Libri

 

Storie di vita in Israele e memoria ebraica.
I fumetti dei fratelli Seliktar,Walter Chendi e Joann Sfar

di Sergio Franzese

 

Anche sul mercato fumettistico italiano la produzione di opere a tema ebraico risulta in continua espansione. Va, in proposito, segnalata l’uscita di tre libri: Fattoria 54, di Galit e Gilad Seliktar, pubblicato lo scorso anno a settembre dalla casa editrice bolognese Comma 22, La Porta di Sion, di Walter Chendi, edizioni BD (Milano), uscito quest’anno in gennaio, ed infine Klezmer - I. Conquista dell’Est di Joann Sfar, pubblicato in marzo da Rizzoli.

 

Fattoria 54 [Meshek 54], è il risultato di una collaborazione tra Gilad, illustratore, e la sorella Galit, scrittrice. Gilad è nato a Rehovot nel 1977 ed attualmente vive a Kfar-Saba. Nel 2005 ha pubblicato il suo primo fumetto, ha inoltre illustrato libri per l’infanzia e collaborato con diversi quotidiani israeliani. La sorella Galit è nata a Jaffa nel 1970 ed ora vive con la propria famiglia negli Stati Uniti. Autrice di diversi testi di prosa e di poesia pubblicati in riviste letterarie e sui quotidiani HaAretz e Maariv, nel 2001 ha ricevuto una borsa dal Ministero dell’Istruzione per aprire il primo atelier di poesia arabo-ebraica.

La lettura di Fattoria 54 appare piuttosto impegnativa a causa dei dialoghi scarni e delle lunghe sequenze di immagini non commentate.

Noga, giovane israeliana nata all’inizio degli anni Settanta (come i suoi autori), è la protagonista di un racconto diviso in tre parti. Ciascuna parte corrisponde ad un periodo dell’età di Noga, che passa rapidamente dall’infanzia all’adolescenza, con i suoi primi turbamenti affettivi e il desiderio di scoperta dell’altro sesso per approdare infine alle soglie dell’età adulta. Il primo episodio (L’istruttore di nuoto supplente - 1981) ci riporta alla sua infanzia, segnata da un tragico evento, la morte del fratellino, destinato forse ad essere vissuto per sempre con un senso di colpa. Nell’episodio successivo (Profumo spagnolo - 1983) ritroviamo Noga insieme a due amici chiamati a seppellire il cane morto improvvisamente. Il padre è al fronte, la madre fuori casa, i fratelli ancora addormentati, situazioni che paiono evocare un senso di solitudine interiore; la scoperta di giornali pornografici nascosti in cantina dal padre, con cui gli amici chiederanno di essere retribuiti per il loro aiuto, non sembra turbarla più di tanto. Il tempo passa; nell’episodio conclusivo (Le case - 1989) Noga, dopo gli studi, si troverà ad affrontare prima il lavoro poi il servizio militare e con esso la difficile e complessa situazione del confronto con i vicini palestinesi, dei quali coglie la quotidiana drammatica sofferenza. Le scelte politiche del proprio paese, che è chiamata a servire e difendere, le appaiono talora difficilmente condivisibili, lontane da una ricerca autentica della pace e, per questo, agitano la sua coscienza.

Fattoria 54 è composto da illustrazioni in bicromia, anch’esse appena abbozzate, evanescenti, quasi a voler lasciare il maggior spazio possibile alle riflessioni di chi legge.

 

La Porta di Sion ha come autore un disegnatore italiano già noto per le sue produzioni di libri a fumetti: Walter Chendi, “nato a Trieste nell’inverno del 1950, al mattino presto, in una giornata di Bora scura. Alto 180 centimetri, pesante 120 chili. Acquario ascendente Orso. Sposato. Due figli. Un cane. Un gatto. Un limone. Un abete. Un tavolo da disegnatore. Un computer. Tre paia di occhiali”. Così si legge alla voce “biografia” del suo sito internet. È autore di diversi libri a fumetti che raccontano avventure di marinai, viaggi esotici e descrivono la vita di chi abita nella città dove spira la “Borne”, vento che anche nel nome si richiama alla bora.

Gli è stato chiesto da cosa sia nata l’idea di scrivere ed illustrare La Porta di Sion, ed ecco la sua risposta: “Qualche anno fa trovai il catalogo di una mostra che si era tenuta a Trieste. Parlava del ruolo che quel porto aveva avuto nella vita di quasi 160.000 ebrei che in venti anni avevano abbandonato l’Europa. Mi sembrò subito una parte di storia che era affascinante raccontare.

I migranti, ebrei dell’Europa centrale, giungevano in treno dalla Germania, dall’Austria, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia. La lunga fila di persone e carretti carichi di bagagli che percorreva il lungomare era una immagine abituale di ogni martedì.

Venivano ospitati in città dal Comitato di assistenza, il Misrad, per i giorni necessari all’espletamento delle pratiche d’imbarco. Trovavano accoglienza nelle scuole israelitiche, attrezzate di cucine e letti, presso alcune famiglie e in un paio di alberghi.

Dal 1920 al 1943 partirono le navi del Lloyd Triestino per Eretz Israel. Ogni mercoledì alle tredici la “Palestina” o la “Tel Aviv”, la “Galilea” o la “Gerusalemme”, salpavano per giungere a Caifa il lunedì successivo.

Dovendo passare il sabato a bordo, le navi erano equipaggiate con una piccola Sinagoga. Le cambuse, gestite da personale apposito, fornivano cibi kosher.

Come riconoscimento del contributo svolto la città fu chiamata “Porta di Sion”.

Nel settembre del 1938 Mussolini giunse a Trieste, città che, è bene sottolineare, aveva la più alta percentuale di ebrei di tutta Italia, per pronunciare il discorso che confermò l’instaurazione delle leggi razziali ed esaltarne la necessità.

La mia storia si svolge nei giorni a cavallo di quel discorso divenuto spartiacque della condizione di molti.”

Anno 1938: Jacob Ferrara, garzone diciannovenne nella macelleria kosher di proprietà del signor Oberwald, vive a Trieste insieme alla madre, rimasta vedova alcuni anni prima, ed al nonno, un vecchio eccentrico che ama citare i proverbi di Re Salomone. A causa di un episodio vissuto durante l’infanzia ha nei confronti delle donne un imbarazzante timore che Ernesto, suo giovane e smaliziato amico, cercherà inutilmente di fargli superare accom­pagnandolo in una casa di tolleranza, da cui Jacob fuggirà via. Dopo il 18 settembre, data in cui Mussolini pronuncia il discorso sulla difesa della razza, per gli ebrei il futuro appare gravido di incertezze. Un giorno, a casa della cugina, Jacob conosce una ragazza ebrea arrivata dalla Polonia in attesa di imbarcarsi per la Palestina, e ne resta ammaliato. Anch’egli, aiutato dal signor Oberwald, si imbarca poco dopo su una nave diretta ad Haifa e scopre che la giovane ebrea polacca è in partenza con la stessa nave. L’incontro finale tra i due, posto ad epilogo del racconto, cela il significato di quel viaggio iniziatico ed il valore del passaggio all’età adulta attraverso una qualsiasi “porta”.

Oltre a testimoniare avvenimenti storici poco noti, ma che hanno avuto un’indubbia importanza nel costruire l’epopea sionista, La Porta di Sion è un libro particolarmente apprezzabile sotto l’aspetto grafico; il disegno è curato in ogni dettaglio, le tavole - ad eccezione delle prime due a colori - sono illustrate con immagini in bianco e nero.

 

Klezmer - I. Conquista dell’Est, costituisce invece un tributo che Joann Sfar (autore della serie Il Gatto del Rabbino e di Pascin) rivolge al mondo askenazita. L’edizione originale francese [Klezmer - I.La Conquête de l’Est], a cui fanno seguito due episodi non ancora tradotti in italiano, risale al 2005. Il racconto narra l’esordio di una sgangherata banda di musicisti. Noah Davidovich, soprannominato “Il Barone dei miei co......”, unico super­stite di una banda di klezmorim sterminata da un gruppo rivale, e Hava, avvenente cantante ballerina fuggono insie­me dal villaggio in cui è avvenuto lo scontro a fuoco tra i musicisti. Contemporaneamente un giovane di nome Yaacov accusato di aver rubato il cappotto del suo maestro viene allontanato da una yeshivà situata tra le cime innevate dei Carpazi.

Nel suo girovagare Yaacov incontra Vincenzo, ebreo malgrado il nome, anch’egli cacciato dalla propria yeshivà per aver rubato una mela (una ogni giorno, confesserà poi Vincenzo), in realtà espulso a causa del suo sonnam­bulismo divenuto insopportabile agli altri. A loro due si unirà in un secondo momento lo zigano Ciokolà, salvato in extremis mentre penzola impiccato ad un albero. I tre, divenuti compagni inseparabili, trascorrono il tempo spostandosi da un luogo all’altro. Per guadagnarsi da vivere ciascuno suona uno strumento: Yaacov il clarinetto, Vincenzo il violino, Ciokolà il banjo o la chitarra, oltre a cantare storie in cui le vicende del popolo ebraico sono assur­damente mescolate alle tradizioni gitane: Mosé partito dal deserto alla testa di una carovana di ebrei che si reca al pellegrinaggio delle Saintes Maries de la Mer, il figlio di un rabbino che va al mercato insieme allo zio, impa­gliatore di sedie, su una carrozza trainata da cigni, e così via.

Giunti nella città di Odessa, dove “la vita è facile, la vita è serena (e) metà della sua popolazione è costituita da ebrei”, Yaacov, Vincenzo e Ciokolà fanno la conoscenza di Noah Davidovich e di Hava. Da quel momento i cinque bizzarri personaggi, ciascuno in fuga dal proprio passato, costituiranno una nuova variopinta compagnia di musicisti klezmer e saranno pronti a lanciarsi alla “conquista dell’Est”.

Joann Sfar fa seguire al racconto alcune pagine di post-fazione nelle quali parla a ruota libera di sé, del suo rapporto con il proprio ebraismo e con Israele, paese che ama ma al quale sente di non appartenere, confida la sua avversione nei confronti di chi, da qualunque parte stia, specula sulla storia delle persone per affermare le proprie convinzioni politiche. “Il genere klezmer - dice Sfar - è stato inventato per trasmettere a tutti il bisogno di essere amati. È bello che si suoni il klezmer ancora oggi, con così tanta energia e così tanti non ebrei sia in scena che tra il pubblico. Perché vuol dire che tante persone sono disposte ad aiutare gli ebrei a portare un po’ del peso della loro memoria. Ed è così che di colpo il klezmer smette di essere una musica fatta da ebrei per gli ebrei”.

 

Così diversi per argomento, per stile grafico e narrativo, i tre fumetti che ho fin qui descritto, rappresentano per molti versi la sintesi della composita realtà ebraica collocata tra Israele e Diaspora, tra passato e presente. Sempre secondo Sfar si tratta di un linguaggio narrativo che “chiede molto al suo pubblico” poiché lo costringe ad una “attività di immaginazione” e ad “accettare una serie di convenzioni inerenti al genere”.

Risulta al tempo stesso evidente che anche l’ebraismo, nelle sue molteplici espressioni, tende ad avvalersi in misura sempre maggiore di questa forma di comunicazione per dialogare con se stesso e con il mondo circostante.

 

Sergio Franzese

 

- Galit e Gilad Seliktar, Fattoria 54, Comma 22, Bologna 2009, pagg. 124, 12 

- Walter Chendi, La Porta di Sion, Edizioni BD, Milano 2010, pagg. 108, 12

- Joann Sfar, Klezmer - I. Conquista dell’Est, Rizzoli Lizard, Milano 2010, pagg. 112 – XV,  17