Storia e Memoria

 

Oltre il nome

 di Elena Fallo

 

Oltre il nome è un progetto ideato e diretto dalla prof.ssa Adriana Muncinelli, in via di realizzazione per l’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea di Cuneo Dante Livio Bianco.

Dopo qualche anno di attesa a causa della mancanza di fondi necessari per sviluppare la ricerca, l’occasione per dare corpo all’attività si è presentata quando la Fondazione Giovanni Goria di Asti, in collaborazione con la Fondazione CRT di Torino, ha indetto il Master dei Talenti della Società Civile, con l’obbiettivo di sostenere dei progetti di ricerca da realizzarsi sul territorio piemontese e valdostano.

Sul progetto è impegnata Elena Fallo, una giovane storica, appassionata studiosa della storia dell’antisemitismo, che già nel 2008 ha pubblicato una sua prima opera: Antisemitismo in America. Storia dei pregiudizi e dei movimenti anti-ebraici negli Stati Uniti da Henry Ford a Louis Farrakhan.

A Elena Fallo abbiamo chiesto di descrivere il lavoro che sta compiendo, tra consultazione di documenti di 70 anni fa e scoperte via internet, con rigore di storica e sentimento di compassione, per conservare la memoria di centinaia di ebrei, profughi in fuga provenienti da ogni parte d’Europa, che speravano di trovare la salvezza nelle vallate cuneesi, e che invece qui furono catturati e deportati ad Auschwitz.

 

Il progetto di ricerca

La ricerca ha come protagonisti gli ebrei stranieri provenienti dal sud della Francia, in prevalenza dalla zona di Saint Martin Vésubie, che, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, cercarono la fuga e la salvezza in Italia. Di questi, 349 ebrei furono arrestati, il 18 settembre 1943, dai nazisti, le cui truppe avevano iniziato a occupare Cuneo e la sua provincia, e furono rinchiusi nell’ex-caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo, che, da quel momento in poi, si trasformò in un campo di internamento per ebrei. Il 21 novembre 1943, 331 ebrei del campo furono deportati, via Savona-Nizza-Drancy, ad Auschwitz. Ad oggi è stata accertata la sopravvivenza di sole 23 persone.

Il primo studioso che si è occupato di questi argomenti è stato lo storico Alberto Cavaglion, il cui lavoro è confluito nell’opera Nella notte straniera. Gli ebrei di Saint Martin Vésubie. 8 settembre-21 novembre 1943, pubblicato per la prima volta nel 1981 e che costituisce una base documentaria fondamentale, da cui è indispensabile partire.

 

Che dietro al nome qualcosa ancora di noi rimanga

L’obbiettivo generale che si prefigge la ricerca Oltre il nome è quello di compiere un percorso a ritroso che, partendo dal nome della persona, ricostruisca la storia individuale e familiare degli ebrei deportati dal campo di Borgo San Dalmazzo, riuscendo ad andare appunto “oltre il nome”, per restituire ad ognuno dei deportati un’identità, un volto, qualche frammento della vita precedente e contemporanea alla persecuzione che li ha condotti a Borgo e, da lì, ad Auschwitz. Dietro ad ognuno di quei nomi c’è un essere umano, un uomo, una donna, un bambino, con un passato e con un futuro che gli è stato strappato via. Il nazismo intendeva cancellare quelle persone, la loro storia, la loro individualità, persino il loro nome, in modo che scomparisse qualsiasi traccia del loro passaggio, qualsiasi ricordo della loro esistenza. Primo Levi in Se questo è un uomo scrive: “Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”.

 

Per il Museo della Deportazione di Borgo

L’obbiettivo più specifico è finalizzato alla raccolta del materiale necessario per l’allestimento, nei locali dell’ex-campo di Borgo, di un Museo della Deportazione, che andrà ad ampliare e integrare il Memoriale della Deportazione, eretto nel 2006 nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Borgo e che riporta i nomi dei prigionieri, l’età al momento della deportazione e il loro paese d’origine.

Seppur apparentemente circoscritta nel tempo (18 settembre-21 novembre 1943) e nel luogo (campo di Borgo), in realtà questa ricerca abbraccia un periodo molto lungo, che ha origine negli ultimi anni dell’Ottocento e, passando attraverso il nazismo e le leggi razziali in Europa e in Italia, arriva fino alla conclusione della seconda guerra mondiale e, in alcuni casi, fino ad oggi e interessa tutta l’Europa, a partire dai paesi di origine degli ebrei stranieri per arrivare ai luoghi di emigrazione e/o di fuga dalla persecuzione nazista.

 

Documenti d’archivio e siti web

Punto di partenza è stato il materiale d’archivio che l’Istituto storico ha raccolto nel corso degli anni, in prevalenza costituito da lunghi elenchi di nomi. Accanto alla lista degli internati nel campo di Borgo, mi sembra importante ricordare qui altri due elenchi: il primo è quello ribattezzato “Elenco Tabacchi”, perché comprende soltanto i maschi adulti, a cui fu concessa la possibilità di ricevere delle sigarette all’interno del campo.  È un documento di estrema utilità poiché, essendo stato redatto a mano dagli stessi prigionieri, contribuisce alla corretta ricostruzione dei nomi.

Il secondo è costituito dalle note scritte da don Raimondo Viale, il parroco di Borgo che offrì aiuto a numerosi ebrei giunti dalla Francia; in queste liste don Viale riportò tutti i dati anagrafici che potevano servire per redigere dei documenti falsi e consentire così la fuga a molti.

Oltre al materiale d’archivio, uno strumento che si è rivelato fondamentale è stato il web, che costituisce una grande risorsa, soprattutto in ricerche come questa dove è indispensabile attingere ad archivi e biblioteche presenti nei luoghi più diversi del mondo. Solamente una quindicina di anni fa un lavoro di questo tipo, che si avvale in buona parte della ricerca tramite internet, non sarebbe stato possibile.

Allo stesso tempo però, essendo il web un contenitore inesauribile di dati, c’è il grosso rischio di perdersi nell’oceano di informazioni che esso contiene; è pertanto necessario stabilire a priori dei criteri precisi, selezionando i siti internet in base alla loro attendibilità e verificabilità delle fonti e partendo da quelli che afferiscono a centri di ricerca e di studio riconosciuti a livello internazionale (Yad Vashem di Gerusalemme, United States Holocaust Memorial Museum di Washington, Memorial de la Shoah di Parigi).

 

La famiglia Dreifuss

È stato così possibile in alcuni casi individuare “eredi” i cui genitori o nonni avevano partecipato in prima persona agli eventi e in altri scovare testimoni diretti di cui non si sapeva nulla, come per la famiglia Dreifuss. In quest’ultimo caso il punto di partenza sono state le Stolpersteine o pietre d’inciampo, un’iniziativa nata una quindicina di anni fa per opera dell’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare i cittadini deportati nei campi di concentramento nazisti. Queste pietre sono delle targhe di ottone di piccole dimensioni poste di fronte alla porta di casa della persona deportata, che riportano nome, anno di nascita, luogo e data di deportazione, data di morte, se conosciuta. Sul sito del comune di Mannheim, città di residenza dei coniugi Dreifuss, erano presenti le Stolpersteine di Eugen e Rosa (entrambi internati a Borgo) ed inoltre erano indicate in poche righe le informazioni sul nucleo familiare. Da lì è stato possibile ricostruire la presenza di due figli, Bernard e Henny, dei quali non si conosceva l’esistenza, e venire a sapere che quest’ultima è sopravvissuta e vive attualmente a Düsseldorf. Attraverso la sua testimonianza e grazie al materiale documentario che ha donato all’Istituto storico, è stato possibile ricostruire la storia della sua famiglia: Eugen Dreifuss nacque il 14 giugno del 1886 a Strumpfelbrunn, una cittadina a una sessantina di Km da Mannheim, da Mosè e Henriette Alexander. Sposò Rosa Ascher, nata nel 1893 a Bad Mergentheim, nel Baden-Württemberg, da Mathilde e Bernard. Ebbero due figli, entrambi nati nella città di Mannheim, dove la famiglia viveva in Goethe Strasse 18: Bernard, nato il 18 febbraio del 1921 e Henriette, nata il 6 aprile del 1924.

Eugen, commerciante, era un membro attivo del partito socialdemocratico tedesco e quando Hitler salì al potere nel 1933, capì immediatamente che la situazione sarebbe peggiorata sia per gli oppositori politici sia per gli ebrei e quindi decise di abbandonare già nel 1933 la Germania con la famiglia e di emigrare in Francia. Qui i Dreifuss vissero prima a Strasburgo, città dell’Alsazia, nel dipartimento del Basso Reno, poi a Le Havre, nella Francia nord-occidentale. Quel periodo viene descritto in modo efficace dalle parole di Henny Dreifuss: “Gli anni fino al 1939 furono caratterizzati dalla perdita della patria - io ero diventata una bambina straniera - dalla disoccupazione dei genitori, da molte incertezze che riguardavano la nostra famiglia, ma anche dalle circostanze politiche in Germania e dal destino dei nostri parenti”.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale e la Francia venne sconfitta e occupata dai nazisti, Henny si trovava a Limoges, dove aveva iniziato a lavorare presso un orfanotrofio della città; questi orfanotrofi erano stati creati già nel 1939 per accogliere i bambini dei rifugiati della guerra civile spagnola e dei combattenti delle Brigate Internazionali, che, dopo la vittoria di Franco, avevano cercato rifugio in Francia ed erano stati accolti in campi eretti velocemente nella zona sud-occidentale del paese. In seguito all’invasione tedesca questi campi furono utilizzati per detenere i cittadini stranieri, gli oppositori politici, gli ebrei e chiunque fosse considerato pericoloso per il regime. Quando iniziarono le deportazioni dalla Francia, nell’estate del 1942, vennero anche perquisiti tali orfanotrofi, che ospitavano quindi i figli di questi nuovi prigionieri, prevalentemente di origine ebraica. Il personale che vi lavorava cercò di mettere in salvo questi bambini, affidandoli alle famiglie francesi del luogo. Nel frattempo la nonna di Henny aveva trovato rifugio in un chiostro di suore, dove fu protetta e dove rimase fino alla fine della guerra.

Bernard Dreifuss invece fu arrestato nel 1943 mentre si trovava a Rivel, città della Francia nord-occidentale, nel dipartimento della Linguadoca-Rossiglione, dove molto probabilmente cercava di fuggire in Spagna; fu internato a Gurs, trasportato a Drancy e infine deportato, il 6 marzo 1943, nel campo di sterminio di Majdanek, in Polonia, dove morì.

Intanto Eugen e Rosa erano riusciti a raggiungere la zona di occupazione italiana, dove erano stati assegnati in residenza forzata a Barcelonnette. Qui il 6 settembre 1943 furono trasferiti a Belvedère nella valle Vésubie, da dove l’8 settembre salirono fino al confine e, a piedi, attraversarono le Alpi valicando il colle delle Finestre o il colle Ciriegia. I coniugi Dreifuss furono arrestati dai tedeschi, in seguito al bando del capitano delle SS Müller del 18 settembre 1943 e rinchiusi nel campo di Borgo San Dalmazzo. Da qui giunsero, via Savona-Nizza-Drancy, ad Auschwitz il 10 dicembre 1943, dove morirono entrambi.

Henriette Dreifuss invece riuscì a salvarsi perché, nel periodo in cui visse e lavorò a Limoges, entrò in contatto con alcuni elementi della Resistenza francese; nel gennaio 1943, per partecipare attivamente alla Resistenza, si trasferì a Lione, assumendo il nome di battaglia di Marguerite Barbe, ispirato al nome della fidanzata del fratello Bernard. L’attività antinazista dei tedeschi e delle persone di lingua tedesca, come Henny, era orientata particolarmente verso le truppe di occupazione, in quanto condividevano con esse la lingua, la mentalità e sapevano che non tutti i membri della Wehrmacht erano sostenitori di Hitler. Il compito di Henny era quello di stabilire dei contatti all’interno dell’esercito, per poter in un secondo momento distribuire volantini illegali e giornali di propaganda antinazista, con l’obiettivo di formare dei gruppi di opposizione all’interno della Wehrmacht. Henny visse la liberazione a Lione e nel 1945, quando ormai la seconda guerra mondiale era conclusa, si trasferì in Germania, dove divenne un’attivista del Partito Comunista Tedesco.

 

Il lavoro dello storico

Durante il lavoro, ho avuto modo di provare la difficoltà di contemperare, da una parte, l’obiettività e l’imparzialità che la ricerca richiede e, dall’altra, le emozioni di rabbia, dolore, incredulità, che inevitabilmente subentrano di fronte a simili aberrazioni. In questi casi mi vengono in mente le parole di Benedetto Croce: “Lo storico risponde sempre a delle domande … e queste domande nascono dalle passioni che urgono nel suo petto”. Le emozioni che determinati eventi suscitano non sono da rifuggire o isolare, anzi, possono rivelarsi utili perché ci spingono a porci delle domande, la cui risposta deve però sempre ricercarsi nel metodo di indagine razionale, scientifico che contestualizzi gli eventi e offra risposte valide, attendibili e costantemente verificabili.

Elena Fallo

   

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