Comunità di Torino

 

Riflessione su una comunità che cambia

 di Deborah Tagliacozzo

 

Fino a una decina di anni fa gli schieramenti che si opponevano alle elezioni comunitarie si distinguevano tra loro per ragioni politiche: la “destra” contro la “sinistra”; le rispettive concezioni di comunità erano in realtà molto simili tra loro.

Oggi entrambi gli schieramenti sono “trasversali”: si va oltre l’ideologia seguendo la moda italiana che vede di fatto dissolversi la distinzione destra/sinistra.

Fino a una decina di anni fa i sostenitori di entrambi gli schieramenti e la comunità tutta erano fondamentalmente “laici”. La religione in quanto rispetto di regole e studio rigoroso della tradizione era relegata ai pochi rispettatissimi religiosi senza i quali tutti si sarebbero sentiti perduti. Oggi quegli stessi religiosi sono più religiosi, coloro che rispettavano poco o niente si sono avvicinati alle mitzvot, persino la scuola è meno laica e più confessionale e l’ufficio rabbinico è più rigoroso. Entrambi gli schieramenti vedono tra i loro sostenitori molti osservanti. Anche in questo la comunità segue di fatto la tendenza mondiale che vede un ritorno alla religione.

Per anni la comunità è stata gestita senza soluzione di continuità dal Gruppo di Studi: giovane, presente, attivo, ideologizzato raccoglieva consensi con le sue forti personalità, con il suo giornale, con le sue attività politiche e culturali. Tutte le realtà non possono sopravvivere uguali a se stesse per anni anche per ragioni anagrafiche: ad un certo punto si è formato un gruppo più giovane, dotato di nuovi entusiasmi, meno politicizzato e meno incentrato sulla cultura. Di questo gruppo sono subito entrati a far parte alcuni dei “figli del gruppo”; questo gruppo, Comunitattiva, si è creato sostanzialmente in occasione di una tornata elettorale ed ha immediatamente avuto quale principale obiettivo la “rivoluzione” dell’ufficio rabbinico in quanto non condivideva metodi e atteggiamenti del rabbino capo. Di riflesso si è formata una corrente di “sostenitori” del rabbino i cui principali esponenti erano anch’essi giovani, anzi più giovani. Questa contrapposizione sicuramente pesantemente influenzata anche da alcuni “padri” ha di fatto creato una scissione nel Gruppo. In sostanza i “figli” hanno diviso i “genitori”.

Le scorse elezioni dopo un periodo di “rodaggio” Comunitattiva si è presentata forte di un programma chiaro (cambiare il rabbino e attuare una politica fortemente inclusiva nei confronti di tutti gli iscritti) e di un candidato presidente “autonomo” del Gruppo di Studi (con il quale evidentemente non condivideva più tutte le principali posizioni), il Gruppo di Studi si è presentato diviso, la comunità si è trovata orfana del suo gruppo-guida sul quale si era adagiata per anni. Di fatto gli iscritti hanno dato fiducia a Comunitattiva.

In queste elezioni il nodo rabbino pareva quasi superato o per lo meno non ha costituito il cuore della campagna elettorale. Ma allora, al di la di antipatie personali, cosa divide veramente i due schieramenti? Credo che malgrado le apparenze siano molto diverse le visioni di comunità; da una parte la volontà di una comunità più “nuova” o “moderna” disponibile a sposare nuovi temi e metodologie portate da rabbini stranieri, da ebrei israeliani, da iscritti “lontani”; dall’altra una visione di comunità più “tradizionale”, maggiormente concentrata sulle esigenze delle persone che più assiduamente la frequentano. Due visioni a loro modo condivisibili, ma molto diverse tra loro.

Ma allora cosa è successo in queste elezioni? Difficile dirlo: al di là dei tecnicismi e delle campagne elettorali più o meno efficaci e più o meno “aggressive”, credo che gli iscritti non se la siano sentiti di sposare completamente una comunità che è stata pesantemente cambiata (con nuove attività, una diversa scelta culturale, un ufficio rabbinico unico in Italia nel suo genere). A me quest’idea piaceva, ma evidentemente non è condivisa dalla maggioranza. Mi piace credere che la ragione non sia invece legata a timori per il bilancio: non si può sempre ragionare con il portafoglio, altrimenti le comunità piccole come la nostra non falliscono, ma si dissolvono.

Deborah Tagliacozzo