Israele

 

Le ragioni degli altri

di Guido Ortona

 

Parlando della questione israelo-palestinese mi capita piuttosto sovente di avere l’impressione che il mio interlocutore ed io parliamo linguaggi diversi. A volte l’impressione nasce dal fatto che io considero il mio interlocutore vittima di pregiudizi, o disinformato, o comunque caratterizzato da qualità negative che gli impediscono di ragionare bene. Altre volte probabilmente e con altrettanta ragione (o torto) il dialogo è reso impossibile dal fatto che il mio interlocutore ha un’idea analoga di me. Nessuno di questi due casi è interessante. Il caso interessante è quando questa impressione si produce mentre parlo, o comunque interloquisco, con persone che ritengo sufficientemente stimabili e ragionevoli perché un dialogo abbia senso, e che presumibilmente hanno di me un’opinione analoga. Questo intervento in effetti è dovuto al commento di un lettore (Szalom Lew Korbman) a un mio articolo su Hakeillah: un commento misurato e dignitoso, con cui però ero assolutamente in disaccordo. Questo disaccordo esemplifica bene questa situazione.

La barriera alla comunicazione di cui sopra credo che possa prodursi solo in due casi. Il primo è quello di informazioni diverse. Uno dei due interlocutori (o entrambi) ha allora torto, e la differenza di opinioni dovrebbe scomparire una volta che le informazioni siano state eguagliate. Faccio un esempio. Mi è capitato, molti anni fa, di discutere con uno studente marocchino, molto intelligente, il quale si poneva il problema di come avessero fatto gli imperialisti occidentali a convincere gli ebrei a emigrare in Israele, lasciando il sicuro ambiente europeo per recarsi nella conflittuale Palestina. Date le informazioni che gli erano state fornite, questa domanda assurda era in realtà del tutto ragionevole; e una persona ragionevole e onesta (ma le due caratteristiche sono purtroppo rare, e che siano compresenti è ancora più raro) ne riconoscerebbe l’infondatezza, una volta che sia adeguatamente informata. Il secondo caso (che dal punto di vista logico è in realtà un sottoinsieme del primo) è quando si ha un’idea diversa delle condizioni generali, ovvero, nel gergo delle scienze sociali (in questo caso particolarmente appropriato) dello “stato del mondo”. Ed è questo il caso di cui vorrei discutere.

La differenza di opinioni sullo stato del mondo riguardo al conflitto in Medio Oriente mi pare che consista in questo. Alcuni, forse molti ebrei ritengono che Israele sia ormai in una situazione in cui è molto probabile che alla lunga non ci siano margini di trattativa, “o noi o loro”. Altri, fra cui io, pensano che le cose non stiano così. Per i primi, alla lunga o Israele sarà distrutta come stato ebraico, o anche solo come stato in cui gli ebrei possano vivere senza essere discriminati, oppure i palestinesi dovranno essere neutralizzati come popolo; auspicabilmente in modo pacifico, ma se necessario (noi o loro, appunto) anche con mezzi coercitivi. Ne consegue che la politica verso i palestinesi deve essere subordinata alla questione della sicurezza, e che la solidarietà umana verso i palestinesi oppressi non può trasformarsi in solidarietà politica fino a quando non venga trovato un modo per garantire l’assoluta neutralità e l’assoluta neutralizzazione di un ipotetico stato palestinese. E poiché questa possibilità non è visibile nell’attuale orizzonte, di fatto la solidarietà politica con la causa della creazione di uno stato palestinese è comunque anti-israeliana. L’oppressione dei palestinesi può essere dolorosa, ma è inevitabile.

Questo ragionamento, naturalmente, lascia molto spazio alla mala fede: chi vuole la distruzione dei palestinesi affermerà che, appunto, non ci sono alternative. Da che mondo e mondo i guerrafondai hanno sempre sostenuto che la guerra era l’unica alternativa, e da che mondo e mondo di solito ciò è falso. Con individui di questo genere non vale la pena discutere. Esiste anche una vasta zona grigia di persone che preferiscono credere che la situazione sia appunto “noi o loro”, e a tal fine ignorano opportunamente le informazioni disponibili, perché ciò semplifica vari dilemmi morali. E poi esiste anche un’altra zona grigia, più nobile, composta da coloro che ritengono che coloro che stanno nelle retrovie (fra i quali l’autore di questa nota) non sono moralmente autorizzati a dare consigli a chi sta in prima linea.  È un atteggiamento rispettabile, che però nulla toglie (e se mai qualcosa aggiunge) alle difficoltà della soluzione del conflitto. Il problema del dialogo con queste persone è importante e anche molto interessante, ma qui non me ne occupo. Questo articolo riguarda coloro che in buona fede accettano lo scenario “noi o loro”.

Naturalmente, chi invece pensa che non siamo (forse non siamo ancora) nella condizione “noi o loro” ritiene invece conseguentemente che sia possibile arrivare a una pace di compromesso accettabile. Nasce di qui l’impossibilità di dialogo di cui parlavo prima: chi accetta lo scenario “noi o loro” giudicherà un suo interlocutore favorevole ad uno stato palestinese un ingenuo nel migliore dei casi, e un traditore nel peggiore; chi lo respinge sarà facilmente indotto a pensare che il suo interlocutore è un guerrafondaio. Io ritengo giusto il secondo scenario, ma riconosco che il primo può essere accettato anche da individui ragionevoli e in buona fede, ed è a questi che mi rivolgo.

Se dal presupposto “noi o loro” si deducono convincentemente le conclusioni che ho elencato (sostanzialmente la necessità di neutralizzare i palestinesi se si vuole evitare la scomparsa di Israele), allora saremmo di nuovo nel caso di un contrasto componibile: il problema sarebbe quello di stabilire chi ha ragione sullo stato del mondo. Ma in realtà quelle conclusioni sono logicamente errate: chi ritiene che siamo nella condizione “noi o loro” non dovrebbe arrivare a quelle conclusioni. Per tre motivi.

1. Se la situazione è “o noi o loro”, allora alla lunga la soluzione sarà “loro”. La tecnologia, la demografia e l’evolversi della situazione internazionale stanno lentamente ma visibilmente modificando i rapporti di forza; ma sopratutto, proprio il fatto che più di ogni altro sembra giustificare un approccio “sicurezza innanzitutto”, e cioè che Israele non ha retrovie, fa sì che in quest’ ottica la sicurezza di Israele sarà garantita solo se vincerà tutte le guerre future, il che sembra estremamente improbabile anche solo statisticamente.

2. A meno che, naturalmente, Israele non disperda i palestinesi a un punto tale da rendere di fatto impossibile per decenni (o per sempre) ogni loro rivendicazione. Ciò può essere ottenuto però solo con mezzi tali da contrastare con l’etica e la religione ebraiche in una misura tale da far sì che gli eventuali vincitori non potrebbero più aspirare a essere lo stato degli ebrei in quanto popolo. Nel momento in cui l’identità nazionale ebraica fosse costruita sulla diaspora (inevitabilmente molto dolorosa) di un altro popolo, giustificato in nome della supremazia ebraica e/o del diritto divino di Israele sulla Palestina o di altri argomenti consimili, si perderebbe qualsiasi riferimento all’universalismo dei valori morali e al principio di tolleranza che sono, mi pare, fra le caratteristiche fondamentali della cultura ebraica. Io non sono religioso; ma per molti religiosi è importante che Israele sia il popolo eletto. Mi pare che a questa locuzione possono essere assegnati solo due significati. Il primo è “eletto per testimoniare di valori morali”: “Perché tu sei un popolo santo per il signore Dio tuo, il quale ti ha scelto [...] affinché tu sia un popolo particolarmente suo” (Deuteronomio, 14, 2). Il secondo è “eletto per ottenere una particolare assegnazione materiale”, e cioè la Terra Promessa: “Darò a te ed alla tua discendenza dopo di te la terra dove soggiorni come straniero, tutta la terra di Canaan, quale possesso perenne” (Genesi, 17,8). Il secondo significato appare oggi orribile, se preso alla lettera; ma è quello che inevitabilmente si affermerebbe se i palestinesi venissero costretti a una diaspora. Infatti questa sarebbe l’unica giustificazione coerente con la fondazione di uno stato ebraico in quelli che oggi sono i territori palestinesi. Uno scisma nell’ebraismo mondiale sarebbe molto probabile, e anche auspicabile.

3. Infine, se Israele sceglie la strada dell’accettazione del principio “noi o loro” perde qualsiasi diritto all’appoggio morale del resto del mondo. Se l’alternativa è la diaspora degli israeliani oppure quella dei palestinesi, allora non c’è più alcun mo-tivo per cui la seconda sia più giustificata della prima. Gli argomenti universalistici a favore di Israele sono due: che Israele è una democrazia e i paesi arabi no; e che gli ebrei eventualmente espulsi da Israele non avrebbero un posto dove andare. Ma contro il primo argomento si può obbiettare che Israele è sempre meno democratico e i paesi arabi sempre di più, e che comunque l’essere democratici non giustifica l’oppressione di chi non lo è; e contro il secondo che in realtà sarebbe assai più difficile per i palestinesi che per gli ebrei trovare un asilo in caso di una nuova diaspora.

Quindi: l’accettazione del principio “noi o loro” implica che si accetti che Israele verrà distrutto, o che distrugga (con tutta la barbarie che ciò comporta), o che perda il diritto alla solidarietà internazionale. Chi allora è sicuro che quella sia la situazione non ha scampo: deve rassegnarsi a una o più delle tragiche conseguenze che ho elencato. Diverso è il caso di chi ritiene che la situazione “noi o loro” sia la più probabile, ma non necessariamente la sola possibile. Per costoro il ragionamento fatto fin qui vale anche al contrario: chi vuole escludere le possibilità della distruzione di uno dei due contendenti, difendere i valori universali dell’ebraismo e conservare il diritto morale all’esistenza di Israele, deve rinunciare a ragionare in termini di “noi o loro”, e deve riconoscere che l’unica via praticabile, ancorché stretta e accidentata, è quella di una pace di compromesso accettabile per entrambe le parti.

La logica del discorso non può insomma essere “prima di tutto viene il problema della sicurezza di Israele, e sulla base di questo bisogna decidere cosa concedere ai palestinesi”. Deve necessariamente essere “bisogna riconoscere ai palestinesi alcuni diritti fondamentali, altrimenti non vi potrà essere pace, oppure non vi potrà essere un Israele democratico e con diritto riconosciuto ad esistere”. La conclusione, in fondo, è banale: se vogliamo davvero la pace, il primo passo è riconoscere le ragioni degli altri.

Guido Ortona

ortona@unipmn.it

maggio 2011

   

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