Storie di ebrei torinesi

 

Siamo partiti intervistando ebrei torinesi con storie da raccontare legate al loro passato, alla guerra, alla Liberazione: lo faremo ancora perché le storie da far conoscere sono ancora tantissime, consapevoli che la trasmissione del passato sia un veicolo fondamentale per affrontare il futuro.

Abbiamo poi intervistato ebrei di origine straniera che vivono a Torino nella nostra Comunità da anni e anche qui altri vi saranno da conoscere e intervistare nei prossimi numeri.

Da questo numero abbiamo deciso di dedicarci, sempre con l’aiuto delle nostre giovani collaboratrici, anche ad interviste su mestieri e professioni di ebrei torinesi. E lo facciamo partendo da un mestiere insolito quanto affascinante, come il cinema: Daniele Segre e Roberto Gandus rispondono così alle nostre domande raccontan­doci il loro rapporto con il cinema.

E proprio in questo numero di cinema ci occupiamo anche con un articolo dedicato a Marina Piperno, produttrice cinematografica ebrea romana, a cui il Museo del Cinema di Torino ha da poco dedicato una rassegna.

 

Roberto Gandus

 

Roberto Gandus, nato a Torino, vive ora a Roma. Ha iniziato la sua attività come architetto.

Si è dedicato in seguito alla stesura di soggetti per il cinema, collaborando con personaggi come Eripandro Visconti, Lamberto Bava, Pupi Avati, Ugo Liberatore.

Personalità eclettica, si occupa anche di pittura; l’ultima sua mostra si è svolta a Torino nel 2009 (Vuoti di memoria, con Adriano Campisi). Si interessa di fotografia, di architettura, di ogni declinazione dell’immagine. Mi ha intrigato fin da subito l’interpretazione che ha dato del concetto di sceneggiatura: come in architettura un progetto parte da uno schizzo, che è come l’idea da cui nasce il soggetto; se questa idea è apprezzata allora si passa al “trattamento”, quindi alla sceneggiatura cioè la stesura dettagliata che è il progetto in scala uno a uno.

Quella che ho avuto con lui è stata una chiacchierata telefonica più che una vera e propria intervista, molti sono stati gli spunti: dai film di Godard, ai libri di Roth e Grossman, fino ad arrivare all’architettura, scambiandoci opi­nioni su come sia cambiata la facoltà che frequentò lui quarant’anni fa da quella che frequento io.

 

Come si è avvicinato alla sceneggiatura, anche per quanto riguarda gli studi intrapresi?

Avevo in mente di fare cinema fin da ragazzo, ma negli anni ’60 per iscriversi al centro sperimentale era necessario avere la laurea. Così, dopo il diploma del liceo artistico, frequentai la facoltà di Architettura, diedi tutti e 36 gli esami, feci tutti i concorsi e le abilitazioni e incominciai a lavorare in uno studio.

Mi piaceva, ma il mio desiderio era un altro. Già durante le lezioni di analisi mi distraevo a leggere libri di cinema e durante gli ultimi anni di università ebbi l’occasione di girare alcuni documentari a sfondo sociale. Tuttavia dopo sei anni di università ho deciso di non iscrivermi al centro Sperimentale, di studi ne avevo fin sopra i capelli.

Nel 1970 sono venuto a Roma e qui ho incontrato Duccio Tessari, il quale mi consigliò di non pensare a fare l’aiuto regista (ce n’erano fin troppi, erano le idee che mancavano). Accettai il consiglio e mi misi a scrivere racconti cinematografici, cioè “soggetti”. I miei primi lavori li portai a Ugo Liberatore, il quale non apprezzò molto. Trovava i miei lavori troppo sperimentali, ma incredibilmente ad agosto mi richiamò per provare a scrivere la sceneggiatura di un soggetto che era stato rifiutato. Nacque così la sceneggiatura di Big Guns, il film fu realizzato con la regia di Tessari, una delle prime pellicole sulla mafia che vedeva protagonista Alain Delon nel ruolo di Tony Arzenta. Il film ebbe parecchio successo e così iniziò la mia collaborazione con Liberatore, con cui realizzai vari film.

Parallelamente scrivevo racconti radiofonici che riuscii a realizzare in Rai. Era interessante lavorare alla radio, molto affascinante: si usa il microfono come cinepresa, il suono come immagine.

Sempre in Rai dalla radio sono passato a lavorare in televisione, realizzando come autore programmi di consumo.

Naturalmente non ho mai abbandonato la pittura interpretata in varie forme non esclusa la fotografia, ecco perché ho sempre visto il cinema come compendio di tutte queste forme espressive.

 

Ha collaborato con molti registi?

Sì, tra i più conosciuti Eripandro Visconti con cui ho realizzato Oedipus Orca e Malamore, quindi Macabro, un horror di Lamberto Bava; inoltre mi ha dato molto la collaborazione con Pupi Avati in vari progetti tra cui “Una Domenica sì” con Ugo Liberatore, Noa Noa, Nero Veneziano e tanti altri, ma ho lavorato anche con Tinto Brass, i soft possono essere bellissimi, per quanto mi riguarda non disdegno nessun genere, anzi anche i film di serie B possono essere molto interessanti come afferma lo stesso Tarantino. Ed io non ho fatto altro che serie B, ma ahimè non sono Tarantino!

 

La tv l’ha vista autore di molti programmi…

Sì, sono stato tra gli autori della tormentata edizione di Domenica in del 1992-93: l’unica nota positiva è stata che per la prima volta gli studi televisivi si trasferirono al Centro di produzione della Rai di Napoli e per me è stato piacevole lavorare in quella città.

Mi sono occupato di Prossimamente no stop con Trapani, il primo programma in cui sono comparsi personaggi come Iacchetti e Chiambretti. Poi i programmi di Rispoli. Quindi ho lavorato con Fabio Fazio per Jeans e Serenate.

Ma il programma a cui sono affezionato è stato Giochi senza frontiere. Qui oltre ad essere autore giravo i documentari dei paesi che partecipavano ai Giochi, è stata un’occasione magnifica per viaggiare e vedere mezza Europa. Dimenticavo un lavoro a cui tengo e credo: è Titoli, un programma con Bruno Gambarotta in cui racconto in modo anomalo e particolare i grandi romanzi dell’Ottocento, progetto acquistato da Minoli per Rai educational

Ora però la realtà dei programmi televisivi è molto cambiata, non esistono più copioni, tutto ruota intorno all’improvvisazione, agli sketch e poi giustamente si prediligono i giovani, meglio se fanno parte di qualche scuderia.

 

E quali sono i suoi film e registi preferiti?

Sicuramente i francesi: Fino all’ultimo respiro di Godard e poi Truffaut, Chabrol, insomma la Nouvelle Vague che mi ha fatto amare definitivamente il cinema. Non posso dimenticare Shadows di Cassavetes, una folgorazione come per altri versi (indipendenza,rapidità,innovazione) Mekas. Tra gli italiani Antonioni, magnifico Blow Up, e naturalmente L’avventura. Per quanto riguarda le sceneggiature Guillermo Arriaga, per l’innovazione apportata nella costruzione della storia in Italia. Per motivi diversi amo Rulli, Petraglia e Pupi Avati.

 

E del cinema ebraico cosa pensa?

Adoro i fratelli Coen come regia, per quanto riguarda la comicità ebraica non c’è che l’imbarazzo della scelta e si può partire da molto lontano con i Fratelli Marx per finire a Woody Allen. Nel cinema esistono solo loro, ultimamente mi è piaciuto Walzer con Bashir.

Perché i protagonisti del grande cinema americano (produttori attori e sceneggiatori) sono per lo più ebrei? Perché scampati dai pogrom e fuggiti in America si rifugiarono in una nuova “irreale realtà”, quella del cinema appunto. Bene, in scala decisamente ridotta forse è anche questo il motivo per cui amo il cinema: un modo di fuggire da una realtà che mi piace sempre di meno.

 

Cosa pensa della trasposizione cinematografica della Shoah, soprattutto quando si tratta di storie inventate e non di documento storico?

Penso che Schindler’s list sia un capolavoro, Steven Spielberg è eccezionale anche per la capacità di inventare generi e tecnica. Al contrario La vita è bella di Benigni mi aveva indispettito, soprattutto la seconda parte. A me è piaciuto Train de vie e credo che questo film abbia dato lo spunto al film di Benigni… Ma d’altronde tutto nasce da altri, e il “furto” è una realtà in questo mestiere, a me è successo più volte di esser stato “derubato”, ricordo che una volta il produttore lo riconobbe. Insomma il “furto”è una cosa frequentissima perché i lavori per trovare sboc­co devono essere ovviamente letti da più persone, e voilà il gioco è fatto, come si suol dire “da cosa nasce cosa”.

 

Deve essere un lavoro molto strano però ricco di soddisfazioni!

È un lavoro anomalo, se non hai grande successo non entri mai nell’ambiente, bisogna far parte di clan, di conventicole politiche o girotondi privati per avere delle possibilità, se fai parte di una lobby puoi realizzare per immagini anche “le pagine gialle” (anzi, sai che non è una cattiva idea? Pensa quanti sponsor...), in ogni caso come in tutti i lavori se sei bravo ce la fai...forse!

 

Da quello che mi ha raccontato mi sembra di capire che si tratta di un lavoro interessante…

Fantastico. Non lo rifarei per tutto l’oro del mondo. No! Pardon, per una pseudo battuta come vedi si rinnega ciò che si ama. Ciò non toglie che ho mangiato diciamo tanta “erba amara”. Rimane il rammarico che ciò in cui ho creduto (intendo come film) non sono riuscito a realizzarlo.

Certo è un lavoro strano, con tante trafile e molti imprevisti; perdi anni a inseguire un sogno, arrivi al punto di realizzarlo e poi sfuma nel nulla. Insomma, un lavoro straordinario adatto forse di più ai masochisti.

 

Quanto è importante l’ebraismo nella sua vita? È presente nei suoi film?

Non chiedermi perché, ma, senza essere un ferreo osservante, mi sento profondamente ebreo. Uno degli ultimi lavori è proprio una storia con protagonista un commerciante ebreo amico di un sarto. Non te la sto a raccontare, sappi che è un giallo ambientato a Torino nel ’40 dove tutti “fregano” tutti, indovina chi sarà, malgrado una brutta fine, l’unico a non esserlo? Temo molto per la situazione mediorientale, credo che con le scelte tragiche di questo ultimo periodo non si approdi certo ad un roseo futuro. Una persona che ho amato molto è stata Rabin, perché ha sovvertito le sue convinzioni ed è grande chi ha la duttilità di cambiare idea nella ricerca della via migliore. Ma quando nel ’95 è stato ucciso è finito tutto.

Forse non c’entra nulla ma lasciami chiudere con Hillel:

Se non sarò per me, chi mai sarà per me? Ma se sarò solo per me, chi mai sarò? E se non ora, quando? ”

 

Chiacchierare con Roberto Gandus mi ha divertito e interessato. Spero di avere la possibilità di incontrarlo di per­sona.

 

intervista realizzata da Elisa Cavaglion