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Sul campo

 

Una delle tavole rotonde organizzate nella mattinata aveva per titolo La societá civile israeliana di fronte all’occupazione: testimonianze e prospettive ed era moderata da David Calef, coordinatore di JCall Italia. La prima a intervenire è stata Hagit Ofran, del Settlement Watch Project promosso da Shalom Achshav, la cui attività consiste in sopralluoghi nei territori occupati, verifica di foto aeree per rilevare eventuali nuovi insediamenti di coloni, informazione nei confronti dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto israeliana. La Ofran ha esordito dichiarando di voler essere ottimista (come afferma anche nella breve intervista che ci ha concesso), perché negli ultimi anni la maggior parte dell’opinione pubblica israeliana ha accettato il principio dei due stati; dall’altra parte, però, il campo della pace è marginalizzato e il pubblico israeliano non conosce veramente la situazione nei territori; l’informazione è importante perché la chiave per arrivare alla pace è l’opinione pubblica israeliana. In conclusione ha fatto notare che durante il governo Olmert sono nati più insediamenti che sotto Netanyahu ma nessuno ne parlava, mentre oggi anche una sola casa in più a Gerusalemme Est solleva dibattiti: questa è un’opportunità.

È poi intervenuto Ofer Bronchtein, presidente del Forum Internazionale per la Pace, che è in contatto regolare con i differenti attori della regione per aiutarli a sviluppare progetti congiunti di cooperazione economica. Bronchtein (che possiede tre passaporti, francese, israeliano e palestinese) ha dichiarato di condividere l’ottimismo di Hagit perché fino a pochi anni fa era considerato un tradimento parlare con Fatah, mentre oggi persino la destra israeliana riconosce la necessità di dialogare e sta avvicinandosi all’idea di riconoscere un futuro stato palestinese, che prossimamente sarà la grande novità della regione, e che dovrà essere riconosciuto anche dagli stati arabi circostanti. Ma il quesito da porsi oggi è: con la creazione dello stato palestinese si raggiungerà la pace? Il riconoscimento di Israele da parte di alcuni paesi arabi ha creato uno spazio di pace nella regione? Secondo Bronchtein la sfida della pace non passa solo attraverso la creazione dello stato palestinese né attraverso il solo riconoscimento dello stato d’Israele da parte dei paesi arabi. Le sfide della pace, come le sfide dell’Europa, sono di creare nell’ambito della cultura, dell’economia, dell’istruzione, della vita sociale delle possibilità di scambio nella vita quotidiana tra Israele e Palestina e paesi arabi confinanti, con frontiere aperte allo scambio delle merci come della cultura, della tecnica e dell’informazione. Alla domanda se sia più importante la creazione dello stato palestinese o la costruzione della pace Abu Mazen ha risposto che il popolo palestinese non ha interesse alla creazione di uno stato se la situazione rimane degradata come quella attuale. Il boicottaggio di Israele tramite l’embargo delle merci israeliane è praticamente inattuabile, perché qualsiasi cellulare ha nel suo interno dei pezzi prodotti in Israele, e lo stesso si può dire per i prodotti farmaceutici. Inoltre il boicottaggio danneggerebbe gli stessi palestinesi, dato che gran parte dei loro prodotti passa attraverso il mercato israeliano; questa interdipendenza va rinforzata facendo tesoro dell’esperienza dell’Europa che, dopo la guerra più cruenta della storia, ha trovato la forza di abolire le proprie frontiere. Bronchtein ha poi concluso affermando che le rivolte in atto nel mondo arabo sono un fatto straordinario, perché non si sono viste manifestazioni anti-israeliane per le strade, ma appelli alla libertà.

L’intervento di Sara Beninga riflette più o meno il contenuto dell’intervista che ci ha concesso (pubblicata qui a fianco). In generale la Beninga si è dichiarata meno ottimista dei due oratori che l’avevano preceduta, affermando che ormai c’è una battaglia da combattere da entrambi i lati della linea verde: se i palestinesi devono difendere i loro diritti o le loro case, gli israeliani devono difendere la loro libertà di espressione, come dimostrano gli arresti e i processi che lei stessa ha dovuto subire.

a cura di
Emilio Jona, Anna Segre, David Terracini

   

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