Storie di ebrei torinesi

 

Fuga per le montagne
intervista a Guido Levi Sacerdotti

 

In un limpido pomeriggio di fine maggio dalle finestre della bella casa di Guido, che si affacciano sul Po, la collina torinese esibisce i suoi smaglianti verdi; qui comincia il nostro lungo colloquio sulla vita, sul lavoro di rappresentanza e consulenza in materia di impianti industriali iniziato dal padre, lavoro che Guido Levi Sacerdotti ha proseguito per lunghi anni, sulle sue vicende personali e familiari. Il racconto è sovente intercalato dall’amara osservazione che quello che per gli altri sarebbe un fatto straordinario, per noi ebrei è prevedibile, “normale” (lui forse le virgolette non le metterebbe).

Sono nato nel 1925 in una famiglia ebraica - mio padre, Giulio Levi, ingegnere, torinese, mia madre Elena, biellese - ben inserita nel contesto cittadino, amante della cultura, convintamente antifascista.

I miei genitori erano disgustati dall’invadenza del fascismo soprattutto nella scuola pubblica, il Regio Ginnasio Vittorio Alfieri, dove ero stato iscritto dopo aver frequentato le elementari nella scuola della Comunità: io stesso, che mal sopportavo le adunate del sabato cui ero costretto a partecipare, notavo la generale indifferenza degli italiani rispetto al clima anti ebraico fomentato dal regime; al termine della terza ginnasio solo tre compagni di classe mi espressero la loro solidarietà. Avevo tredici anni quando i miei genitori, già preoccupati per i segnali di antisemitismo che avevano anticipato la promulgazione delle leggi antiebraiche, nel novembre 1938 decisero di inviarmi in Inghilterra, dove mio padre aveva corrispondenti di lavoro. All’arrivo constatammo con sorpresa e delusione la scarsa percezione che gli inglesi avevano della persecuzione antiebraica in atto in Italia e in Germania.

Rimasi in Inghilterra due anni, piuttosto infelici: la vita e la disciplina del collegio mi pesavano; mi era difficile corrispondere con l’Italia (avevo più facili rapporti con un cugino che viveva negli Stati Uniti), sentivo forte la lontananza dai genitori e dalla sorellina di quattro anni più giovane di me ed ero preoccupato per loro. Così nel 1940, poco prima che l’Italia entrasse in guerra, contrastando la volontà dei miei genitori, decisi di rientrare; mi ero rivolto al Consolato italiano che mi aiutò a organizzare il viaggio di ritorno.

A Torino preparai privatamente gli ultimi due anni di ginnasio in uno, e fui iscritto al Liceo della Comunità Ebraica, dopo che al Liceo Alfieri fu respinta la mia domanda di iscrizione; a causa dei bombardamenti sulla città ci trasferimmo in una casa di proprietà del nonno materno a Valdengo, nel Biellese: tutte le mattine, svegliandoci prima dell’alba, mia sorella e io tornavamo a Torino per frequentare la scuola; era piuttosto faticoso.

Nel settembre del 1943, con l’invasione tedesca, abbiamo cominciato a vivere nell’alveo della vita destinata agli ebrei, e gli eventi portarono la famiglia a dividersi: tramite un contadino del nonno il Maresciallo dei Carabinieri di Valdengo ci aveva avvisato che sarebbero stati arrestati tutti gli ebrei maschi, e quindi mio padre e io andammo a cercare rifugio sulle montagne del Biellese, dove si sarebbero formate le bande partigiane. Si congiunse a noi un gruppo di cento/centocinquanta prigionieri militari inglesi, canadesi, neozelandesi, internati nel Biellese, che nei giorni dell’armistizio erano riusciti a fuggire, e si erano procurati delle armi sottraendole dai magazzini del 41° Reggimento di Fanteria di stanza nella zona. Mio padre era stato ufficiale negli Alpini, e mi aveva trasmesso la passione per la montagna; quindi entrambi, grazie alle frequenti escursioni, conoscevamo bene i luoghi e l’ambiente. Guidati da due valligiani attraverso il Monte Rosa arrivammo in Svizzera in un paese di confine in cui le guardie, dopo essersi consultate con i comandi, accolsero i militari quali prigionieri di guerra fuggiti dai campi di internamento; mio padre e io fummo internati in un campo in cui restammo fino a quando amici svizzeri, garantendo per noi, ci consentirono di uscirne, per finire confinati nella città di Friburgo; qui mio padre svolse attività di insegnamento, e io cercai di frequentare l’Università.

Le vicende di mia madre e mia sorella furono più drammatiche, e segnarono la loro vita in modo indelebile; dopo che mio padre ed io ci eravamo rifugiati in montagna (dove qualcuno aveva fatto loro credere che fossimo caduti durante un confronto a fuoco) mia madre si rivolse al socio di mio padre, che aveva assicurato il suo aiuto e le ospitò per breve tempo, salvo cacciarle di casa da un giorno all’altro quando la Repubblica di Salò estese all’Italia le leggi antiebraiche naziste. L’aiuto arrivò tramite la segretaria di mio padre, Erminia Avataneo, la cui sorella, Madre Superiora di un convento di Orsoline a Pallanza sul Lago Maggiore, le accolse sotto generalità false. La vita era salva, ma mia sorella, allora quattordicenne, non fu preservata da esperienze sconvolgenti: vide nel lago corpi che galleggiavano; vide sfilare alcune decine di prigionieri scortati dai tedeschi che venivano condotti alla fucilazione. Questi ricordi non la abbandonarono più.

Il ricongiungimento della famiglia in Svizzera si realizzò in modo avventuroso nel marzo 1945, alla vigilia della fine della guerra. A Friburgo c’era un campo di internati militari italiani, e mio padre strinse amicizia con il cappellano, cui confidò la sua preoccupazione per la moglie e la figlia rimaste in Italia; tramite la signora Avataneo il Cappellano si mise in contatto con la Superiora del Convento delle Orsoline, e organizzò la fuga: mia madre, accompagnata da una religiosa del Convento che le ospitava, andò, con una buona dose di coraggio, al comando locale della X MAS, e ottenne dalle autorità repubblichine il permesso di recarsi con la figlia in un santuario posto in zona di confine per fare gli esercizi spirituali; il sacerdote le aveva fatto conoscere il luogo e l’ora in cui con il cambio della guardia il posto di confine sarebbe stato senza controllo, e così madre e figlia riuscirono a fuggire dall’Italia; per la tensione e la stanchezza mia madre durante la fuga di allontanamento dal confine ebbe un malore, e mia sorella, pure lei provata, proseguì il cammino caricandosela sulle spalle.

Al termine della guerra rientrammo in Italia; mio padre riprese il lavoro, io completai gli studi e, conseguita la laurea presso il Politecnico di Torino, iniziai a collaborare con lui, nell’attività che ho continuato per lunghi anni.

Mi sono poi sposato con Renata, ed è nata Sara.

La moglie, Renata Ghiron, partecipa alla nostra chiacchierata-intervista, e mi mostra, a commento di quanto Guido racconta, alcuni documenti molto interessanti, quali la lettera di ringraziamento indirizzata all’ing. Giulio Levi dal Generale Alexander - comandante delle forze alleate in Italia - per la collaborazione al salvataggio dei militari condotti alla salvezza in Svizzera, o il nulla osta rilasciato a fine febbraio 1945 dal comando locale della X MAS alla madre e alla sorella di Guido per recarsi a Canobbio.

a cura di P.D.B.