Israele

 

Un messaggio troppo disturbato

 di Anna Segre

 

A che cosa serve un boicottaggio? Perché si decide di praticarlo? Cosa si vuole ottenere?

Mi pare che per far chiarezza sul tema sia necessario porsi prima di tutto queste domande. Ma prima ancora occorre domandarsi come si possa definire esattamente un boicottaggio: infinite volte, nella nostra vita quotidiana, compiamo delle scelte su cosa comprare, quali libri leggere, come vestirci, ecc. A volte queste scelte comportano esclusioni, più o meno razionali, motivate o giustificate: c’è chi rifiuta di indossare pellicce, chi non beve Coca Cola, chi si ciba solo di prodotti biologici. Mio nonno non voleva saperne di comprare un’automobile o un tele­visore di marca tedesca e, per non dargli un dispiacere, tutta la famiglia si è adeguata per decenni; eppure nessuno di noi ha mai pensato che la Repubblica Federale Tedesca fosse meno democratica del Giappone o degli Stati Uniti. Queste scelte, quando riguardano un numero elevato di persone, possono anche avere un forte impatto a livello simbolico, e magari persino economico; eppure non le definirei boicottaggio finché chi le pratica non si propone consapevolmente alcun risultato, ma vuole semplicemente sentirsi a posto con la propria coscienza.

Si può boicottare allo scopo di danneggiare economicamente qualcuno, oppure si può boicottare per mandare semplicemente un messaggio. Anche il boicottaggio economico, però, sarà valutato per il suo significato simbolico molto prima di ottenere effetti pratici. Occorre dunque fare attenzione, perché trasmettere un messaggio sbagliato può vanificare in partenza eventuali risultati positivi che ci si propone sul lungo periodo.

È anche importante capire chi è il destinatario del messaggio: nel caso del boicottaggio può essere il boicottato stesso (per indurlo a modificare il proprio comportamento), oppure il mondo esterno, allo scopo di isolare il boicottato. In teoria una cosa non esclude l’altra (si isola qualcuno e lo si tratta come un paria per indurlo a comportarsi diversamente), ma in pratica mi pare che i risultati che si può sperare di ottenere siano inversamente proporzionali: più ci si accanisce contro qualcuno e lo si delegittima, meno si ha la possibilità di presentarsi come amici e di essere ascoltati. La contraddizione appare particolarmente evidente nel caso di Israele: come si può pensare di indurre l’opinione pubblica israeliana alla pace trasmettendo gli stessi messaggi (“siete isolati”, “tutto il mondo è contro di voi”, “non siete uno stato come gli altri”) che sono propri dei partiti e movimenti israeliani più contrari alla pace?

Personalmente non riesco a trovare nessun tipo di giustificazione per i boicottaggi sul piano culturale e acca­demico: come si può accettare, per esempio, che un libro non sia pubblicato o tradotto, indipendentemente dal suo contenuto, solo perché il suo autore è nato in un determinato paese? Ancora peggio quando si parla di togliere dalle biblioteche libri già pubblicati, di rifiutare inviti a determinati professori indipendentemente dalle loro idee e dal valore della loro ricerca, di espellerli dalla redazione di riviste e cose simili. In questi casi eventuali risultati pratici che si vogliono ottenere (per esempio contrastare iniziative specifiche di qualche università) sono ampiamente vanificati, perché contemporaneamente trasmettono messaggi dal valore simbolico per lo meno ambiguo, che evocano memorie inquietanti di cui sarebbe assurdo non tenere conto. Chi pensa che in Europa, a solo sessanta­cinque anni dalla Shoah, togliere un libro di un autore ebreo dallo scaffale di una biblioteca non abbia alcun particolare valore simbolico o è ingenuo o è in malafede.

Bisogna ammettere che i boicottaggi di tipo economico sono in linea di principio più giustificabili: in fin dei conti in un sistema di libero mercato ciascuno ha diritto di comprare quello che gli pare. Però non si può fare a meno di porsi il problema di quali risultati concreti si vogliano ottenere e quali messaggi trasmettere. Il boicottaggio di tutti i prodotti di un intero paese trasmette un messaggio di ostilità totale, rifiuto di avere qualunque cosa a che fare con esso. Un messaggio e una pratica adatti per la Germania di Hitler o il Cile di Pinochet, non certo per un paese come Israele che è comunque più democratico di tutti quelli che lo circondano. Qualcuno potrebbe obiettare che, invece, proprio perché un paese è democratico, può essere utile cercare di esercitare pressioni sulla sua opinione pubblica; ma cosa può pensare l’opinione pubblica di un paese che si vede ingiustamente trattato come un paria?

Può avere senso scegliere di acquistare preferibilmente determinati prodotti israeliani ed evitarne altri, in particolare quelli che provengono dai Territori Occupati? All’interno di Israele un comportamento del genere, se fosse praticato da molti, potrebbe avere un certo impatto: potrebbe spingere gli imprenditori a investire solo all’in­terno della Linea Verde, potrebbe scoraggiare chi non ha forti motivazioni ideologiche dal trasferirsi nei Territori, ecc. E, anche qualora l’efficacia pratica fosse dubbia, il valore simbolico sarebbe indiscutibile: segnare un limite. Paradossalmente (per quanto sia davvero improbabile trovare qualcuno che sia favorevole ad entrambi) mi pare che un simile comportamento avrebbe lo stesso significato del muro: marcare simbolicamente una linea che si spera possa diventare un giorno il confine tra due stati sovrani e in pace tra loro; allora muri e boicottaggi non avranno più ragion d’essere ma nel frattempo, seppure entrambi antipatici, possono avere entrambi la loro utilità.

Lo stesso discorso vale, secondo me, per gli ebrei della diaspora. Tutti noi aiutiamo più volentieri quei gruppi o istituzioni israeliani che appaiono più in linea con le nostre convinzioni e con la nostra percezione di cosa sia utile al paese. Dal momento che ci sentiamo, giustamente, legittimati a prendere decisioni “ideologiche” quando faccia­mo offerte, non vedo perché non dovremmo prenderle quando facciamo acquisti. Il messaggio è che so­ste­nia­mo Israele, e ciascuno di noi lo sostiene nel modo che reputa più utile.

Fuori dal mondo ebraico, però, il discorso non funziona, perché il messaggio non potrebbe mai essere altrettanto chiaro. Anzi, al di là dell’effetto pratico (che mi pare comunque assai scarso), il valore simbolico rischia di apparire comunque disastroso e controproducente. Ammesso e non concesso che sia possibile per un europeo o un americano fuori dal mondo ebraico distinguere con chiarezza quali prodotti arrivano dai Territori e quali no, il messaggio che si vuole trasmettere appare comunque ambiguo: Israele non è certo l’unico paese al mondo ad occupare territori che non gli appartengono in base al diritto internazionale, eppure gli altri non vengono boicottati in nessuna forma. Perché? È logico che gli ebrei si preoccupino di quello che accade in Israele più che di quello che accade altrove, ma gli altri? Cosa vogliono davvero?

Questa mancanza di proporzioni non è una questione secondaria, una scusa tirata in ballo per eludere i veri problemi: contiene in sé un messaggio che non si riesce a decifrare, ma che appare comunque inquietante; la sproporzione, unita alle memorie che la parola “boicottaggio” inevitabilmente evoca, produce nelle orecchie degli israeliani, e in generale degli ebrei, un rumore assordante, che trasforma qualunque altro messaggio in un sussurro non distinguibile. Se si vuole davvero comunicare bisogna cercare prima di tutto di spegnere il rumore.

Anna Segre