Libri

 

Cibo, etica e buonumore

di S.F.

 

Il conto dell’ultima cena di Moni Ovadia, pubblicato da Einaudi e Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer, pubblicato da Guanda, sono due libri che trattano di cibo: il primo con umorismo, il secondo per mezzo di un’inchiesta rigorosa intercalata da qualche breve capitolo narrativo (suo è, tra gli altri, il romanzo “Ogni cosa è illuminata”). Sebbene assai diversi l’uno dall’altro entrambi i testi contengono un comune richiamo all’etica alimentare, specie sul consumo dei prodotti di origine animale. Moni Ovadia coniuga temi legati al cibo con lo spirito e l’umorismo ebraici. Il titolo del libro prende spunto da una favoletta: alla ceri­monia di insediamento di ogni nuovo papa una delegazione della comunità ebraica di Roma, guidata dal rabbino capo, soleva recarsi in San Pietro per consegnare al pontefice una pergamena sigillata che questi volutamente rifiu­tava di ricevere. Fino a quando un papa, particolarmente curioso, decise di aprirla e scoprì che si trattava del conto del­l’ul­ti­ma cena che Gesù ed i suoi apostoli, per risapute ragioni, non riuscirono a onorare. Non è dato sapere l’ammontare dell’importo richiesto né ciò che accadde subito dopo, in compenso l’autore trae spunto da questo aneddoto per spiegare in che modo, con ogni probabilità, si svolse quel pasto. Il cibo è memoria, come nel seder di Pesach (l’ultima cena, appunto). È nostalgia, come nello straordinario film greco Politikí kuzina (tradotto in italiano con il titolo Un tocco di zenzero). È identità, come nelle pietanze cucinate dalle yiddische mamen o dalle donne greche a Costantinopoli. È osservanza di norme alimentari, kasherut per gli ebrei, halâl per i musulmani. È rispetto dei giorni di digiuno. È, nel libro di Moni Ovadia, soprattutto buonumore; come esempio vale la pena accennare alla storiella di quell’ebreo che si era fatto battezzare e che, durante la quaresima, viene sorpreso dal prete a mangiare un pollo. Per nulla imbarazzato si rivolge al prete, ovviamente con un marcato accento askenazita, spiegandogli che… “qvesto non è uno polo […] qvesto è uno pesce! […] Signor paroco, si ricorda qvando lei mi ha batezato? Sono venuto da lei come ibreo, me lo ha spruzato un poco del acqva e poi me lo ha deto: ‘Non sei più uno ibreo, sei uno cristiano’ […] Così ho fato anch’io con polo, ho lui spruzato un poco del acqva e ho lui deto: ‘No lo sei più polo, adeso tu lo sei pesce’. Sfogliamo qualche altra pagina e troviamo un altro ebreo seduto al ristorante mentre mangia con gusto una bistecca di maiale. Viene però colto sul fatto da un amico osservante il quale, con tono di rimprovero, gli chiede: “lo sai quanto ti costerà questo peccato?” “Certo” - risponde il primo senza scomporsi - “esattamente tre dollari e novantanove centesimi”. Ma dopo aver divertito il lettore con numerose storielle e battute Moni Ovadia lo induce a riflettere su una questione estremamente seria: è moralmente lecito cibarsi di carne? Fin dal titolo del capitolo, la vocazione vegetariana dell’ebraismo, l’autore rivela il proprio punto di vista, che poggia su solide argomentazioni etiche derivate da versetti della Torah. Si evince che secondo il progetto iniziale del Creatore l’uomo avrebbe dovuto cibarsi esclusivamente di vegetali (Genesi 1, 29-30). La Bibbia usa infatti la definizione nefesh chay “anima vivente” per indicare tanto gli uomini quanto gli animali, rivelando così la decisione suprema di attribuire loro statuto di inviolabilità. Ma la corruzione dell’umanità, che condusse al Diluvio, giunse al punto che gli esseri umani per cibarsi mutilavano gli animali o prelevavano da essi una certa quantità di sangue, procurando loro infinite sofferenze. Fu allora per porre un freno ad usanze tanto feroci - sostiene l’autore - che il Santo Benedetto concesse all’uomo di nutrirsi di carne, ma solamente per un numero ristretto di specie animali e secondo un rituale preciso e complicato. Regole che per quanto possano apparire insensate non lo sono mai quanto il vivere nutrendosi con i cadaveri di altri esseri viventi. “Dolorosa concessione alla più complessa e tarata delle creature, nella speranza che sappia redimersi nella libertà e nella responsabilità”. Il conto dell’ultima cena si conclude con una testimonianza sulla cucina nella diaspora e con alcune ricette multietniche.

Il libro di Jonathan Safran Foer, nel quale non vi è invece traccia di umorismo, affronta la realtà delle fabbriche di cibo, ossia degli allevamenti intensivi, mettendo sotto accusa questo modello di moderna zootecnia. Il libro assume a tratti la forma di narrazione ma si presenta perlopiù come un saggio che ricorda le inchieste prodotte da Michael Moore, regista-fustigatore dei costumi americani. La produzione industriale di cibo di origine animale è, per l’appunto, un costume soprattutto (ma non esclusivamente) americano alimentato dalle multinazionali del cibo che, come tutte le multinazionali, hanno a cuore i profitti prima di ogni altra cosa. In questo particolare caso esse non mostrano eccessiva preoccupazione per la salute umana, per l’ambiente e per il benessere animale. Inoltre, ciò che l’industria alimentare pubblicamente dichiara allo scopo di tranquillizzare la coscienza dei consumatori risulta ampiamente inattendibile. Del suo rapporto con il cibo Safran Foer dice: “Le storie sul cibo sono storie su di noi: la nostra epopea, i nostri valori. Assorbendo la tradizione ebraica della mia famiglia, a poco a poco ho imparato che il cibo serve a due scopi paralleli: nutre e aiuta a ricordare.” Poi ci informa che “nel mondo sono circa cinquanta miliardi gli animali allevati intensivamente ogni anno tra quadrupedi e volatili da cortile, mentre sul pesce non esistono stime” e “mentre per migliaia di anni agricoltori e allevatori hanno tratto spunto dai processi naturali, l’allevamento industriale considera la natura un ostacolo da superare”. Per questa ragione, pur di portare in tavola la maggior quantità possibile di cibo, non si cura delle conseguenze, come ad esempio la progressiva scomparsa della fauna ittica o i rischi di epidemie che rappresentano gli allevamenti di volatili. Per gli stessi motivi si costringono i polli a crescere in spazi ridottissimi, li si nutre con mangimi artificiali, li si “cura” con antibiotici e li si uccide dopo poche settimane di vita, facendoli arrivare sulle nostre tavole dopo essere passati attraverso catene di (s)montaggio. Idem per bovini, ovini e suini. Lascia davvero senza parole apprendere che “secondo l’ONU, il comparto dell’allevamento è responsabile del 18 per cento delle emissioni di gas serra, circa il 40 per cento in più dell’intero settore dei trasporti - autovetture, camion, aerei, treni e navi - nel suo complesso”.

Safran Foer ci parla poi di militanti animalisti e di associazioni per la difesa dei diritti animali come la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), ma lascia spazio anche ad opinioni diverse, come quella di chi difende gli allevamenti intensivi ritenendoli l’unica possibilità per garantire la nutrizione al maggior numero di esseri umani. Ci informa infine dell’esistenza di allevamenti etici, piccole isole in cui ci si prende cura degli animali e, sebbene anch’essi destinati alla macellazione, li si tratta con rispetto nel corso della loro vita. Se niente importa. Perche mangiamo gli animali? è un libro che interroga profondamente le nostre coscienze e ci rammenta che “le leggi alimentari ebraiche furono concepite come un compromesso: se noi esseri umani dobbiamo proprio mangiare gli animali, dovremmo farlo in modo umano, rispettando le altre creature e con umiltà. Non infliggere agli animali che mangiamo sofferenze non necessarie, sia nel corso della vita sia durante la macellazione” spingendosi ad affermare che “provocare la sofferenza a una delle creature viventi rende colpevoli di ‘Chillul HaShem’ - profanazione del nome di Dio - perché insistere sul fatto che a Dio importi solo della sua legge rituale e non della sua legge morale vuol dire profanarne il Nome”.

Due libri pensati e scritti da due autori ebrei (e vegetariani). Essi, benché redatti con stili differenti, appaiono sorprendentemente collegati e complementari. La lettura di entrambi risulterà quindi, allo stesso tempo, piacevole ed impegnativa.

S.F.

 

- Moni Ovadia, con Gianni Di Santo, Il conto dell’ultima cena. Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico,
 
Einaudi, Torino gennaio 2010, pagg. VI-134,
16

- Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?,   Guanda, Parma febbraio 2010, pagg. 363, 18