Israele

 

Faciloneria, insensibilità e la realtà delle colonie

 di Giorgio Gomel

 

L’avviso dell’Ufficio giovani della Comunità di Roma del 21 aprile invitava a un “Happening e barbecue con i nostri fratelli a Itamar”. Non diceva niente di una espressione di solidarietà per l’orribile assassinio della famiglia Fogel di qualche settimana prima. Parlava di una “giornata gioiosa con i cittadini di Itamar” (cittadini di quale stato? Una specie di stato di Giudea e Samaria, come alcune correnti del movimento dei coloni predicano, un terzo “stato” oltre a quello di Israele e a quello “virtuale” di Palestina?).

Il tono era appunto da festa e gita bucolica. Ho trovato l’iniziativa improvvida e demagogica: mi ha colpito la mancanza di senso della misura e di onestà intellettuale. Semmai Itamar è un luogo in cui meditare e ragionare. Ragionare sull’immane errore storico e politico degli insediamenti, uno dei maggiori ostacoli oggi a un negoziato di pace che conduca a una soluzione del conflitto basato sulla spartizione della terra contesa - chiamatela Eretz Israel o Palestina - fra due popoli con pari dignità di diritti. Oltre 500.000 persone abitano oggi in 140 insediamenti e outposts abusivi fra il West Bank e Gerusalemme est. Vi si sono insediate dalla fine degli anni ’70 con il sostegno dei governi di Israele in terreni di proprietà di palestinesi o espropriati da Israele in quanto “state lands”. Una parte rilevante dei coloni è poco disposta allo sgombero anche nell’ambito di un accordo di pace; è pronta a ricorrere alla violenza nell’opporsi all’ eventuale decisione dell’evacuazione, come dalla striscia di Gaza; rifiuta di vivere come cittadini di un futuro stato di Palestina, minoranza ebraica in uno stato arabo, alla stessa stregua della minoranza araba nello stato di Israele.

Ad un’opinione così liberamente espressa su Shalom - il giornale della Comunità -, opinione che riflette quella di forse la metà o più degli israeliani e di molti ebrei della Diaspora (i movimenti Jstreet negli Stati Uniti e Jcall in Europa ne sono solo la voce più attiva) si reagisce con una scritta insultante contro di me, sui muri della Scuola ebraica, luogo che dovrebbe essere deputato all’educazione al sapere e al rispetto dell’altro. La scritta resta lì come atto di oltraggio e di intimidazione per tre giorni, sotto gli occhi di studenti, insegnanti, abitanti della zona.

Questi atti di intolleranza non sono nuovi nella Comunità di Roma. Come garantire il rispetto dell’altro e il civile confronto delle idee è il tema essenziale che la Comunità, con il Centro di cultura e la Scuola, deve affrontare con serietà.

Giorgio Gomel

   

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