Attualità

 

Giornalismo e maldicenza

di Rav Alberto Moshe Somekh

 

Il problema dell’informazione eticamente corretta alla luce della Halakhah ruota intorno alle due parti, solo apparentemente avulse l’una dall’altra, del versetto Wayqrà 19,16: “Non andare sparlando (rakhìl) nel tuo popolo, (ma) non stare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo”. L’accostamento dei due precetti vuole metterne in luce la possibile interdipendenza: in linea di principio è proibito “andare sparlando” del prossimo, ma a certe condizioni, se questo tipo di informazione può essere utile al fine di evitare “il sangue del tuo prossimo”, può essere consentita. Si tratta di stabilire: 1) cosa si intende per “sparlare”, ovvero quali sono i limiti di principio per l’informazione; 2) quali sono le situazioni di “sangue del tuo prossimo” che consentono o addirittura impongono deroghe al divieto di principio e 3) quali sono gli eventuali accorgimenti cui il giornalista deve comunque attenersi in questi casi.

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La Halakhah e il pensiero ebraico sono molto sensibili al fatto che la parola, orale o scritta, possa essere uno strumento di violenza e persino di morte non meno dell’azione. In alcuni casi la punizione per una maledizione è persino più grave di quella comminata per una violenza fisica, se non altro perché la mentalità comune è di non dar soverchio peso alle parole rispetto ai gesti. La Torah insiste molto sulla trasgressione della maldicenza, arrivando a distinguere livelli differenti. Valgano per tutti i Maestri le parole del Maimonide, Hil. De’ot 6,2-3:

“Chi è il rakhìl? Colui che raccoglie informazioni e si reca dall’uno all’altro dicendo: “Così ha detto il tale! Così e così ho sentito sul conto del tale! Anche se è vero, distrugge il mondo. C’è una trasgressione molto più grave di questa, inclusa nello stesso divieto della Torah, ed è la leshòn ha-rà’. Consiste nel parlar male del prossimo, anche se si dicono cose vere. Chi dice menzogne, inoltre, è chiamato motzì shem ra’ ‘al chaverò (diffamatore del prossimo). Il maldicente abituale (ba’al leshòn ha-rà’), infine, è colui che sta seduto e dice: Così ha fatto il tale! Così erano i suoi antenati! Così ho sentito dire di lui! E dice cose spiacevoli. Di costui dice il versetto: “Recida H. tutte le labbra maliziose, la lingua che parla con arroganza” (Sal. 12,4).

Dicono i Maestri (‘Arakhin 15b): “Tre trasgressioni vengono punite in questo mondo e chi le commette non ha parte nel Mondo a Venire: 1) l’idolatria; 2) le relazioni sessuali proibite e 3) l’omicidio, ma la leshon ha-ra’ vale come tutte tre messe insieme”. Ancora dicono i Maestri che chiunque racconti leshòn ha-rà’ è come se rinnegasse D., come è detto “Essi dicono: siamo forti della nostra lingua, le nostre labbra sono con noi, chi è il nostro Signore?” E ancora hanno detto (Yerush. Peah 1,1): “La leshòn ha-rà’ uccide tre persone: chi la pronuncia, chi la ascolta e colui di cui si parla. Ma chi la ascolta (soffre) di più di chi la pronuncia”.

In sintesi, si può incorrere nella trasgressione di rakhil anche se non si parla male del prossimo, ma ci si limita a riportare notizie sul suo conto che non ha piacere siano risapute, o gli si riferisce ciò che altri hanno detto di lui sia pure senza intenzione alcuna di suscitare l’odio contro la sua persona (sebbene questo effetto sia probabile); similmente, non occorre aver detto falsità per aver commesso leshon ha-rà’, nel momento in cui comunque si parla o si scrive male di chicchessia. Scrive R. Menachem ha-Cohen (da „Orot“ 7-9/1993; trad. Rav S. Bahbout):

“Quando un giornalista intervista una persona pubblica sulla sua vita privata, su qualcosa che non ha nessun interesse per il pubblico, fa qualcosa di illecito. Per esempio, se il giornalista, intervistando un uomo politico, chiede se è vero che nella sua giovinezza ha fatto una certa cosa e questo allo scopo di svergognare la persona di fronte alla collettività, questo è certamente maldicenza; ma se il giornalista fa delle domande sul periodo in cui l’intervistato era un uomo politico, su azioni negative che egli ha fatto o che fa tuttora nell’esercizio dei suoi compiti, ciò è consentito. Infatti, accanto al precetto positivo di evitare la maldicenza, c’è anche il precetto di smascherare gli ipocriti. Quanto è stato detto per un Maestro, e cioè che deve essere esente da ogni macchia, vale per ogni uomo pubblico che deve sempre essere d’esempio… C’è differenza tra il fare della maldicenza nei confronti del prossimo dicendo cose che non è necessario che la collettività conosca e il dire cose che invece è necessario che la collettività conosca. Ammettiamo, ad esempio, che io sappia che qualcuno ha rubato e che io non metta in guardia la collettività nei confronti di costui: in questo caso agirei male, in quanto è mio compito avvertire la collettività che tal persona è un ladro e metterla in guardia”.

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La ragione di tale importante eccezione ha la sua base nel precetto di “non stare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo, assistendo alla sua morte se sei in grado di salvarlo” (Rashì ad loc. sulla base di Sanhedrin 73). In tal caso il divieto della maldicenza “arretra” a fronte di un danno peggiore. R. Yonah da Gerona (Sha’arè Teshuvah, par. 218) è ancora più esplicito: “Se sai che la persona non ha timor di D. e procede continuamente per una via non buona, è Mitzwah parlar male di lui e render pubbliche le sue trasgressioni, svergognare i trasgressori agli occhi degli uomini, affinché le cattive azioni ripugnino agli ascoltatori”.

Ma nello stesso tempo occorre guardarsi da un ulteriore divieto: quello di sospettare di persone per bene. Come afferma il Talmud (Mo’ed Qatan 18b): “Una persona non può essere sospettato di qualcosa finché non l’ha fatta”. Scrive ancora R. Menachem ha-Cohen: “Un giornalista, quando scrive, deve sempre dare al pubblico la sensazione che questo uomo, pur essendo sotto processo, è innocente, fin tanto che l’imputazione che gli vien fatta non sia stata ancora provata. Gli è quindi proibito affermare che l’uomo pubblico ha rubato, ma può solo dire che si dice abbia compiuto un certo misfatto, che tuttavia non è stato ancora provato… A un giornalista si chiede di relazionare e non di interpretare i fatti. C’è un giornalismo di interpretazione, ma non può esservi nelle questioni che riguardano l’imputazione per fatti penali. Ci può essere solo un’interpretazione post-processo, ma non ante-processo. Il giornalista deve comunicare i fatti, e se non li conosce, dove cominciasse a fare ipotesi e interpretazioni, farebbe cosa proibita dal punto di vista sia della Torah che della morale generale”.

R. Israel Meir ha-Kohen (m. 1933) nella sua opera Chafetz Chayim sulla maldicenza si sofferma sulla situazione di chi è in grado di fornire referenze di estrema importanza in casi delicati: per esempio chi vede un amico mettersi in società d’affari con una terza persona moralmente inaffidabile o fidanzarsi con una ragazza affetta da un male pregiudicante, ovviamente senza saperlo. Egli scrive che la persona in questione è tenuta a comunicare, ma enumera cinque regole da tenere presenti:

• Non esagerare o drammatizzare la situazione che stai riferendo.

• Pesa le tue parole attentamente, verificando che ciò che riporti è un fatto reale e non una semplice sensazione o un giudizio personale.

• Verifica che lo scopo della tua rivelazione sia puramente quella di prevenire un danno o una perdita a chi riceve la notizia e non, per esempio, vendicarsi del colpevole. Se tuttavia sai a priori che chi riceve la notizia non ne farà tesoro, occorre astenersi dal riferirla.

• Verifica di essere l’unica persona in grado di fornire l’informazione. Se il beneficiario la può conoscere da altre fonti, astieniti dal riportarla.

• Sincerati che riportare la notizia a seconda persona non danneggi la terza parte, ovvero la persona di cui parli (P.es.: Se A sta considerando di entrare in società d’affari con B, io posso informare A che B era stato espulso da scuola per falso solo se ciò annulla ulteriori vantaggi che deriverebbero a B dall’entrare in società con A; se invece così facendo non mi limito a prevenire la promozione di B, ma provoco anche il suo licenziamento, farei a B un danno maggiore di quello da cui proteggo A e devo mantenere il silenzio).

Non è invece necessario conoscere il problema di prima mano prima di riportarlo. Il Talmud (Niddah 61a) afferma: “La maldicenza, anche se non si deve accogliere, va tenuta presente”.

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Rav Menachem Emanuele Artom z.l. riprende l’argomento in uno dei “gruppi di studio su problemi attuali alla luce della Torah” che si riunivano sotto la sua guida a Gerusalemme negli anni 1979-80: gli atti relativi furono pubblicati dalla società Torat Chajim nel n. 91 dell’omonima rivista, uscito nel Tammuz 5740 (Luglio 1980). Estendendo le considerazioni del Chafetz Chayim sulle referenze private agli affari pubblici, “il gruppo ritiene che gli utenti dei mass media vadano considerati come soci o destinati a divenire soci in quegli affari… Perciò i mass media sono autorizzati, ed addirittura tenuti, a pubblicare cose riguardanti gli interessi del pubblico; infatti, essendo loro scopo informare su argomenti importanti interessanti il pubblico, si possono considerare i loro utenti come individui che si rivolgono ad essi per ottenere informazioni sui dirigenti degli affari della collettività di cui fanno parte” (p. 6). Il gruppo perviene alla conclusione che “è permesso pubblicare nei mass media qualcosa che riguarda la vita privata di un individuo - come è permesso farlo a voce - solamente alle seguenti condizioni:

a) chi si prepara a dar pubblicità alle cose le ha ben investigate e gli risulta senza dubbio che sono vere;

b) se vi è in quel che si vuol pubblicare qualcosa di disdicevole sull’interessato, chi vuol farlo deve aver prima ammonito quell’individuo e questi ha continuato nella sua via;

c) la pubblicazione può portare vantaggio al pubblico (per esempio allontanare altri dal seguire la stessa via) o è sperabile che induca l’individuo a cambiare strada;

d) il medium scelto è, per le sue tendenze ed il pubblico dei suoi utenti, adatto a raggiungere gli scopi di cui alla lettera c)” (p. 5).

Particolare attenzione si deve prestare alla pubblicazione delle fonti, sia dei fatti propalati che di eventuali commenti. Inoltre occorre dare alla persona criticata la possibilità di saperlo esattamente e al più presto, possibilmente prima della pubblicazione. Se l’interessato reagisce, le sue parole vengano pubblicate sullo stesso medium che aveva trattato delle sue azioni.

Rav Alberto Moshe Somekh

    

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