Libia

 

Microstorie e grande storia
Via dalla Libia

di David Meghnagi

 

Dei seimila trecento ebrei ufficialmente residenti in Libia nel 1967 (il numero reale era inferiore perché la comunità si guardava bene dal cancellare dal registro dei suoi iscritti chi era emigrato con la scusa di un viaggio “turistico”), trecento vivevano a Bengasi. Esclusi dalle attività connesse alla lavorazione e trasformazione del petrolio, gli ebrei avevano trovato ampia compensazione (con un cambiamento vistoso nelle condizioni generali di vita dell’intera comunità) nel commercio e in numerose attività di rappresentanza con l’estero. In meno di sei anni il numero della popolazione ebraica povera, valutato nel ’57 alla metà circa di coloro che non possedevano un passaporto straniero, era sceso a non più di quaranta nuclei famigliari.

Il crescente benessere era ampiamente visibile nel numero crescente di giovani ebrei che si iscrivevano al prestigioso “Liceo Dante Alighieri”; nella fuga dal vecchio quartiere ebraico, ormai abitato in prevalenza da arabi, verso i quartieri della città nuova, nell’intensificazione dell’uso della lingua italiana in sostituzione di quella araba (al contrario nella gioventù araba più colta era in atto un processo inverso, di sostituzione nell’uso quotidiano del dialetto arabo con la lingua classica). Le crescenti barriere linguistiche facevano da sfondo ad un mutato scenario carico di tensioni e conflitti che sarebbero venuti a galla nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra del giugno 1967.

Le prime avvisaglie di un nuovo pogrom erano cominciate il venerdì due giugno, quando anche gli ulema avevano cominciato a proclamare la guerra santa dalle moschee e a tenere sermoni in tal senso alla radio. Quasi contemporaneamente veniva indetta per il 5 giugno una settimana di propaganda in favore della causa palestinese, alla quale sotto la pressione della propaganda egiziana e siriana, si dovette associare anche il governo, dichiarando a nome del re che il paese si considerava “in stato di guerra difensiva” e si poneva a piena disposizione per la liberazione della Palestina. Le radio accese a tutto spiano in ogni luogo proclamavano l’imminente distruzione di Israele e dei suoi abitanti. Presa dal panico la direzione della comunità ebraica inviava al re un patetico telegramma di solidarietà, in cui si sottolineava la posizione di neutralità e la fedeltà alla sua persona. Nel chiuso delle sinagoghe veniva proclamato un digiuno, nelle case si accendevano i lumi a Rabbì Meir e a Bar Yochai. Temevo per mia sorella, temevo per mia madre. Più di ogni altra cosa mi terrorizzava la prospettiva di una violenza generalizzata contro le donne. L’immagine del pogrom era in me attenuata solo dall’angoscia prodotta dall’immagine degli eserciti arabi che accerchiavano lo Stato ebraico.

Tel Aviv distava pochi chilometri dal fronte orientale, il confine a Gerusalemme era costituito da un reticolato. Nel buio e nel silenzio della notte mi chiedevo cosa sarebbe accaduto se a colpire per primi fossero stati gli eserciti arabi. Il timore più grande era che potessero fare violenza ai miei genitori e a mia sorella. Lo spirito del sacrificio si era impossessato delle mie fibre più interne. Avevo perso qualsiasi interesse per la mia personale sopravvivenza. Dormivo armato di coltello pensando a come vendere cara la pelle. Passarono molti anni prima che ritrovassi il piacere di vivere per me e non solo per gli altri.

Alla notizia dello scoppio della guerra, il 5 giugno ’67, la folla era esultante per le strade. Radio Cairo annunciava la distruzione di Tel Aviv e Haifa. Sapevamo che erano notizie false a cui la propaganda araba ci aveva abituati, ma la paura era grande. Dai balconi della sede dell’OLP arrivavano appelli alla guerra santa. Nell’attesa silenziosa e interminabile che i famigliari e i vicini tutti facessero rientro a casa, mi chiedevo angosciato cosa avremmo dovuto fare se la folla avesse tentato ora di forzare il portone di ingresso del palazzo in cui abitavamo. Mio fratello Isaac era riuscito a fuggire da una finestra interna, quando l’ufficio era già in fiamme. Come nel ’45 e nel ’48 gruppi di giovani avevano segnato di gesso le case e i negozi degli ebrei.

Solo con difficoltà, dopo aver proclamato lo stato di emergenza ed il coprifuoco, le autorità erano riuscite a riprendere il controllo della situazione. Il momento critico fu giovedì 8 giugno quando la polizia dovette fronteggiare una marcia su Tripoli dei contadini di una vicina località (Zawia) che aveva fornito la più alta percentuale di volontari libici alla guerra contro Israele. Armati di bastoni e coltelli intendevano ripulire di ogni presenza straniera ed ebraica la città di Tripoli. La congiunzione delle due proteste doveva segnare l’inizio di una sollevazione generale che avrebbe dovuto coinvolgere, nelle intenzioni degli organizzatori, importanti settori dell’esercito. Le cose andarono per fortuna diversamente. Gli ebrei che vivevano ancora nell’antico quartiere furono evacuati e trasportati a centinaia insieme ad altri fatti affluire dai quartieri della città nuova, nei posti di polizia, nelle caserme e nel campo di Gurgi alla periferia della città.

Nei giorni seguenti le notizie degli scontri avvenuti alla periferia della città tra la polizia e i rivoltosi si erano mescolate al terrore panico che l’aviazione israeliana si accingesse a bombardare il paese. Nella fantasia collettiva Israele era ora onnipotente, i suoi soldati potevano arrivare ovunque per ripagare con la stessa moneta le efferatezze compiute contro degli ebrei indifesi. L’isteria collettiva era favorita dalla notizia che gli israeliani erano entrati nello spazio aereo egiziano da ovest e non da est come ci si attendeva. Il timore di subire la sorte che avevano preconizzato per gli ebrei si era trasformata in terrore panico. Gli israeliani potevano arrivare da un momento all’altro e vendicare i loro fratelli ebrei.

Dalle tapparelle chiuse delle finestre di casa non si capiva ma era possibile vedere gruppi di auto e di moto cariche di sacchi di farina in fuga. L’attività economica era totalmente paralizzata, la gente che alcuni giorni prima esultava, vagava inebetita. Cessati erano gli abbracci sotto la sede dell’Olp dei giovani volontari per il fronte, vicino a camion carichi di masserizie, il tè incluso, per una gita di morte. L’esaltazione parossistica aveva lasciato il posto alla disperazione più cupa. Il silenzio era rotto di notte dai passi pesanti dei militari che montavano la guardia alle nostre abitazioni. I camion della polizia si avvicendavano per le strade deserte.

Chiusi nelle nostre case, passavamo interminabili giornate davanti ad un televisore comune. Non vi era nulla che indicasse un possibile ritorno alla situazione precedente. Non sapevamo nulla dei nostri parenti e di mio fratello Simon, emigrato sette anni prima in Israele. Ci chiedevamo cosa fare se l’esercito o la polizia fossero venuti a prelevarci per il campo di Gurgi, come garantirci da una trappola. L’idea era di guadagnare tempo, dire se necessario che eravamo in contatto con il vicino comando di polizia, chiedere ai capi della comunità in possesso di un passaporto straniero di informare le loro ambasciate e le autorità generali di polizia e dello Stato di ogni possibile sviluppo. Mia madre era ossessionata dal pensiero che la polizia potesse fare con noi quello che avevano fatto i nazisti. Chi poteva garantirci che i militari dopo averci caricato su dei camion con la prospettiva di portarci in un luogo sicuro, non decidessero poi di ucciderci. Come darle torto? Non era già avvenuto così in Europa? Eravamo soli e tagliati fuori dal mondo. Avevamo bisogno di garanzie, ma a chi chiederle? Mia madre non si dava pace. Incitava noi tutti a rifiutarci di seguire la polizia nel caso ce lo avesse chiesto. A chi le chiedeva che fare in tal caso, ripeteva che bisognava in ogni caso guadagnare tempo, far capire che non eravamo isolati, che avevamo amici nel comando di polizia, che la nostra situazione era seguita all’esterno, che altri si informavano su di noi. Incrociare eventuali richieste con telefonate al comando di polizia e agli amici in possesso di un passaporto straniero con la richiesta di chiedere precisazioni presso le rispettive ambasciate. Mia madre aveva ragione. Come avremmo saputo in seguito, con quella tecnica un gruppo di soldati aveva prelevato e trucidato due famiglie che abitavano nella prossimità delle nostra abitazione.

Tra inquilini e rifugiati eravamo in cinquantadue. Dividevamo il cibo procurato da mia madre per il tramite di una famiglia di mussulmani di colore che in cambio ricevevano piccole somme in denaro. Per non creare sospetti tra i vicini arabi e palestinesi, dopo aver fatto la spesa, chiamavano mia madre col nome della loro figlia più piccola, Aisà. Come noi altre famiglie avevano incontrato in quei giorni la solidarietà dei vicini cristiani e mussulmani. Il giorno della partenza la mamma di ‘Aisà aveva chiesto perdono per il peccato commesso di fronte a Dio. Non l’ho dimenticato.

Potevamo dirci fortunati. Abitavamo non molto distanti dal comando centrale di polizia. La sera ci riunivamo tutti in una casa per ascoltare insieme le ultime notizie dalla viva voce di Arrigo Levi. Passata la grande paura, c’era chi scaricava la tensione accumulata mimando l’ultimo discorso di Nasser, in cui si annunciavano le dimissioni, e lo scambio di telefonate fra re Hussein ed il rais egiziano, intercettate dai servizi segreti israeliani. Maliziosamente qualcuno sorrideva di un uomo anziano risposato da poco, che si faceva il bagno tutte le sere prima di appartarsi nelle proprie stanze. Un altro si faceva preparare dalla moglie dei biscotti a forma di stella di David, che portava al collo festoso. Una sicurezza nuova aveva trovato posto nei cuori. In molte case si concepivano nuove vite. Alla vista sul video dei soldati di Israele che pregavano al muro occidentale la commozione era alta. Ma un pensiero non mi dava pace: pensavo a chi non era più e mi chiedevo se mai avrei rivisto vivo mio fratello. Le immagini sul video si avvicendavano. Una donna palestinese guardava col figlio il ponte Allenby. “Poveretti” esclama una bimba fra noi. “Poveretti mrd” (poveretti un accidente) le fa eco un altro. “Se fosse andata diversamente, per noi era finita”. Nasce una discussione. Levatasi dalle nostre case indifese, la voce smarrita di quella colomba era la conferma che la piccola sorella invocata ogni anno all’arrivo di Rosh Hashanah (il capodanno ebraico), immagine della Shechinah, il “grembo di Dio ci aveva accompagnato nel nostro esilio.

I giorni passavano e noi restavamo rinchiusi nelle nostre case. In una casa c’era il telefono che squillava. Il più delle volte erano telefonate minatorie che mettevano a dura prova i nostri nervi. Un giovane ebreo che aveva commesso l’imprudenza di riaprire i battenti della sua macelleria per portare della carne a degli amici, era stato ucciso a coltellate. Una giovane si era messa il velo arabo per procurarsi del pane, tradita dal suo accento, era stata uccisa sul posto. Chi era in possesso di un passaporto straniero aveva già lasciato la città. Per noi tutto era più complicato. Avevamo bisogno di un visto di uscita e di un paese disposto almeno a farci transitare per Israele. Un paese c’era: l’Italia. Alla fine dopo lunghe trattative internazionali, il governo libico aveva deciso di offrire un visto turistico di tre mesi agli ebrei che ne avessero fatto richiesta. Avrei dovuto essere felice. Quel momento lo avevo accarezzato e sognato per anni. Ma ora che si avvicinava quel momento ero pieno di amarezza. Non sapevo chi dei miei amici era ancora vivo, la sera del 5 giugno le fiamme erano salite molto in alto sull’antico quartiere ebraico. Non l’avevo immaginata così la mia partenza. Se uno di noi era preso dalla tristezza, vi era sempre qualcuno che lo incoraggiava benevolmente. Se qualcuno aveva telefonato a dei colleghi di lavoro arabi per salutarli, ricevendo in cambio ingiurie e minacce di morte, c’era chi rideva di crepacuore per l’ingenuità e l’inconfessata opera di seduzione verso un mondo nel contempo amato e odiato.

Durante i preparativi dalla tasca di mia madre era caduto un calzino. Era di mio fratello che aveva lasciato il paese da sette anni. Quante volte eravamo stati richiesti di dare una spiegazione per quell’assenza, alle autorità e ai vicini arabi. Mia madre non si era mai separata da quel calzino. Lo teneva segretamente fra le tasche come un amuleto. Mio fratello era al fronte e non sapevo se aveva fatto ritorno. Vedendo quella scena mi sono detto “Signore fa’ che sia vivo!”.

Il giorno della partenza c’era una jeep della polizia ad attenderci. Era mattino presto, l’aria era fresca per la brezza marina, presto avrebbe fatto un caldo afoso. Il poliziotto armato di mitra non vedeva l’ora di liberarsi dall’ingrato incarico. Mi sentivo solo coi miei bagagli. Il sogno di lasciare per sempre il mio paese si stava per avverare, ma non era così che avevo immaginato la mia partenza. Fu lì che cominciai a maturare l’idea che il racconto biblico dell’esodo, era stato in realtà abbellito e capovolto nei suoi significati originari. La fuga con le azzime era stata la vera realtà che il testo biblico ha conservato con evidenza. Le piaghe che colpirono l’Egitto esistettero solo nella fantasia di chi si era salvato fuggendo. Fu lì che cominciai a guardare in una nuova luce “La cantica del mare”, a rappresentarmi il nemico che annega non come un evento accaduto realmente. Le schiere egizie che annegavano nelle acque erano dei fantasmi persecutori che potevamo lasciarci per sempre alle spalle. Nella solitudine di quegli attimi, mentre confusamente cercavo di dare ordine ai miei pensieri, avevo visto passare un amico italo maltese. Fu il nostro uno sguardo carico di parole, un saluto rapido. Come se nulla fosse accaduto ci eravamo detti “ciao”.

Per molti anni dopo avrei vissuto come se l’esperienza della mia infanzia fosse appartenuta al passato più remoto. Un grande spartiacque divideva la mia vita. Il prima e il dopo erano fra loro irriducibili, anche se erano passati pochi anni. Ho poi scoperto occupandomi del problema da un punto di vista professionale, che il mio sentire rispondeva ad uno schema. Nel mio dolore non ero solo. Decine di migliaia di ebrei che avevano forzatamente lasciato i paesi arabi ne condividevano la struttura.

Gli attori dei ricordi potevano avere trascorso l’infanzia, la giovinezza, alcuni la maggior parte della vita a mille e più chilometri di distanza dai luoghi in cui potevano vivere attualmente, Roma, Parigi, New York, Londra e Tel Aviv. Ma lo schema non cambiava. La frattura coinvolgeva il tempo e lo spazio e solo molto tempo dopo, con le generazioni che non hanno conosciuto direttamente quel passato, i legami hanno cominciato timidamente a riannodarsi, rinnovando l’interesse per i luoghi e le abitudini.

Impegnato a sostegno del dialogo e per una composizione politica e pacifica del conflitto mediorientale, l’idea di un ritorno al mio paese natale, anche per una breve visita, non mi aveva mai sfiorato. Non c’era più nulla che mi legasse a quel passato. Mi ritenevo fortunato perché da quell’inferno ero uscito vivo.

Il legame tra le generazioni non si era spezzato, i figli hanno potuto conoscere i nonni, la gente ha potuto ricrearsi una vita libera in luoghi più ospitali. Ma vi è pur sempre qualcosa di inquietante, nel ritenersi fortunati perché altri hanno avuto un destino inenarrabile. Ma le emozioni possono sciogliersi nell’incontro con i profumi dell’infanzia, nell’attesa ad uno scalo aereo. Sul tabellone che indicava i voli in partenza, due scritte ben distinte (Roma-Tel Aviv, Roma-Tripoli) mi apparvero come sovrapposte. Mi sembrava che un luogo portasse all’altro e da uno si potesse tornare all’altro, come in sogno potevo essere lì, qui e altrove.

La mia Tripoli aveva viaggiato con me, era parte del mio mondo onirico insieme ai ritmi della musica orientale così ricca ed espressiva, ai canti d’amore e a quelli liturgici che udivo in casa da bambino per la birkhat levanà; alla nostalgia che provo quando penso agli amici perduti, all’intensità dei profumi del mio paese natale e alla sua brezza marina, alle fantasie che facevo guardando le navi in partenza immaginandomi al loro interno, al piacere che provavo nel passare dall’arabo all’ebraico e dall’ebraico all’arabo, nel comporre un tema in italiano come se fosse latino col risultato di scrivere in modo illeggibile. Sino a quando un mio insegnante di liceo, che aveva compreso il problema, mi disse: “Perché non imiti la prosa degli illuministi francesi. Loro scrivevano in modo chiaro, il tuo italiano ne uscirebbe arricchito e migliorato”. Il cambiamento fu notevole e i risultati non tardarono a venire. Per molto tempo ancora per scrivere in italiano mi ero ispirato agli scrittori francesi del Settecento sino a quando non trovai il modo di distillare e sciogliere in me la dolce melodia delle lingue in cui ero cresciuto. La mia coscienza vigile poteva cedere ad una piacevole fantasia...

David Meghnagi