JCall

 

Israele chiama?

 

Da qualche mese dal Marocco all’estremità del Golfo Persico il mondo arabo sta ribollendo. Finalmente non è il problema israelo-palestinese a mobilitare le folle arabe; le rivendicazioni che emergono fortemente dalla massa dei manifestanti, che raccoglie i soggetti più diversi, è quella del lavoro, del pane, della libertà e della democrazia. Regimi militari e autocratici che avevano rapporti passabili con Israele e lo proteggevano dal rischio islamico sono in crisi profonda e c’è da chiedersi quale sarà l’impatto sulla regione di questi eventi e se Israele potrà continuare ad aggrapparsi ad un vecchio status quo mentre tutto si sta muovendo.

Ci si deve chiedere anche che cosa sortirà da questi sconvolgimenti e che cosa resterà dei vecchi rapporti di Israele con i suoi vicini e che cosa fare di fronte alla solitudine d’Israele, alle critiche generalizzate e indiscriminate di cui oggi esso è oggetto in Europa e nel mondo, al rinnovarsi di campagne di boicottaggio di merci e cultura israeliana, e come smarcarsi e come reagire a posizioni unilaterali o preconcette, siano esse pro Israele o pro Palestina.

Resta anche da valutare perché la società israeliana si sia con una certa facilità abituata a convivere con l’occupazione e perché, benché vi sia una maggioranza di ebrei israeliani favorevoli alla pace e alla creazione di uno stato palestinese, tuttavia questa maggioranza potenziale non riesca a trasformarsi in una maggioranza politica. Infine ci si deve porre il problema se e come questa sorta di primavera politica e sociale che sta percorrendo tante nazioni arabe possa in qualche modo contagiare l’immobile mondo israeliano.

Queste sono state in estrema sintesi le principali domande che hanno occupato il 19 giugno scorso il primo colloquio europeo di JCall. Abbiamo già dato conto in Ha Keillah di questo movimento, del suo nascere, delle sue ragioni e programma e del suo essersi rapidamente esteso nell’ebraismo diasporico d’Europa con lo scopo di far sentire la voce di ebrei partecipi e preoccupati per le sorti d’Israele e critici sulla deriva in cui il paese va scivolando spinto da chi oggi ha il potere. L’intenzione di JCall è quella di farsi ascoltare in Israele e in Europa, sollecitando questa nuova entità, purtroppo per buona parte ancora immaginaria, ad intervenire in modo unitario e diretto nel conflitto arabo-israeliano, non lasciando agli Stati Uniti quel ruolo di interlocutore privilegiato sino ad oggi inefficace, e avviare, favorire e concludere questo interminabile processo di pace.

Al colloquio di Parigi erano presenti circa quattrocento persone, in gran parte francesi. Dal lancio di JCall a Bruxelles nel maggio del 2010 si sono aggiunti due nuovi gruppi nazionali, quello olandese e quello tedesco. Una decina gli italiani presenti, tra cui sei membri del Gruppo di Studi Ebraici. David Calef, coordinatore di JCall Italia, ha condotto una delle tre tavole rotonde della mattinata, di cui parliamo qui a fianco, mentre Gad Lerner era tra gli oratori della tavola rotonda pomeridiana (interessante sentirlo illustrare la situazione politica dell’Italia; stimolante il confronto tra la “primavera araba”, che Lerner invita a vedere come un’opportunità, e l’esito delle nostre elezioni amministrative e dei referendum).

Inoltre alla conferenza erano presenti rappresentanti ufficiali di Jstreet e Yahad gruppi omologhi di Jcall rispettivamente negli Stati Uniti e Inghilterra. Ovviamente il contesto americano è molto diverso da quello europeo, come Steven Krubiner, rappresentante di Jstreet, ha messo bene in evidenza spiegando che molti membri del Congresso USA, pur condividendo in privato il principio dei due popoli, due stati, temono di esprimere questa posizione a voce alta per non scontentare l’elettorato ebraico: per questo Jstreet sta cercando di raccogliere i fondi per far eleggere un proprio rappresentante al Congresso. Più difficile il contesto europeo, sia per l’inesistenza dell’Europa come entità politica autonoma (come è stato messo in evidenza nella tavola rotonda pomeridiana), sia per l’antisemitismo sensibilmente presente in molti paesi (molto preoccupante, per esempio, la situazione descritta in conversazioni private da una esponente olandese).

JCall sta lentamente superando il muro di resistenza che la circondava nel mondo ebraico, almeno in alcuni paesi. L’anno scorso subito dopo il lancio di JCall, Richard Pasquier il presidente del Conseil Représentatif des Institutions juives (CRIF) aveva criticato l’organizzazione e i suoi obiettivi; quest’anno Pasquier è venuto al convegno e la sua presenza è stata riconosciuta ufficialmente nel corso di una delle sessioni: questo dimostra che l’istituzione più importante dell’ebraismo francese riconosce JCall come interlocutore.

A JCall partecipano molte migliaia di persone e tra di esse intellettuali e personalità di prestigio, scrittori, storici, filosofi, politici, rabbini in tutta prevalenza europei, ma anche israeliani, e questo incontro aveva lo scopo di conoscersi, di contarsi e cominciare a parlarsi mettendo sul tappeto problemi, preoccupazioni e non ancora analisi approfondite e progetti d’intervento, anche se già si è ipotizzato di intervenire su politici e stati europei per spingerli ad una più incisiva presenza comune sul Medio Oriente.

È emersa nell’appassionato discorso di Elie Barnavi, storico e già ambasciatore di Israele in Francia, una sorta di cecità della politica israeliana, che pare incapace di cogliere la gravità dell’ora e la necessità di scelte coraggiose. L’attuale relativa tranquillità che il muro ha creato impedendo le infiltrazioni di terroristi, un certo benessere economico in controtendenza con la situazione europea ha fatto sì che sia apprezzata la condizione esistente di apparente quiete, ma in cui le persone appaiono come anestetizzate; esse infatti si appassionano e discutono di piccole cose quotidiane, in genere senza importanza, e paiono dimenticare i grandi problemi che stanno appena fuori la porta di casa e che indicano una realtà catastrofica e un paese sull’orlo del baratro.

E non si tratta di problemi ideologici, di destra o di sinistra, ma della sopravvivenza d’Israele e della conservazione e del rispetto per i valori ebraici di democrazia e di libertà, che un tempo erano centrali nella sua politica.

Raccontava Akiva Eldar, noto editorialista politico di Ha’aretz e di importanti quotidiani inglesi, di essere stato in Egitto nei giorni caldi delle manifestazioni contro Mubarak e di essersi messo in testa un cappellino di carta con scritte contro il regime, di essere entrato in un museo e, avendo detto ad un custode di essere israeliano, si è sentito rispondere: “ma come, non sei un compagno di Mubarak?”

Anche secondo Eldar non c’è in Israele un vero interesse al cambiamento in atto, non c’è coraggio politico, né desiderio di interpretare ed utilizzare quanto sta accadendo, né di avventurarsi con un poco di speranza in un futuro che appare carico di ancor fluide novità. Eppure vi sarebbero delle possibilità che non sono coltivate dal potere. Eldar ricorda di aver avuto, con altre personalità politiche e militari israeliane, alcuni incontri con Abu Mazen, alti dirigenti palestinesi e diplomatici egiziani e di averli trovati disponibili ad una normalizzazione dei rapporti e a realistici colloqui di pace, e ciò non certo per un improvviso amore per Israele, ma semplicemente per interesse.

C’è nel mondo un antisraelismo diffuso e c’è un Israele arroccato su posizioni esclusivamente difensive, come indifferente al giudizio altrui.

È vero che l’intreccio tra antisraelismo, antisionismo e antisemitismo, ora confuso ora perverso, è preoccupante, ma non si può non riconoscere che Israele fa ben poco per contrastarlo. E talvolta è anche difficile trovare una giustificazione valida alla condotta di Israele: ad esempio si è passati dai 100.000 abitanti degli insediamenti nei territori occupati al tempo degli accordi di Oslo agli oltre 300.000 attuali, che sono uno dei maggiori ostacoli alla pace.

Ora JCall si propone per un verso di contrastare e di contestare la politica del governo israeliano guardando con disponibilità e speranza agli aspetti positivi dei rivolgimenti in atto in Medio Oriente e per l’altro di combattere la delegittimazione di Israele in Europa e di rivendicare il suo diritto di paese democratico di vivere in confini sicuri, insieme a quello dell’ebraismo diasporico di essere critico sulle sue scelte perché partecipe alle sue sorti e a al suo futuro. Si tratta di posizioni che sostanzialmente collimano con quelle del G.S.E e di qui il nostro interesse e la nostra partecipazione al convegno parigino.

 

a cura di
Emilio Jona, Anna Segre, David Terracini

   

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