Israele

 

Il prezzo della storia

di Reuven Ravenna

 

La mia formazione politica, e la conseguente valutazione degli eventi del mondo, sono figlie della Guerra Fredda, ancor più che della Shoa. Giunto all’adolescenza nell’Italia del dopoguerra fui coinvolto nello scontro frontale crescente tra i due blocchi, “L’Occidente, leggi gli U.S.A., la guida delle democrazie, da salvaguardare dal pericolo rosso, leggi l’U.R.S.S.”, contrapposto al “Campo della pace, al mondo del socialismo, punto di riferimento dei progressisti del mondo, sotto la guida del Maresciallo Stalin, vincitore del Nazifascismo”. Il nostro piccolo mondo ebraico italiano partecipava a questa mega-dicotomia. Con le ferite ancora fresche delle persecuzioni e dello sterminio, si guardava, soprattutto tra i giovani, con partecipazione attiva, o almeno con dichiarata simpatia, ai partiti della sinistra, vessilliferi dei valori del progresso e dell’antifascismo contro le svolte reazionarie domestiche, contro il rafforzamento crescente della D.C. e dei movimenti “nostalgici”, assieme ai combattenti contro il riarmo della Germania. Testimonianze sul clima sempre meno respirabile da decenni nelle “democrazie popolari”, nella Patria del Socialismo realizzato, venivano tacciate di volgari e menzognere fantasie di parte, dal lato perdente della storia. Lo Stato d’Israele, appena sorto, riconosciuto dalle due superpotenze, era ancora guardato con simpatia anche a sinistra, egemonizzata dal Partito Comunista, quale paese progressista con forze e istituzioni sociali positive. La morte del dittatore georgiano, il rapporto al ventesimo congresso e gli sconvolgimenti nell’Europa orientale, e le loro conseguenze in Occidente, furono i segni di un graduale sciogliersi dell’immobilità “glaciale” nelle visioni e nelle valutazioni della realtà prossima o globale. Ancor prima di quelle scadenze epocali, la mia individualità politica ed ideologica si sentiva a disagio nei confronti dei manicheismi in bianco o nero anche a livello ebraico e sionistico.

Ben presto mi trovai favorevole a posizioni di “terza via”, come erano definite le forze democratiche non conservatrici e non comuniste, guardando agli eventi nazionali e del mondo nella loro complessità, rifuggendo, per quanto possibile, dalle condanne drastiche o dalle giustificazioni aprioristiche, e soprattutto cercando di scoprire le cause e i condizionamenti dei fatti. Posizione non facile, specialmente per gli Ebrei, dispersi ai quattro angoli della terra e, dopo due millenni, rientrati nel vivo della storia, anzi della Storia, come protagonisti attivi e non solo come vittime passive dei popoli.

A livello delle diaspore le comunità si sono trovate tra due fuochi: da un lato rappresentanti della collettività ebraica di fronte al potere della maggioranza, dall’altro le tendenze frequenti di fasce non piccole dei propri componenti, oppositrici o critiche dei regimi e delle loro azioni. E da sessantadue anni aggiungiamo il Protagonista numero uno del popolo ebraico, sottoposto a incessanti condizionamenti esterni, in uno stato geopolitico senza precedenti per il conflitto secolare che lo coinvolge. Dobbiamo soprassedere sui rapporti dell’Argentina dei generali con il governo israeliano, a quanto pare, in settori di carattere militare, con i duemila e passa desaparecidos ebrei trattati a parte? O sulla collaborazione nucleare dello stato ebraico, ancora a guida laburista, con il Sudafrica dell’apartheid, che pure vedeva una notevole presenza di correligionari nel movimento anti-razzista? In nome della realpolitik abbiamo quasi ignorato il genocidio armeno, finché la Turchia ci era amica, per rinfacciarlo poi ai responsabili in seguito al voltafaccia del governo Arduan. O ci metteremo a posto la coscienza affermando che nella amara concretezza della vita dei popoli non bisogna agire da anime belle, se l’imperativo superiore della sopravvivenza impone di tralasciare considerazioni etiche e morali? Tornando al mio passato, abbiamo conosciuto egregi intellettuali che negli anni quaranta e cinquanta lodavano la società sovietica come modello, pur sospettan­do, o meglio volutamente ignorando, il Gulag. Partigiani della Pace e oppositori dei forchettoni democristiani a Roma. È inevitabile elemento della condizione umana che sia a livello individuale che a livello collettivo si debbano conservare scheletri nell’armadio per interessi superiori che non ci concedano il lusso di obiezioni salottiere o, come si diceva un tempo, da “Partito d’Azione” o “radical-chic”? Si può strenuamente appoggiare lo Stato di Israele, prescindendo dalla politica di questo o quel Governo, per cercare di rappresentare al meglio il quadro di una realtà di estrema complessità senza essere accusati di tradimento, o almeno di candida ingenuità?

Scrivo queste righe riandando ad un mio sfogo sullo stato di cose del villaggio globale che stiamo vivendo che rivolgevo a Guido z.l., attribuendo certi accostamenti tra Italia e Israele alla mia identità schizofrenica. Guido mi rispose, e ritengo che sia stato uno dei suoi ultimi scritti, con un accorato lamento sulla frana di ideali e di principi nell’Italia berlusconiana, scusandosi della disordinata esternazione. L’ho ritrovato, in una ferma e chiara esposizione, nel rapporto letto al Movimento di Azione Giustizia e Libertà (H.K., n. 2-2010, n.d.r.). Nei momenti di scoramento, ripenso con rammarico di non aver contattato nel corso degli anni il nostro indimenticabile ispiratore di tante battaglie, per sintetizzare l’impulso a cui dovremmo ricorrere nei compiti che ci attenderanno, dovunque: “NON MOLLARE!”.

Reuven Ravenna