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Pregiudizio antisemita e anti-islamico: una ricerca

 

di Bruno Contini

 

Dove si annida il pregiudizio antisemita e anti-islamico nella società italiana ? È possibile descriverne le caratteristiche e “misurarne” la diffusione? Si tratta di due pregiudizi in qualche modo indipendenti tra loro oppure l’essere antisemita implica necessariamente essere anti-islamico o viceversa ?

A queste domande fornisce alcune risposte molto interessanti una indagine “Permanenza e metamorfosi delle forme del pregiudizio: antisemitismo e islamofobia”, autori due sociologi, Alfredo Alietti e Dario Padovan, rispettivamente delle Università di Ferrara e Torino, nel quadro delle iniziative del Comitato Passato e Presente di Torino (a cui fanno capo il Centro Studi P. Gobetti, la Fondazione Istituto Piemontese A. Gramsci, la Fondazione Rosselli e l’Istituto G. Salvemini), con un generoso finanziamento della Compagnia di San Paolo. La ricerca è stata già presentata al pubblico accademico, nonché, in collaborazione con la Associazione Hans Jonas, alla Camera dei Deputati, introdotta dal Presidente Fini.

La realizzazione del percorso di ricerca è stata preceduta da un lungo dibattito tra gli autori e un comitato scientifico ad hoc, e da un confronto con ricercatori del network europeo “Ethnic Relations, Anti-Semitism and Racism”, di cui gli autori fanno parte da anni. Lo scambio di idee ed opinioni si è indirizzato principalmente sul questionario, strumento fondamentale per questo tipo di studi empirici, focalizzando l’attenzione sulla costruzione delle domande relative alla rilevazione degli atteggiamenti pregiudiziali contro ebrei e musulmani. Per la costruzione della base empirica sono stati intervistati telefonicamente con tecnica CATI (Computer Assisted Telephone Interview) 1528 soggetti maggiorenni, campione rappresentativo della popolazione italiana, stratificato sulla base di età, genere e residenza. Il questionario consiste di una serie di batterie di domande che si sono ispirate a strade ben conosciute specialmente in relazione agli atteggiamenti antisemiti (l’impostazione è simile alle indagini della Anti Defamation League e a quella recente del CDEC), mentre per gli atteggiamenti anti-islamici la situazione è meno evoluta.

Un particolare di rilievo di questa ricerca è il fatto che si tratta della prima indagine italiana in cui si studia la compresenza del pregiudizio anti-ebraico e di quello anti-islamico.

La costruzione delle scale di pregiudizio è stata pensata nella ipotesi che vi fosse una corrispondenza del pregiudizio antisemita e di quello anti-islamico, ipotesi che si è dimostrata corretta ex-post perché, a livello statistico, i due atteggiamenti si ritrovano sovente compresenti nello stesso intervistato.

Gli items utilizzati per costruire le scale di pregiudizio sono divisi in simmetrici tra antisemitismo e anti-islamismo (tolleranza, frequentazione dei membri del proprio gruppo, costruzione dei luoghi di culto, lealtà al paese ospitante), e asimmetrici che ne mettono in rilievo gli elementi avversivi (Ebrei che hanno troppo potere, Ebrei parlano troppo dell’Olocausto, Ebrei sostengono sempre la politica di Israele. Islam è una minaccia per la civiltà cristiana, gli imam fanno poco per combattere il terrorismo, Islam troppo tradizionalista, incapace di adattarsi al presente).

La seguente fig. 1 sintetizza per grandi linee la diffusione dei due pregiudizi, che gli autori definiscono anche come indicatori di “tolleranza” nei confronti di gruppi omogenei negativamente qualificati. Trattandosi di un sondaggio di opinione, va sottolineato con gli autori che dichiarare l’attribuzione di certi tratti negativi all’immagine del’ebreo o dell’islamico non implica azioni di antisemitismo o anti-islamismo militante. Può, tuttavia, costituire un humus fertile perché odiose manifestazioni di questo tipo possano attecchire. I risultati che si ottengono sono, secondo gli autori, in linea con quelli rilevati nelle indagini internazionali condotte da diversi istituti, tra i quali la Anti Defamation League.

La diffusione del pregiudizio mostra subito differenze di rilievo, ma non sorprendenti: il 12% del campione è decisamente antisemita (“intollerante”) e il 38% anti-islamico. Considerando anche gli ambivalenti con pregiudizio (modalità alta e medio-alta), l’atteggiamento anti-semita coinvolge metà della popolazione adulta (39+12=51), mentre quello anti-islamico raggiunge quasi l’80% (38+41=79). L’assenza di pregiudizio non è, purtroppo, una qualità diffusa: il 13% della popolazione italiana risulterebbe non avere alcun pregiudizio nei confronti degli ebrei, e solo il 5% nei confronti degli islamici.

Non è questa la sede per spiegare come questi indicatori di pregiudizio vengono costruiti. Il questionario consta di varie batterie di items, a ciascuno dei quali gli intervistati rispondono sulla scala “vero-falso”. La tab. 1 riporta alcuni items particolarmente significativi e consolidati nella prassi dei sondaggi di opinione. Gli indicatori di pregiudizio sono costruiti sulla base di opportune aggregazioni e ponderazioni delle risposte fornite dagli intervistati.

   Tab.1

Gli autori presentano elaborazioni sul livello di pregiudizio a seconda dell’età, livello di istruzione, posizione politica e livello sociale. Il dato più interessante (nonché statisticamente significativo) consente qualche punta di ottimismo sul pregiudizio: i giovani sono decisamente più “tolleranti” dei meno giovani (tra le persone con meno di 40 anni i tolleranti si aggirano intorno al 68%; tra gli ultra 60-enni non si raggiunge il 40%).

Questo risultato trova un ovvio riscontro nei dati sull’istruzione poiché oggi oltre metà della popolazione al di sotto dei 30 anni è provvista di diploma di scuola media secondaria. Il grado di istruzione è moderatamente importante per spiegare il pregiudizio: più elevato tra coloro che hanno un basso grado di istruzione sia che si tratti di pregiudizio antisemita, che - in forma più intensa - di pregiudizio anti-islamico. Tra le persone con elevato livello di istruzione il grado di intolleranza alta o medio-alta verso gli ebrei raggiunge il 34% della popolazione (25,6 + 8,4= 34) e quasi il 70% di quello verso gli islamici (36,1+33,8= 69,9).

Il livello sociale è vagamente discriminante per quanto riguarda il pregiudizio antisemita: più alto tra gli operai (58%) che tra i ceti medi e borghesia dove le differenze sono poco significative (40 - 45%). Il pregiudizio anti-islamico non evidenzia differenze di rilievo. Anche in questo caso, peraltro, il risultato riflette il livello medio di istruzione, più alto tra ceti medi e borghesia rispetto ai lavoratori manuali.

La posizione politica è una caratteristica solo modestamente discriminante sul pregiudizio razziale: il pregiudizio è un po’ più elevato tra chi vota tendenzialmente a destra, sia nei confronti degli ebrei (58% a destra, 45% a sinistra), che degli islamici (86% a destra, 72% a sinistra). La tradizionale diffidenza verso gli ebrei e l’ebraismo di chi si colloca a destra si accompagna sovente, per contro, a una posizione favorevole allo Stato d’Israele. Viceversa, tra chi si colloca nell’area di centro/sinistra, si registra un atteggiamento meno antisemita nel senso classico, ma una posizione di maggiore critica a Israele.

Un approfondimento importante riguarda la distinzione tra “vecchio” e “nuovo” antisemitismo, distinzione plausibile, anche se non priva di ambiguità e incertezze. Le risposte degli intervistati sono significativamente distribuite attorno a un gruppo di items che identificano un antisemitismo tradizionale di matrice cattolica (Ebrei poco tolleranti; Ebrei troppo potere economia e finanza; Ebrei parlano troppo Olocausto; Ostilità ebrei verso cristiani inizio 2000 anni fa; Ebrei preferiscono frequentare membri loro gruppo) e un gruppo di items che alludono piuttosto al giudizio politico e morale nei confronti di Israele in quanto stato a maggioranza ebraica (Ebrei più leali ad Israele; Ebrei sostengono politica Israele sempre e comunque). I dati mostrano una prevalenza di “nuovi” antisemiti, sovente critici di Israele.

 

 

Il difficile tema del vecchio verso il nuovo antisemitismo viene quindi collegato all’antisionismo. Incrociando l’item “il governo israeliano si comporta con i palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei” che può funzionare da indicatore della posizione verso Israele (il 42% del campione giudica l’affermazione vera o abbastanza vera) con l’indicatore complessivo di intolleranza verso gli ebrei (tab. 10), si nota che la posizione verso Israele influenza i livelli di antisemitismo: tra chi si riconosce (molto o abbastanza) nell’affermazione sulla posizione del governo israeliano, il 62% mostra un livello di intolleranza alto o medio-alto nei confronti degli ebrei; tra chi non vi si riconosce, il livello di intolleranza si riduce al 44%. La differenza è significativa e ripropone quanto si evince dalla tab. 3.

Gli “intolleranti” sono spesso intolleranti tout court: si evince dalla tab. 2 che quasi la metà del campione (44,7%) nutre sentimenti anti-ebraici e contemporaneamente anti-islamici, contro un modesto 14,7% che non mostra pregiudizio razziale né per gli uni, né per gli altri. Si scopre, invece - e questa asimmetria è di notevole interesse - che un numero considerevole di intervistati rivela un atteggiamento sostanzialmente favorevole nei confronti degli ebrei, ma del tutto pregiudizievole nei confronti degli islamici (34,1% del campione). Mentre un piccolo gruppo pro-islamico si dichiara su posizioni chiaramente anti-ebraiche (6,5%). A quanto pare, ebrei e musulmani sono, seppure con percentuali difformi, oggetto di un pregiudizio alla cui base sta un discorso razzista che vede una minaccia nello straniero o nel “diversamente” italiano od europeo.

Nel complesso, i risultati di questa indagine non forniscono grandi sorprese rispetto a quanto ci si sarebbe potuto attendere. Ciò nondimeno costituiscono materiale di grande interesse poiché da un lato confermano tendenze già riscontrate in passato da analoghe indagini sull’antisemitismo; dall’altro danno conto di alcuni tratti comuni del pregiudizio anti-ebraico e anti-islamico, ma anche, e soprattutto, di molti tratti assai diversi e finora affatto conosciuti. In sintesi le conclusioni di maggiore rilievo:

1 atteggiamenti genericamente antisemiti sono ben presenti nella società italiana; ma quelli islamofobici assai di più;

2 la grande maggioranza degli antisemiti sono anche anti-islamici, ma non è vero il contrario: molti anti-islamici non sono affatto antisemiti;

3 l’età è un fattore determinante del livello di tolleranza: i giovani sono decisamente più tolleranti dei vecchi. Questo vale sia per l’antisemitismo, e, in misura minore, per l’islamofobia;

4 le persone con un elevato grado di istruzione sono più tolleranti nei confronti degli ebrei di quelle che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. Lo stesso non vale in relazione all’islamofobia;

5 non vi sono differenze di genere per quanto concerne l’intolleranza verso ebrei e musulmani;

6 il razzismo è più diffuso tra chi si riconosce politicamente a destra. Nella sinistra, in genere, si riscontra maggiore tolleranza;

7 se però si considera come gli intervistati si pongono nei confronti di Israele, essere di sinistra diventa un fattore negativo discriminante. Non sorprendentemente, chi si dichiara di sinistra è generalmente più critico verso lo Stato di Israele (“anti-sionista”) di quanti si riconoscono a destra. La ricerca non distingue però tra critica alla politica dello Stato di Israele e critica alla sua stessa esistenza;

8 chi vota a destra ha frequentemente un atteggiamento di tradizionale diffidenza verso gli ebrei e l’ebraismo, ma esprime nel contempo una posizione favorevole allo Stato d’Israele. Chi si colloca nell’area di centro/sinistra rivela invece un atteggiamento meno antisemita nel senso classico, ma una maggiore critica verso lo Stato di Israele;

9 mentre sembrano essere presenti alcuni fattori che risultano discriminanti sul livello di antisemitismo (età, istruzione, posizione politica, posizione sociale), nessuno, a parte l’età degli intervistati (ma anche questa assai modestamente), discrimina sul livello di islamofobia.

Vale la pena sottolineare una condivisibile conclusione degli autori: “….Questa ricerca rivela un apparente paradosso. Ci dice che le civiltà storiche dell’ebraismo e dell’islamismo, con tutto il loro correlato di cultura religiosa e visione del mondo, suscitano una scarsa ostilità, comunque assai minore dell’antipatia provocata dagli attuali ordinamenti temporali di quelle comunità politiche che si riconoscono in una tale radice (ossia lo Stato di Israele e gli Stati dell’area islamica) e dagli stessi individui che si dichiarano appartenenti a quelle tradizioni, ritenuti aprioristicamente poco leali al paese nel quale risiedono (l’Italia), orientati verso il proprio gruppo e portatori di abitudini, usi e costumi difficilmente adattabili (o integrabili) al nostro modello di vita e regole domestiche. Ciò vale tanto più per la componente musulmana. In questa prospettiva possiamo sostenere che sono le persone in carne ed ossa, nonché l’“ostentazione” di simboli e segni di appartenenza, a suscitare paure e pregiudizi, o a confermare stereotipi negativi. Infatti, la maggioranza degli intervistati è d’accordo con la costruzione di sinagoghe e moschee e ritiene vero che le due civiltà abbiano esercitato un’influenza positiva sulla cultura europea. Questi risultati sottolineano come il tanto evocato discorso sullo scontro di civiltà risulti nell’immaginario collettivo sostanzialmente debole e poco decisivo nell’orientare l’opinione pubblica.”

Difficile, purtroppo, trarre da questa indagine indicazioni sulle “scelte politiche” atte a contrastare il fenomeno dell’intolleranza. L’ignoranza è alla base di tutti i razzismi. La scuola è un antidoto alla lunga efficace, ma combattere l’ignoranza è una battaglia di lunghissimo periodo. Unica consolazione il fatto che più istruzione per tutti, fondamentale ricetta per ricostruire il futuro dell’Italia, porterà con sé qualche frutto positivo anche in relazione al pregiudizio razziale.

giugno 2011

Bruno Contini

 

Sarebbe di enorme importanza, specialmente di questi tempi, sondare molto più a fondo la diffusione dell’intolleranza verso tutti i “diversi”. È molto probabile che l’intolleranza verso gli islamici (e in minore misura verso gli ebrei) si estenda agli zingari e agli extracomunitari, specialmente se di pelle scura. Ma non è detto che gli elementi discriminanti tra queste altre intolleranze - età degli intervistati, livello di istruzione, posizione politica, etc. - siano gli stessi che troviamo in questa ricerca. E sarebbe urgente saperne di più.