Storia

 

Un passo indietro dalla salvezza

 di Silvana Calvo

 

Quando si fanno ricerche su fatti del passato succede a momenti di essere attratti da un particolare che c’entra solo marginalmente con quanto si sta indagando. Mi è successo recentemente mentre stavo spulciando il giornale socialista di Lugano, “Libera Stampa” del 1944 in cerca di notizie della Shoah in tempo reale: improvvisamente la mia attenzione è stata catturata da un articolo che parlava di un giovane partigiano morto a Locarno il 20 ottobre.

“MORTO A VENTI ANNI PER LA LIBERTÀ. Fra i caduti nella battaglia dell’Ossola merita di esser ricordato in modo particolare il giovane Renzo Coen, ferito gravemente il 18 ottobre a Bagni di Craveggia, presso il confine svizzero, e morto due giorni dopo nell’ospedale di Locarno. Venuto in Svizzera circa un anno fa a causa delle persecuzioni razziali, il giovane Coen è stato fra i primi a rispondere senza un’ombra di esitazione all’appello della patria e della libertà.”.

La notizia suscitò in me il desiderio di saperne di più. Sulle circostanze del ferimento di Renzo Coen ho potuto attingere qualche notizia da un libro autobiografico dal titolo “Il ponte di Falmenta 1944” (Ed. Ta’Ra’Ra, Verbania 1998) scritto da un capo partigiano, Adriano Bianchi, nonché da un opuscolo commemorativo (“I fatti dei bagni di Craveggia del 18 ottobre 1944” di Augusto Rima, Tip. Poncioni Losone 1979) che narrava la vicenda vista da un’altra angolazione, quella dei militari svizzeri che presidiavano il confine a pochi metri dal luogo della battaglia. Si era all’epilogo di una importante pagina della Resistenza italiana: l’ultima battaglia che avrebbe segnato la fine della Repubblica Partigiana dell’Ossola, durata una quarantina di giorni, dal 6 settembre al 18 ottobre 1944. I partigiani erano riusciti a liberare una vasta zona comprendente diverse valli a nord del Lago Maggiore dove avevano istaurato la democrazia e insediato un governo formato da importanti personalità antifasciste quali Ettore Tibaldi, Ezio Vigorelli, Umberto Terracini, Piero Malvestiti, Cipriano Facchinetti, Concetto Marchesi.

Evidentemente si era contato sull’arrivo di truppe alleate che tuttavia non giunsero in soccorso. Il 14 ottobre Domodossola era ricaduta in mano ai nazifascisti i quali organizzarono grandi rastrellamenti nei giorni seguenti. Un cospicuo gruppo di partigiani si era raggruppato in località Bagni di Craveggia dove fu raggiunto da una forte unità della Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Vi fu un violento scambio di fuoco. La maggior parte dei partigiani riuscì a raggiungere una zona riparata facente parte del territorio svizzero e a farsi accogliere nella Confederazione perché la loro vita era in pericolo. Vi furono due morti partigiani. I feriti vennero trasportati all’ospedale di Locarno: tra essi Renzo Coen che era stato colpito al petto. Il libro di Adriano Bianchi parla dei due giorni di degenza:

“… dalla camera accanto arrivarono gli echi della tragedia. I medici si affannavano attorno a Renzo Coen che aveva il polmone forato; era giunto suo padre, già rifugiato in Svizzera. Il pover’uomo usciva tra noi per dar sfogo alla sua disperazione. Il figlio era lucidissimo, aveva la voce roca e cercava di consolarlo, ma l’uomo, perduto il controllo, ad alta voce lo supplicava, lo invocava di non lasciarlo. Quando confidò di averlo ormai sottratto ai lager, di dover soltanto attendere la fine della guerra, che si annunciava prossima ma non giungeva, si vide restituire il figlio morente. La morte dei figli appare inaccettabile e ingiusta. Il dolore di quel padre stravolto ci scuoteva ben oltre il limite della compassione…”.

Ma non perse solo quel figlio. Un paio di mesi dopo, l’8 gennaio 1945, sempre su “Libera Stampa” si poteva leggere quest’altra notizia:

“LUTTI DELLE COLONIE LIBERE. Oggi lunedì hanno auto luogo a Zurigo i funerali della signorina Giovanna Coen, rifugiatasi nel 1943 in Svizzera e morta il 4 gennaio alla Frauenklinik dopo una lunga e dolorosa malattia. L’avvenimento non uscirebbe dal quadro delle nostre sventure comuni a tutti, e soltanto più particolarmente gravi per i profughi, se la morte della signorina Coen non avesse seguito di pochi mesi quella del fratello Renzo Coen, caduto combattendo per l’Ossola in circostanze che avemmo occasione tempo fa di segnalare ai nostri lettori. Al nostro amico Gaddo Coen, padre di Renzo e di Giovanna, pervengano ancora una volta le nostre più affettuose condoglianze”.

Ormai la storia mi aveva presa e mi aveva spinta a continuare le ricerche su quella sfortunata famiglia di profughi. In un catalogo sulla partecipazione ebraica alla Resistenza in Italia, pubblicato da Gianfranco Moscati, ho trovato una breve biografia di Renzo Coen corredata da una fotografia della sua tomba che si trova nel cimitero ebraico di Lugano in località Noranco. Dalla pubblicazione di Moscati si apprende anche che Renzo era nato a Genova il 13 ottobre 1924.

È probabile che la famiglia Coen abbia vissuto a Genova ma che in seguito si sia trasferita a Milano. Questo si può desumere dal ritrovamento in rete di una tabella dell’archivio storico del Manzoni di Milano “Studenti ebrei che hanno regolarmente frequentato nell’anno scolastico 1937/1938 e che non risultano iscritti nell’anno scolastico 1938/1939” nella quale figura la sorella di Renzo:

Coen Giovanna - nata a Genova 2/5/23 - di Gaddo (impiegato) e Rimini Augusta - Viale San Michele del Carso 20 (v. Foppa 14) - ins. Relig. Catt.: No - III Ginnasio D - Promossa ad ottobre - Ritira i documenti 17/10/1938.

Tuttavia sembra certo che Renzo abbia frequentato in Liguria almeno le elementari perché un suo docente, Mauro Battiglia, ha scritto un articolo su di lui sul giornale “Il tribuno del Popolo” di Genova del 5 dicembre 1945. Quest’articolo è quanto è stato possibile ritrovare nel fascicolo a lui intestato dell’ Insmli di Milano (fondo Corpo volontari della libertà, b. 165, fasc. 530). Esso restituisce un immagine di un ragazzo appassionato e coerente:

“Renzo Coen, mi fu allievo prediletto. Son passati dieci anni io lo ricordo come se fosse oggi, sollevato a metà sul banco, col busto proteso in avanti, gli occhi grandi dilatati, acceso in volto, tutto un fremito ogni qualvolta io parlavo ai miei piccoli dei Martiri del Risorgimento o leggevo loro le più belle pagine del “Cuore”. Io ero convinto che questo ragazzo, messo alla prova, sarebbe stato capace di azioni nobili e generose, e di dare anche la vita per una giusta causa. E la vita l’ha donata per la causa santa della libertà, a venti anni quando i rosei sogni della gioventù cominciano a snebbiarsi e l’esistenza nostra e dei nostri simili gli appare ai migliori dura lotta per la via. Renzo sente il disagio della sua condizione agiata e reagisce all’infrollito mondo borghese. Tralasciati gli studi liceali regolari va a vivere con gli uomini del lavoro per temprare il suo fisico e la sua coscienza, per meglio distinguere il bene dal male, per meglio comprendere il dovere di combattere il sistema dello sfruttamento e della violenza liberticida. Costretto dalla bestiale persecuzione razziale a rifugiarsi col padre e con la sorella nella Svizzera, è fra i primi a rispondere senza ombra di esitazione, all’appello della Patria e della libertà. “Mio caro papà ho ricevuto pochi momenti fa l’ordine di rimpatrio. E vado”. Con queste semplici e spartane parole Renzo annunziava al padre l’ordine ricevuto di partenza per la causa della libertà. E partì verso il suo glorioso destino. Partecipò da valoroso ai combattimenti violenti sostenuti dai partigiani in Valdossola. Fu ferito mortalmente il 18 ottobre 1944 da piombo fascista nello scontro di Bagni di Craveggia, quando il suo battaglione era già sconfinato di quaranta metri in territorio svizzero. Morì all’ospedale di Locarno il giorno seguente. Nei momenti di lucidità si comportò da forte, esprimendo il suo rammarico di non poter essere utile per la difesa della causa da lui sposata e la sua fede profonda nella bontà degli uomini e nella giustizia immanente. Vita e morte degna dei puri giovani eroi del Risorgimento”.

In rete <http://www.infocenters.co.il/gfh/notebook_ext.asp?book=95403&lang=eng> si può trovare una breve scheda di Renzo Coen e la fotografia che segue.

La storia di Gaddo Coen e dei suoi figli Renzo e Giovanna è una di quelle che invitano alla riflessione e all’approfondimento.
Sarebbe bello scoprire altre cose su di loro.

Silvana Calvo

 

Postilla

Silvana Calvo conclude questo articolo augurandosi di scoprire altre cose. Le rispondo aggiungendo un tassello alla sua ricerca.

Il nome di Renzo Coen e la battaglia di Craveggia mi ha riportato alla mente una persona, Federico Almansi, di cui da tempo vado ricostruendo la storia.

Federico Almansi, nato nel 1924, era un mio cugino, poeta, scrittore, partigiano, ebbe una vita complicata e amara. Fu legato a Umberto Saba da un’amicizia profonda che ha lasciato tracce cospicue nelle poesie della vecchiaia del poeta, passò anni in manicomio ammalato di schizofrenia e morì nel 1978. Lasciò molti scritti inediti che io conservo. Fra questi c’è una poesia che porta il titolo “Battaglia di Craveggia” ed è dedicata a Renzo Coen,con cui evidentemente condivise quell’evento. Egli vide l’amico cadere e lo cantò come ferito a morte. Sicuramente riparò con lui in Svizzera e lo vide morire, ma poeticamente ricondusse la morte sul campo di battaglia. La poesia è questa: 

Come mi apparve la nera pianura

coperta dalle luci del mattino!

Dimenticato l’esilio, la guerra

uscito dalla nebbia della notte

guardavo la mia perduta città

dipinta in una febbre di splendore

nell’orizzonte inquieto

come nuvola bianca di settembre.

 

E pregavo un ritorno che vincesse

la stanchezza del mio cuore e l’attesa.

Fraterna voce udivo accompagnata

dal rombo della lontana battaglia:

e l’amico bagnato di rugiada

una rosa di sangue sulla fronte

steso sull’erba come un triste sogno

chiudeva i pugni contro il cielo azzurro.

Emilio Jona

    

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