Cinema

 

Marina Piperno, il cinema come cultura e democrazia

di Bianca Bassi

 

Marina Piperno, produttrice di cinema, e il suo compagno di vita e di imprese cinematografiche il ricercatore, sceneggiatore e regista Luigi Faccini hanno donato al Museo del Cinema di Torino tutta la loro opera.

Ma chi è Marina e che cosa l’ha maggiormente ispirata e spinta nelle sue scelte? Da che cosa nasce il fortissimo e prolungato sodalizio amoroso e produttivo tra Marina e Luigi?

 

Il sogno americano

Ebrea romana, figlia di una famiglia borghese di commercianti, laica, di sinistra, impegnata, sente quella comunità come scarsamente attraente sul piano culturale e poco più che maggiorenne si proietta nel mondo alla ricerca di stimoli diversi. Il suo giovane desiderio di conoscere, amare, danzare, la porta a New York appena maggiorenne, nel ’55. Quel mondo ricco di attrazioni, pieno di luci e di jazz, musical e business, di ricerca di successo certamente la affascina e la arricchisce da un lato, ma la spaventa e l’avvilisce dall’altro; maccartismo e anticomunismo non fanno per una ragazza che cerca di realizzarsi all’insegna della giustizia e della pace. La sua famiglia vedrebbe bene una sua permanenza e la costruzione di una famiglia, oltre che di un’attività lavorativa, negli Stati Uniti, dove non le mancano gli appoggi. Tuttavia Marina non si fa corrompere e fagocitare dal clima americano, dove il mondo cinematografico che lei inizia a frequentare è tutto proteso verso il profitto, il “fare cassetta”, l’ottenere il consen­so. Nuccio Lodato, professore di stilistica e retorica del cinema paragona Marina al personaggio della giovane e trascinante Barbra Streisand. Tuttavia Marina, nonostante i desideri del papà, rientra a fare cinema in Italia; non sceglie il cinema spettacolare e divertente che si produce nella Hollywood inventata dagli ebrei americani; la vita stessa di New York le sembra come quella di un film, mentre lei con il suo cinema vuole affrontare la realtà, passata o presente, rappresentarne anche i lati piacevoli, ma soprattutto quelli duri e introspettivi.

 

L’impegno in Italia

“Con gli scomunicati ti sei messa!” le dice il padre scoprendo che scrive per un giornale comunista. Ora, se le si chiede che cosa pensi della realtà ebraica romana, afferma di sentirsi vicina al gruppo Martin Buber - Ebrei per la pace e afferma: “voto sempre per quel gruppo di sinistra che all’interno della comunità non vince mai...”

Nel 1962 fonda una società di nome REIAC: Realizzazioni Indipendenti Autori Cinematografici, basata sull’auto­finanziamento e sull’assunzione del rischio economico, che per tanti anni diviene incontro di cultura in Italia. “In questa struttura io operavo perché le ragioni della creatività e dell’indipendenza etica sopravvivessero. Cercavo i soldi perché etica ed estetica si manifestassero. Il lavoro del produttore assomiglia ad un caleidoscopio dentro il quale infinite e mutevoli particelle colorate cercano l’immagine più realizzata di sé”.

Nel 1977, quando avviene l’incontro speciale con il regista Luigi Faccini lei sta lavorando ad una fiction televisiva in cinque puntate, con cinque registi diversi, sul secolo dei lumi: Uomini della scienza; per questo si avvale della consulenza del politico e matematico Lucio Lombardo Radice e programma che a queste proiezioni seguano dibatti con gli operai della FIAT Lingotto di Torino.

L’incontro con Luigi sarà per entrambi fondamentale nello sviluppare le tematiche in cui credono.

Luigi definisce Marina la regista del cinema low budget: ha pochi dipendenti fissi, paga tutti con puntualità, rispetta fedelmente i tempi di lavorazione, è precisa nel far coincidere il progetto con la sua realizzazione, non si piega alle leggi distorte della distribuzione e della programmazione.

Il patto esplicito tra loro è: “cercare la felicità possibile anche attraverso il lavoro”, ma sempre combattendo contro i trucchi del mercato e investendo energie e capitali secondo quella che Faccini definisce in Marina essere “un’etica imprenditoriale ebraica”.

Le tematiche affrontate nel corso degli anni da Marina e Luigi sono sempre state all’avanguardia rispetto a problematiche scottanti in Italia e nel mondo. Spesso sono rappresentate storie di poveri e di perdenti, di folli e di diseredati, di strada e di emarginazione, di periferie della città e dell’anima. I film si muovono tra rigore, ricerca e poesia, sono film di storia collettiva e di storie individuali, film antropologici e letterari, documentaristici e narrativi, dell’uomo e della natura, passionali e posati.

Tra i registi che lavorano con lei Marina può vantare di avere avuto il grande giornalista e sceneggiatore Cesare Zavattini, che nel 1982 porterà ottantenne sia davanti sia dietro la macchina da presa, come attore e come regista, nel film La Veritàaaa, realizzando così un sogno coltivato per decenni.

 

Il ventre nero della storia e dell’uomo

Spesso Marina e Luigi riscuotono grande successo, riconoscimenti e riempiono le sale.

Talora però il loro essere “strani” e troppo rigorosi li porta ad avere, come nella recente retrospettiva torinese, le sale semivuote. Bellissimo il Canto per il sangue dimenticato (1977) sulla strage della Niccioleta, località Toscana vicina a Grosseto, dove in periodo fascista l’ingegner Donegani contribuì alla trasformazione di molti giovani uomini del luogo da contadini in minatori dell’industria Montecatini, alla ricerca della lignite, materia prima diventata indispensabile nel momento in cui, con la politica autarchica, vengono escluse le importazioni di carbo­ne. Il villaggio modello creato per gli operai e per le loro famiglie si trasforma in un importante luogo d’appoggio per i partigiani della zona. Successivamente all’armistizio dell’8 settembre 1943 la miniera rifornisce i ribelli di carburante e di esplosivi e costituisce riparo per le armi. Nel ’44, in quegli splendidi luoghi dell’amata toscana vicino ai quali ora Marina e Luigi trascorrono parte della loro vita, si consuma l’eccidio, narrato da Luigi attraverso la voce dei figli e dei testimoni superstiti.

Inganni,1985, è un film visionario che tratta della follia, dell’emarginazione attraverso la storia di Dino Campana, poeta del ’900, recluso in manicomio ed impedito nella sua esistenza. Il silenzio, il vuoto, il mistero della natura fanno da sfondo al film, girato in parte nell’Ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà di Roma. Gli attori sono in parte professionisti e in parte malati psichiatrici. Campana guarda l’immensità del mondo e rifiuta di uscire, beffando il dottore che lo visita e che cerca di interpretare scientificamente la sua follia senza comprenderla.

L’affermazione della persona, il riconoscimento dell’altro, il rigetto del negazionismo in generale fanno da sfondo all’opera dei due nostri protagonisti che, mentre mi documento un po’, mi appaiono come i personaggi di una favola straordinaria, mentre sono persone reali, che scrivono a quattro mani per se stessi ma anche per tutti noi una storia intensamente vissuta e tutti i giorni combattuta..

Giamaica, del 1998, è il sogno di cinque ragazzi come alternativa ad una realtà ostile; un film quasi pasoliniano, in cui si raccontano le vite di giovani immigrati nelle periferie notturne di una città istoriata di murales e graffiti: una figura ibrida, che unisce fattezze di etnie diverse, indoeuropee e afroamericane insieme, ne è protagonista con altri quattro giovani. Questi appaiono come una schiera di scampati al diluvio universale, il cui pulmino dipinto in modo vitale e fiammeggiante è una debole arca di rifugio. Sullo sfondo di una notte in cui un giovane amico di colore muore bruciato emergono la ricerca della verità, di sentimenti di amicizia e di paternità che avvicinano i cinque giovani protagonisti. Anche qui le regole del film della fine degli anni ’90 si rompono, sia dal punto di vista della produttrice sia da quello dello sceneggiatore e soggettista, per l’utilizzo di attori quasi tutti non professionisti oltre che per la rappresentazione di un mondo insolito e nascosto.

Marina, che si sente discendente di quegli ebrei venuti dalla Palestina che intrapresero il commercio presso il porto fluviale sul Tevere e approdarono poi a Priverno, luogo di origine della sua famiglia, realizza alcuni film significativi in cui sono ricordati eventi storici occorsi agli ebrei italiani, singolarmente o preferibilmente all’interno di una narrazione storica inerente diverse aree comunitarie.

 

Molto di ebraico

Tra le sue oltre 200 produzioni va notato che la prima è del 1961, tratta dal Libro di Giacomo De Benedetti 16 ottobre 1943 sulla razzia tedesca nel ghetto di Roma con le musiche di Sergio Liberovici, primo racconto cinematografico sulla persecuzione e prima rappresentazione della vergogna della deportazione e della Shoah. Questo film è tuttora valida opera documentaria sull’accaduto, meritevole di essere vista e appresa da giovani e meno giovani.

Tra le più recenti, Il pane della memoria del 2008, documentario sulla storia della già fiorente Pitigliano ebraica e della sua ultima abitante ebrea Elena Servi, trasferitasi poi dalla piccola Gerusalemme italiana nella Gerusalemme israeliana.

Proprio a Gerusalemme nel corso del festival (per ebrei americani in vacanza) “Qualcosa di ebraico”, dedicato alla creatività ebraica nella diaspora, viene presentato Donna d’ombra (1988), la cui protagonista è una coreografa che si ispira ad Antigone. Ricevendo la notizia della morte dell’amato padre con cui correva un legame speciale, sospende il suo spettacolo ed effettua un viaggio, prettamente interiore, ripercorrendo i luoghi e gli affetti del suo passato.

L’attrice protagonista, Anna Bonaiuto, riceve la nomination al David di Donatello, e il film l’anno successivo apre a New York la mostra Gardens and Ghettos su 2000 anni di storia degli ebrei d’Italia.

Il recente Storia di una donna amata e di un assassino gentile (2009) è composto di diversi capitoli. Qui Marina è la protagonista e racconta la sua vita con occhi e sguardo talora ancora infantili e sorpresi, mentre Luigi, di cui si avvertono forti la presenza e la voce dietro la macchina da presa, la riprende. Ci narrano del cinema prima degli anni ’30, degli anni cupi del fascismo, del sogno americano non divenuto realtà per scelta. Vi è inoltre il capitolo sul viaggio, non in gruppo come per lo più oggi si usa fare, ma da soli, ad Auschwitz-Birkenau; di Luigi si sente la voce ferma quando dice alla sua guida che della storia non bisogna mai liberarsi, ma portarsela sempre appresso, come fosse una valigia, pesante ma necessaria al nostro viaggio, dal cui peso non bisogna rimanere oppressi, ma del cui contenuto si deve tener sempre conto per riflettervi, pensarlo, elaborarlo, trasmetterlo.

 

Divenire, sperare, non dissipare

Marina e Luigi hanno scritto insieme un libro che contiene un’intera “Biofilmografia”, intitolato Cinema come un’infanzia. Che cosa hanno in comune le infanzie di Marina e Luigi, in che cosa si sono riconosciuti e non più lasciati? Qual è l’angelo che hanno smarrito nell’infanzia e ritrovato nel sodalizio di vita e di cinema insieme? Per Marina l’infanzia è stata parzialmente rubata dal periodo fascista a Roma; a Luigi, nato a Lerici, il papà, giovane trentenne, è stato rubato all’età di 10 mesi, silurato nel 1941 sull’incrociatore leggero “Diaz”, che proveniente da La Spezia attraversava il canale di Sicilia alla volta dell’Africa per scortare i rifornimenti destinati all’armata africana del generale Graziani. La nave fu intercettata dai sommergibili inglesi; vi perirono 500 persone.

Da allora Luigi, che conserva in Lerici la sua residenza insieme a Marina e dove ha fondato l’associazione culturale Ippogrifo, è diventato “ladro di cinema”; l’essere stato derubato dal ladro di vite Mussolini ha segnato la sua vita e la sua opera. Con la sua arte ci conduce attraverso la storia e la memoria storica per svelarci i tanti volti che essa ha avuto e che tuttora si ripropongono sulla nostra scena attuale. I suoi padri sono stati Giorgio Amendola, Paolo Volponi, Agostino Pirella; i suoi film con Marina sono le sue creature. Insieme hanno creato una delle più ricche testimonianze italiane di quante storie, idee, vite si possano narrare con il cinema. La loro idea dominante della cinepresa come macchina da scrivere, come luogo e modo con cui raccontare pensare, osservare, documentare, narrare fu già di Rossellini negli anni ’50.

Nei loro film si avverte la poesia nella descrizione del paesaggio, della natura, degli animali, il rispetto e l’ammirazione per tutti gli esseri del creato, anche di quelli che pensiamo inanimati come le pietre o i minerali; in loro domina il pensiero del creato come una cosa immensa, dalle mille connotazioni e sfumature, sempre da approfondire, da conoscere e rispettare, grandemente e nella sua interezza. La loro costante battaglia per la cultura intesa come bene creativo destinato alla crescita mentale di tutti i cittadini è battaglia per la democrazia e la pace e un investimento per le generazioni future.

Bianca Bassi