Israele

 

Boicottaggio
Alcune considerazioni su un dibattito

di Guido Ortona

 

1. Boicottare o no? Il 13 maggio Omar Barghouti ha illustrato a Torino la proposta di boicottare le Università israeliane, come risposta al loro coinvolgimento nell’oppressione dei palestinesi. Il dibattito è stato molto interessante e “denso”; un po’ più agitato in alcuni momenti di quanto era lecito sperare, ma molto meno di quanto era lecito temere. Francesco Ciafaloni ha saputo gestirlo molto bene. Prima di ascoltare Barghouti ero molto prevenuto contro questa forma di lotta. Per due motivi: mi sembrava giusto cercare di preservare la neutralità delle università, che devono essere un terreno di incontro e non di scontro; e mi sembrava che il boicottaggio comportasse un ostracismo nei confronti dei singoli studiosi che avrebbe probabilmente colpito più i pacifisti che i guerrafondai. Barghouti è però una persona intelligente, aperta e presumibilmente coraggiosa; il suo intervento mi ha fatto in parte cambiare idea. In base a quanto da lui detto, la PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycot of Israel) aspira infatti a colpire le specifiche attività di sostegno alle iniziative militari israeliane, più che le Università in quanto tali; e distingue nettamente fra boicottaggio delle istituzioni e degli individui. Alcuni documenti ufficiali sono però più ambigui; inoltre, la distinzione fra istituzioni e individui è nella migliore delle ipotesi molto incerta, e quella fra attività a sostegno dei militari finalizzate alla difesa di Israele e finalizzate all’oppressione dei palestinesi praticamente impossibile. Attualmente quindi sono molto perplesso sulla proposta di boicottaggio, ma riconosco che essa è una proposta seria e non estremista. Prima del 13 maggio ero decisamente contrario; adesso sono “indecisamente” contrario.

La maggior parte degli ebrei intervenuti era invece fortemente contraria; la mia impressione è stata che non fossero contrari alla proposta specifica, ma alla lotta dei palestinesi in quanto tale, indipendentemente dalla forma da essa assunta. E questo ci porta al tema di questo intervento; che non si propone di discutere della strategia della PACBI ma di quello che è stato il vero argomento in discussione il 13 maggio, e cioè alcune domande che in quella sede non sono mai state espresse ma hanno di fatto orientato tutto il dibattito della serata. Giustamente: perché sono domande ineludibili, e a cui sarebbe bene che ciascuno desse la sua risposta.

 

2. Cosa vuole chi non è solidale coi palestinesi? La prima domanda, che prima esporrò e poi illustrerò, è questa: Chi non è solidale con la lotta dei palestinesi per la fine dell’oppressione da parte israeliana, vuole la pulizia etnica, l’apartheid o uno stato non ebraico? Per evitare equivoci, chiarisco subito che essere solidali con la lotta dei palestinesi non implica affatto essere solidali con le azioni terroristiche e con movimenti come Hamas o Hezbollah; semmai implica opporsi ad essi.

Vengo alla spiegazione della domanda. Mi pare evidente che il conflitto israeliano-palestinese ammette cinque soluzioni. La prima è la distruzione di Israele; la seconda è la pulizia etnica dei palestinesi; la terza è l’apartheid1; la quarta sono i due stati; e la quinta è uno stato binazionale. Due parole su quest’ultima soluzione: se lo stato è binazionale, ma i palestinesi hanno meno diritti, allora ricadiamo nella soluzione apartheid; e se hanno gli stessi diritti, allora lo stato non può essere ebraico, dato che i dati demografici impediscono che i palestinesi possano avere lo status di minoranza etnica. Due parole anche sulla soluzione di apartheid: come soluzione, l’unica forma possibile è quella che in nota ho chiamato “hard”. Infatti, la storia (e il buon senso) ci insegnano che un popolo tenuto in condizioni di limitazione dei suoi diritti inevitabilmente (e giustamente) si ribella. Quindi l’apartheid “soft” non è un equilibrio, e alla lunga non può non degenerare in uno stato a pari diritti o in un apartheid “hard”, in cui sono le condizioni di estrema miseria economica e culturale a impedire la ribellione.

Ora, la soluzione che (spero) tutti noi auspichiamo, quella dei due stati, implica che Israele faccia dei passi indietro importanti, in primo (e ormai difficilissimo) luogo un ritiro consistente di insediamenti dalla Cisgiordania. Dato che Israele è una democrazia, questa decisione richiede un sostegno politico ampio, che non può darsi senza una forte ribellione, auspicabilmente pacifica, da parte dei palestinesi. Se - per assurdo - i palestinesi “si arrendessero”, è chiaro che gli insediamenti non solo non sarebbero smantellati (o trasferiti ai palestinesi), ma al contrario si moltiplicherebbero come funghi. Quindi chi auspica la soluzione dei due stati dovrebbe non solo essere solidale, ma appoggiare la lotta (pacifica) dei palestinesi per la fine dell’oppressione. A contrario, se qualcuno non è solidale con questa lotta - che abbiamo visto essere condizione necessaria per i due stati - vuol dire che non vuole i due stati; e se escludiamo che voglia la distruzione di Israele vuol dire che vuole o l’apartheid “hard”, o la pulizia etnica, o - auspicabilmente - uno stato binazionale. Donde la prima domanda.

 

3. Cosa vuol dire stato ebraico (e stato cristiano)? La seconda domanda è questa: Cosa si intende per stato ebraico? Nella mia ingenuità di laico io ho sempre pensato (in effetti non ho mai pensato a fondo a questo problema, fino appunto al 13 maggio) che “stato ebraico” fosse sostanzialmente un modo di dire, come si dice “Carioca” per indicare i brasiliani o “Yankee” per indicare gli statunitensi. In realtà, mi sono accorto che molti di coloro che usano questa espressione vogliono una sua applicazione letterale, vogliono cioè uno stato di ebrei. Questo può essere attuato in tre modi: mediante la pulizia etnica dei non ebrei, fino a ridurli a una dimensione di minoranza etnica talmente piccola da non alterare di fatto l’ebraicità dello stato; mediante l’apartheid, che abbiamo visto non potere, alla lunga, che essere “hard”; e mediante la codificazione in norme di legge della legge religiosa ebraica. A me non piace nessuna di queste soluzioni; spero ne esista una quarta, ma non la vedo. O meglio, la vedo, ed è quella che auspicava mio padre Silvio Ortona, e che io, nelle mie discussioni con lui, giudicavo (e giudico) purtroppo utopistica: e cioè una costituzione laica e universalistica, che in quanto tale incorpori i valori fondamentali dell’ebraismo, compreso quindi ovviamente la libertà di religione (e di ateismo) e l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge indipendentemente dalla loro religione, ma non incorpori le norme della Torah. La domanda allora può essere formulata come segue: chi vuole uno stato ebraico non solo di nome, cosa vuole davvero? L’espulsione degli stranieri dalla terra promessa (o la loro schiavitù in essa), o uno stato confessionale?

La seconda domanda ne solleva immediatamente una terza, che però esula dalle problematiche discusse il 13 maggio, e che mi limito quindi ad enunciare: Con quali argomenti chi è favorevole a uno stato ebraico in senso proprio in Israele esige invece uno stato laico in Italia?

 

4. “La vera questione”. In tutta la discussione del 13 maggio è stata evidente la presenza di un equivoco di fondo. Per Barghouti era scontato che la fine dell’oppressione dei palestinesi fosse una causa giusta, meritevole in quanto tale di solidarietà; mentre per la maggior parte degli ebrei intervenuti era evidente che la causa palestinese fosse nel migliore dei casi secondaria: la vera questione è quella della sicurezza di Israele, una volta risolta questa si potrà cominciare a parlare dei diritti dei palestinesi.

Ora, l’unico modo per risolvere la questione della sicurezza di Israele prima di quella della fine dell’oppressione dei palestinesi è che i palestinesi vengano allontanati o ridotti in condizioni di apartheid “hard”. Io sono molto pessimista sull’esito del conflitto. Temo che la soluzione che verrà adottata, o meglio che si cercherà di adottare, sarà proprio quella della pulizia etnica dei palestinesi, o (meno probabilmente) della loro riduzione in apartheid “hard”. Possibilmente si cercherà di adottare una versione ipocrita, si cercherà cioè di nascondere la pulizia etnica nell’ambito di una guerra regionale “inevitabile”.

Mi auguro di sbagliarmi, naturalmente; ma certamente lo scenario precedente è plausibile. E questo porta alla domanda successiva: Che atteggiamento dobbiamo assumere verso Israele se (sottolineo: “se”) Israele lancerà una guerra essendo inequivocabilmente dalla parte del torto dal punto di vista della legge internazionale e da quello dell’etica, per esempio una guerra volta alla pulizia etnica nei confronti dei palestinesi? Secondo me è già successo, e più volte; ma altri ritengono che ogni volta Israele abbia al massimo agito con eccessiva brutalità in una guerra che aveva una sua giustificazione di fondo. Chi la pensa così secondo me ha torto, ma la sua posizione è difendibile. Ma se invece ci trovassimo di fronte a una situazione in cui appunto il torto di Israele sia inequivocabile, non su un singolo episodio ma nella sua strategia di fondo? Ripeto, non è detto che ciò succeda; ma che succeda è ormai più probabile che possibile.

 

5. Alcune considerazioni personali. Rispetto a queste domande io sono in un certo senso un privilegiato. La mia educazione è stata interamente laica; ho avuto pochissimi parenti morti nei campi di sterminio, e molto lontani, e ho avuto un solo parente (un lontano cugino) che abbia militato in Israele nei tempi eroici della creazione dello stato e dei Kibbutzim. La mia identificazione con l’ebraismo è molto tenue, quella con Israele sostanzialmente nulla. Per quarant’anni ho fatto lo scienziato sociale militante, come avrebbe detto Primo Levi, e questo mi ha dato una mentalità professionale (che facilmente sconfina, lo ammetto, nella deformazione professionale) che mi induce a pensare in termini di scelte individuali e non di popoli, a supporre che gli individui siano razionali, e a cercare di capire le ragioni di tutti alla luce di questi assunti, cercando di ridurre al minimo la mia partigianeria.

Le mie risposte sono quindi intuibili: per quanto riguarda la prima domanda, sarei contento se tutti i paesi del mondo fossero stati democratici laici in cui etnie e religioni diverse convivono tranquillamente, ma mi rendo conto che oggi questa soluzione è improponibile per Israele e la Palestina, e quindi auspico una soluzione a due stati; come conseguenza di ciò, sono solidale con i palestinesi, non solo umanamente ma anche politicamente (il che, ripeto, non implica affatto essere solidale con il terrorismo o con l’integralismo religioso). Per quanto riguarda la seconda, vorrei che lo stato degli Ebrei fosse uno stato laico, che tuteli la libertà di ogni religione su un piano di parità. E naturalmente non ho dubbi sul non essere solidale con Israele quando ha torto. Ma queste sono, appunto, le mie risposte. Mi rendo conto che c’è qualcosa di aggressivo nel porre domande che sollevano seri problemi morali e di coscienza essendo sostanzialmente al riparo da quei problemi. Sul piano umano, posso capire coloro che si identificano passionalmente con Israele, che considerano Israele la loro seconda (o prima) patria, indipendentemente dall’avere Israele ragione o torto; e posso capire che essi la pensino in modo diverso. Vorrei però che essi si rendessero conto delle implicazioni di una solidarietà troppo acritica. È perfettamente possibile che si arrivi a un punto in cui la questione si porrà in termini di “noi o loro” - pulizia etnica dei palestinesi o pulizia etnica degli ebrei. In Israele, mi sembra, c’è chi lavora assiduamente per questo obbiettivo. Per questo mi pare che le domande che ho posto siano ineludibili per chiunque non voglia costruire la sicurezza di Israele sull’oppressione o l’espulsione dei palestinesi, o sulla adozione di politiche che rendano inevitabile una di queste soluzioni.

Con coloro che invece intendono farlo credo che sia molto difficile dialogare, e che per ovvie ragioni morali non valga la pena di provarci.

 

Maggio 2010

Guido Ortona
ortona@unipmn.it

 

Nota Questo articolo è stato terminato il 30 maggio 2010, il giorno precedente il massacro dei passeggeri della Mavi Marmara. Non ritengo di dovere apportare modifiche a seguito di esso, o di quanto accaduto successivamente (fino alla data di questa nota, il 6 giugno).
 

1. Il 13 maggio si è polemizzato sull’essere o meno i palestinesi soggetti ad apartheid. In modo equivoco: se per apartheid si intende una condizione di oppressione e degrado estremi, come quella in cui vivevano i negri in Sudafrica, è chiaro che i palestinesi non lo sono. Ma se invece per apartheid si intende la condizione di individui che vivono in uno stato avendo meno diritti di altri abitanti di quello stato, allora ovviamente lo sono. Possiamo chiamare il primo tipo apartheid  “hard”, e il secondo “soft”. Questa distinzione ci sarà utile fra poco