare solo domenica mattina), che dovranno buttare e perciò abbassano disperatamente i prezzi, aumentando, però, il volume delle grida. Si corre, così, a cercare le ultime offerte, gli acquisti degli ultimi minuti. Un’ora soltanto dopo tutto questo caos urbano, il sole tramonterà e la città, semplicemente, si spegnerà. Poche automobili e poche televisioni restano accese, all’improvviso e senza preavviso Gerusalemme torna al XIX secolo. Sembra di esser in una macchina del tempo, si potrebbe credere, per venticinque ore, di essere in Polonia o in Russia.

Molti mi chiedono, ironicamente soprattutto gli israeliani, perché mai abbia fatto una scelta del genere. Perché, con tutti gli stati del mondo, proprio Israele? Stupiti, mi chiedono: “Perché non sei rimasto in Italia?” Francamente è una domanda strana a cui è difficile rispondere. In questi giorni di grande tensione in cui si temono la politica dell’Iran e le armi di Hamas, è complicato trovare una ragione per venire, per restare. D’altronde l’Europa è un mondo completamente diverso. Rispetto alla realtà culturale italiana, ancora così sostanzialmente omogenea, in Israele le culture s’incontrano e si scontrano, convivono e si sfidano in una lotta, apparentemente, senza fine. Tutte le componenti del mondo ebraico vi compaiono: è sempre impressionante sentire che ci sono ancora persone che parlano quotidianamente Yiddish o Ladino. Nella società israeliana, per esempio, non esiste quasi il formalismo linguistico, non c’è tempo né posto per il “lei” o per le lungaggini linguistiche. I professori universitari si rivolgono e si fanno chiamare per nome dai propri alunni e non per una mancanza di stima, tutt’altro, per rispetto reciproco e per senso di parità. Sotto la sfrontatezza israeliana si nascondono il rispetto gerarchico e una gran generosità. Molti osservatori superficiali della società israeliana, potrebbero essere portati a considerarla grezza e volgare, ma con un’analisi più approfondita si scopre che non è così.

Gerusalemme rappresenta convivenza e conflitti, ricchezza e povertà, antico e moderno, laico e religioso, tutto racchiuso in una città sola. Non vi è un giorno di noia qui, si è sempre in attesa di una polemica o di uno scontro. Tant’è vero che gli israeliani dicono sempre: “Quando scoppia una nuova crisi in Israele puoi star pur certo che è iniziata da Gerusalemme”.

Nonostante il caldo si rimane in Israele. Si affronta ogni giorno come una nuova sfida, una nuova opportunità da sfruttare. Si sopporta la rudezza della gente e si scopre che dietro la dura scorza c’è molto da scoprire. Gerusalemme non è diventata quella che i sionisti sognavano più di cent’anni fa. Ma, almeno non è più una visione, è reale e come tale puzza ed è sporca, è inquinata ed è trafficata. Bisogna accettare la città per quello che è. Abbiamo realizzato il sogno che Gerusalemme fosse nostra e libera, ora sta a noi decidere cosa vogliamo che la città diventi: con i suoi pregi e difetti rimane la capitale del popolo ebraico, a cui ci siamo rivolti per 2000 anni. Viverla ogni giorno è il solo modo per conoscerla. Per carpirne i segreti che un distratto turista non saprà mai apprezzare. Ogni angolo della città racchiude una storia che vale la pena di ascoltare. Nel salmo 137, che si recita nei matrimoni ebraici quando si rompe il famoso calice, si dice “Se mi dimenticherò di Gerusalemme, la mia [mano] destra si paralizzerà”. Cosa, allora, saremmo noi senza la nostra destra?

Daniele Lanza
danylanz@yahoo.it