Libri

 

Bet Chajjim ovvero una casa contro l’oblio

di Emilio Jona

 

Come ricorda Paolo De Benedetti nella breve, ma densa, premessa a questo “Cimitero Ebraico di Acqui Terme” di Luisa Rapetti (Editrice impressioni grafiche, Acqui Terme, 2009), il cimitero in ebraico è chiamato bet chajjim, casa dei viventi, cioè luogo contro l’oblio, mentre la successione genealogica è “il segno fondamentale della bene­dizione di Dio”. E Laura Rapetti, infatti, assume il cimitero ebraico di Acqui Terme come il luogo del ricordo e come una sorta di archivio documentale di quel microcosmo, che era la comunità ebraica di quel comune dell’alessandrino, e lo fa con un lavoro epigrafico esemplare tracciandone la microstoria con un’accurata e punti­gliosa ricognizione dei luoghi, degli spazi e delle iscrizioni sulle centinaia di lapidi che hanno resistito all’ingiuria del tempo e della dimenticanza.

Si tratta di un cimitero relativamente recente, la cui area di circa 3800 mq. fu acquistata nel 1836 dalla comunità, che, nel primo ottocento, era composta da circa 500 persone, ovviamente costrette, sino al 1848, all’isolamento e alle restrizioni dell’intolleranza cattolica. L’autrice ne ricostruisce l’iter storico e documenta il contenuto e la tipo­logia degli epitaffi.

Essa nota che nei testi delle iscrizioni sono presenti alcune precise fonti d’ispirazione: Il libro di Giobbe, le Lamentazioni e il Qohelet, ma anche “ricordi di eventi storici, scene di dolore e di commiato, orgoglio per un libro scritto o una vita spesa nella virtù, ma sopratutto testi poetici, perle linguistiche,iscrizioni metriche, con una ricchezza lessicale e d’immagini spesso felice, in particolare nelle tombe più antiche”, nonché una varietà di codici linguistici che passano dall’ebraico talmudico, aramaizzante, all’aramaico vero e proprio delle traduzioni della Bibbia (Targumim).

Seguono poi le trascrizioni di centinaia di epigrafi con la descrizione delle rilevanze iconografiche delle tombe, con i loro soggetti e valenze simboliche, spesso zoomorfe o fitomorfe, e i profili dei personaggi più rappresentativi della comunità.

Particolarmente interessante è la parte del libro destinata all’iconografia delle tombe, dove appaiono il serpente, con la sua bivalenza semantica, l’uroboro, il serpente che si morde la coda, la civetta, uccello impuro come ricorda il Levitico, ma insieme simboleggiante saggezza, morte, sonno, la clessidra alata, che è l’emblema dell’irreversibilità del tempo, la quercia simbolo di forza fisica e morale, il salice, la palma, il papavero, l’anfora, il drappo, la fiamma o la coppia di torce capovolte, l’uovo, sino al cardinale simbolo ebraico delle tavole della legge e alla stella di Davide e alle mani che “nel rituale ebraico sono un medium del dono e della preghiera della benedizione e della consacrazione”.

Dunque un libro costruito con piena cognizione di causa di grande utilità per capire la storia di una piccola, ma un tempo viva, comunità ebraica piemontese e per conservarne il ricordo e la conoscenza.

Emilio Jona