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Stato palestinese a settembre?
 

di Israel De Benedetti

 

Comincio a scrivere questo articolo, mentre in America si susseguono i giuochi dei discorsi: prima Obama, poi Bibi, Obama di nuovo e infine il grande successo del discorso di Bibi davanti al Congresso a Washington. Mentre i nostri capi parlano, l’autorità palestinese continua ad agire, con successo, nel campo della politica internazionale. Grazie alla sua leadership e soprattutto al suo ministro degli esteri e al capo del governo, Israele è riuscita a trovarsi oggi in un isolamento quasi completo in campo internazionale, mentre i nostri vicini passano da un successo all’altro, non ultimo la dichiarazione di Napolitano di riconoscere come Ambasciata la delegazione palestinese in Italia.

Nonostante questo quadro poco soddisfacente, l’opinione pubblica del paese può essere espressa da un sondaggio pubblicato oggi, 26 maggio, dal quotidiano Haaretz: il 51% della popolazione ritiene Bibi un ottimo capo del governo, un 47% approva il suo discorso davanti al Congresso americano. Scritto questo, potrei chiudere l’articolo: Israele fa quadrato attorno al suo governo, se ne infischia di quanto pensino all’estero e naturalmente respinge l’idea della proclamazione a settembre di uno stato palestinese.

Quali sono le cause di questo consenso? A mio parere la gente comune in Israele è soddisfatta dal fatto che le violenze e gli atti terroristici sono diminuiti di molto (a parte gli incidenti al nord il 15 maggio!!!) ed ora è più preoccupata dai problemi sociali: disoccupazione (anche se minore di quella dei paesi occidentali, Italia compresa), aumento del divario tra ricchi e poveri (e i poveri aumentano sempre di più), educazione ecc. Quasi stiamo diventando un paese comune che non conosce altri problemi.

Tuttavia va segnalato che personaggi di spicco nella leaderschip nazionale, ex capi di stato maggiore, ed ex capi di servizi segreti, per non parlare di grandi imprenditori, non hanno mancato di sottolineare in questi giorni le loro preoccupazioni e la loro disapprovazione su alcuni punti fondamentali del programma enunciato da Bibi. Alcuni di questi generali hanno sottolineato che le forze armate di Israele sono in grado di difendere qualsiasi confine che il governo accetti di stabilire con i palestinesi e nell’era dei missili non ha nessuna importanza la posizione geografica dei confini. Se ci si accorderà a trattare sulla base della linea verde del 1967, a parer loro militarmente non c’è nessun problema. Alla base di queste considerazioni sta il convincimento che il tempo non lavora a favore di Israele, ma ogni nostro rinvio a venire incontro ai palestinesi rende questi più sicuri di sé e soprattutto più appoggiati in campo internazionale. Una delegazione di questi personaggi si è incontrata al Cairo con il nuovo Ministro degli esteri egiziano per esprimere le proprie idee e soprattutto sottolineare quello che loro sono pronti a proporre per far riprendere le trattative. Purtroppo questi personaggi non hanno oggi molto peso politico.

Ma cosa offre oggi Bibi ai nostri vicini:

1 - La richiesta di riconoscere Israele come lo stato del popolo ebraico.

2 - Non si parla di confine del 1967.

3 - I nuovi confini devono tener conto dei mutamenti demografici nella zona.

4 - Non si parla né di Gerusalemme né dei profughi.

5 - I palestinesi devono scegliere tra due opzioni: riappacificarsi con Hamas e quindi nessuna trattativa con Israele, oppure sganciarsi da Hamas e iniziare le trattative.

La mia logica personale, e non mi ritengo affatto un commentatore politico, mi costringe a riflettere su questi punti a modo mio:

1. - Quando mai uno stato chiede a un altro di riconoscere la propria definizione di stato di questo o di quell’altro popolo?

2 - Sui confini approvo quanto sostenuto da tanti nostri generali (vedi sopra).

3 - Se si deve tener conto dei mutamenti demografici e se si considera che non c’è nessun blocco degli insediamenti, è chiaro che la superficie che Israele è disposta a lasciare ai palestinesi andrà diminuendo di giorno in giorno.

4 - Si può e si deve parlare di Gerusalemme e dei profughi e con un po’ di buona volontà dalle due parti sono problemi risolvibili (nei documenti della iniziativa di Ginevra firmata da israeliani e palestinesi si parla di soluzioni ragionevoli di questi due punti).

5. - O.K., noi giustamente non vogliamo trattare con chi non accetta lo stato d’Israele, ma nei partiti che compongono la nostra coalizione governativa militano personaggi di primo piano che pubblicamente dichiarano di essere contro a qualsiasi forma di stato palestinese, e questi personaggi ovviamente non vengono considerati da noi un ostacolo alle trattative.

Un professore di storia di una delle nostre università ha terminato ultimamente una lunga ricerca negli archivi statunitensi e israeliani sul periodo che ha preceduto nel 1973 la guerra del Kippur. In una trasmissione alla radio israeliana ha riportato come nel febbraio del 1973 Golda Meir, che era allora primo ministro di Israele, avesse avuto un grande successo in un discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti. Nella stessa occasione quello che era allora il segretario di stato statunitense, Kissinger, le aveva comunicato che c’erano stati approcci da parte di Sadat per firmare un trattato di non belligeranza o perfino di pace con Israele a condizione che tutto il Sinai fosse restituito. Golda Meir aveva risposto che la restituzione di tutto il Sinai era cosa del tutto impossibile. Il resto è noto!!! Ci auguriamo tutti che la storia non si ripeta.

Chiudo questo articolo il 6 giugno: ieri al confine siriano si sono ripetute le manifestazioni di massa che si erano già avute il 15 maggio, giorno in cui gli arabi ricordano la proclamazione dello stato d’Israele, per loro calamità e tragedia. Ieri hanno voluto sottolineare l’inizio della guerra dei sei giorni. Queste manifestazioni di masse disarmate di civili lungo i confini, nel tentativo di oltrepassarli, sono un fenomeno nuovo, forse nato dai successi che hanno avuto le mobilitazioni in piazza di milioni di civili in Tunisia, Egitto, Siria e Yemen. Contro questa nuova forma di ribellione, Israele si sta cimentando a fatica e sono in molti a prevedere che queste manifestazioni andranno crescendo di intensità verso settembre. Si tratta di una nuova forma di guerra in cui ogni vittima serve per sventolare al mondo le colpe di Israele. D’altra parte nessuno stato può permettersi la violazione delle sue frontiere.

Se Israele, oltre a schierare le truppe, si decidesse a presentare ai palestinesi e al mondo un vero piano di trattative, bloccando gli insediamenti, forse si potrebbe arrivare a migliori risultati.

Ruchama, 6.6.2011

Israel De Benedetti

   

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