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Quattro processi, ma non mi fermo
 Intervista a Sara Beninga

 

Ti puoi presentare?

Ho 28 anni e abito a Gerusalemme ovest. Sono figlia di madre americana e di padre olandese.

Quale è stata finora la tua attività politica?

Sono tra i fondatori del Movimento Solidariot, che ha iniziato l’attività in difesa degli abitanti di quattro alloggi di Sheikh Jarrah, un quartiere della Gerusalemme nord-orientale, che rischiavano di essere espulsi dalle proprie case rivendicate da israeliani (sostenuti dall’organizzazione Shmone Tzadik International) in base a diritti di proprietà precedenti al 1948; prima del ’48, però, queste famiglie vivevano nell’attuale Israele e oggi rischiano di ritrovarsi profughi una seconda volta senza alcuna compensazione economica. A partire dal gennaio 2009 il Movimento ha iniziato ad organizzare settimanalmente manifestazioni ogni volta più affollate, represse dalla polizia con pestaggi ed arresti di parecchi aderenti al Movimento, seguiti da processi e condanne. Da allora il Movimento si è allargato ad altri quartieri della Gerusalemme Est, come Issawìya, Silwàn, Ras el Amùd, ed a Lud. A Lud insediamenti arabi ritenuti abusivi da Israele perché classificati in zona agricola dal piano regolatore sono stati demoliti dalle autorità, di notte e in pieno inverno, senza dare agli abitanti alcuna possibilità di rifugio.

Anche tu hai subito processi?

Sì, quattro

E come sono andati a finire?

Finora uno solo si è concluso. Contro un piano di ampliamento, approvato dal Comune di Gerusalemme in pochi minuti il nostro Movimento aveva organizzato una manifestazione davanti al municipio con la partecipazione di una trentina di persone. Quattro dei nostri sono stati arrestati dalla polizia (me compresa) con la scusa che era una manifestazione illegale, anche se la legge consente, a gruppi inferiori alle 50 persone, di andare dove vogliono. Il giudice, alla richiesta della polizia di vietarci di manifestare in Gerusalemme per 150 giorni, ha sentenziato che gli arresti erano ingiustificati perché esiste libertà di opinione e che i manifestanti avevano diritto al risarcimento dei danni. Per uno degli altri tre processi dovrebbe esserci la sentenza in estate.

Cosa ti aspetti?

Non so. In teoria il caso potrebbe essere considerato analogo ai processi a carico di coloro che manifestavano contro il ritiro da Gaza, tutti conclusi con assoluzioni. Chissà se verso di noi, che abbiamo sempre manifestato in modo non violento, saranno usati gli stessi riguardi che sono stati usati per i violenti.

Che rapporti avete con la pubblica opinione dei palestinesi?

Il Movimento segue il principio di intervenire solo quando è invitato dalla comunità araba o palestinese, ed organizza dimostrazioni dove sono state commesse ingiustizie. Certo sarebbe più comodo fare manifestazioni a Tel Aviv, ma noi agiamo dove avvengono i fatti.

Poche settimane fa c’è stata una manifestazione contro l’insediamento a Ras el Amud, che è un ampliamento dell’insediamento di Ma’ale ha-Zeitim, costruito dal miliardario americano Moskowich. Da notare che all’inaugurazione di questi ampliamenti ci sono stati uomini di governo che al presidente Obama hanno fatto discorsi di pace… Sheikh Jarrah è sito in una posizione strategica, a lato della Gerusalemme storica e all’interno del cerchio del cosiddetto Bacino Sacro intorno alla città.

Al convegno hai parlato di una manifestazione religiosa. Ci sono dei religiosi tra voi?

I religiosi nel nostro movimento sono forse il 20%. Ma per noi l’orientamento religioso o laico del singolo non ha rilevanza. Quello che conta è far capire che sono i principi di giustizia insiti nella cultura ebraica che devono prevalere. Per esempio abbiamo recentemente organizzato in una sinagoga a Gerusalemme un Tikun Shavuot, la tradizionale veglia di studio, in cui si è discusso della progressiva perdita dei valori etici dell’ebraismo.

Parlaci ancora dei rapporti politici coi palestinesi e con gli arabi israeliani

Gli arabi israeliani teoricamente hanno gli stessi diritti degli ebrei israeliani, ma in realtà non è così, e la situazione va peggiorando, perché sono schedati e controllati sempre di più e quindi hanno paura di esprimersi. I palestinesi dei territori sono in condizioni molto peggiori, ma hanno meno da perdere. A Gerusalemme est non esiste un piano che consenta ai palestinesi alcuna costruzione: debbono pagare le tasse come le parti più ricche della città, e l’evasione comporta il ritiro dei documenti. Se lasciano il paese per più di qualche anno perdono il diritto di ritornare. C’è un villaggio palestinese costruito dai profughi dopo il ’48 che i piani israeliani individuano zona agricola e che teoricamente avrebbe dovuto essere demolito completamente, ma grazie alle manifestazioni e all’intervento della magistratura la demolizione non ha avuto luogo.

Il lavoro fatto a Sheikh Jarrah, con incontri settimanali con la popolazione, comincia a funzionare bene per mobilitare l’opinione pubblica palestinese. È importante tenere vivi i movimenti non violenti di opposizione agli insediamenti, ed interessare studenti che fanno ricerche e girano documentari su questi fatti, perché altrimenti le espansioni avvengono silenziosamente e nessuno ne parla.

Diversa la situazione degli arabi israeliani, che sono rappresentati politicamente da partiti, di cui non sempre condividiamo l’orientamento. Gli arabi israeliani a poco a poco, ma solo individualmente, si avvicinano al nostro movimento.

Non abbiamo rapporti diretti con l’Autorità Palestinese, ma solo con alcune organizzazioni non violente; recentemente è uscito su un giornale in Cisgiordania un articolo che, pur non menzionandoci direttamente, loda iniziative come le nostre. Ciò significa che le nostre azioni sono note ed apprezzate.

a cura di
Emilio Jona, Anna Segre, David Terracini

    

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