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Nonostante Auschwitz
Il “ritorno” del razzismo in Europa

di Paola De Benedetti

 

Alberto Burgio, storico della filosofia, in questo libro (uno dei molti da lui dedicati al tema) sviluppa la tesi che il razzismo in Europa è una patologia congenita, che il modernismo ha fatto riemergere, ma che è sempre esistita anche durante la latenza del trentennio successivo a Auschwitz. L’autore ci conduce a questa soluzione studiando “dall’interno” come il razzismo funziona, come il discorso e la pratica si organizzano attraverso l’invenzione di fenotipi (anche inventati e resi riconoscibili attraverso segnali imposti, quali la stella gialla) cui collega necessariamente caratteristiche morali negative: il “deviante” è marginalizzato per quello che è, non per quello che pensa o fa.

Il razzismo di Stato - osserva l’autore - non è nato dal nulla, ma trova precedenti nella costruzione dell’italiano risorgimentale, nel positivismo che ha incentrato l’attenzione sui soggetti “devianti” o “marginali”, nel colonialismo, e sottolinea quanto sull’antisemitismo fascista abbia pesato anche il tradizionale antigiudaismo cattolico, che aveva addebitato la fine del potere temporale ai giudei (l’autore cita la definizione dell’Italia unita data da Pio IX: “Sinagoga di Satana”) e che è stato raccolto da Civiltà Cattolica e da Padre Gemelli. Il razzismo fascista contro i neri e gli ebrei è stato quindi efficace su un terreno pronto ad accogliere i messaggi che arrivano dalla letteratura, dall’informazione, dal cinema, dalla “scienza” sanitaria.

Esaminando la “rimozione italiana” osserva nel che nel 1945 subito ha pesato il mancato rinnovamento della classe dirigente (burocrazia, magistratura, esercito), poi, in nome della “pacificazione”, è subentrato un atteggiamento indulgente e comprensivo (su questo argomento l’autore sviluppa una severa critica alle tesi di De Felice sugli “italiani brava gente” e sul fascismo “costretto” a diventare razzista in segno di amicizia verso l’alleato nazista); con la caduta del muro di Berlino, alla fine dagli anni ’80 del secolo scorso, dalla rimozione si passa al revisionismo, si afferma il paradigma della “memoria condivisa” che tende a rendere accettabile la defascistizzazione del fascismo.

Un capitolo è dedicato alle lingue del nazismo; la lingua, come componente nazionalistica può essere allo stesso tempo uno steccato che separa dagli altri, ma anche un ponte per chi se ne appropria, come era accaduto agli ebrei. Ma il razzismo biologico convive necessariamente con quello culturale: quindi per “de-ebraizzare” la lingua il nazismo ne ha inventate due nuove: quella del lager, poverissima, destinata a dare ordini ai “sotto-uomini” e quella del popolo dei signori, in cui la parola assume diversi significati a seconda che si riferisca a “ariani” o a “non ariani” (p. es. “fare la doccia”, “trattare adeguatamente”); il tedesco diventa una lingua esoterica, con formule allusive per non lasciare tracce dei crimini (p. es. “accudimento” significa deportazione e uccisione).

Una delle radici del razzismo è riscontrabile anche nel nazionalismo: esiste il nazionalismo “buono” delle istanze progressive di indipendenza politica e emancipazione, ma anche quello “cattivo” dello stato nazionale ormai consolidato, che inventa una mitologia identitaria e immodificabile (il demos diventa etnos) funzionale al controllo e alla mobilitazione delle masse ed esaspera le implicazioni che escludono gli “altri”. Di qui nasce l’uso politico dell’odio etnico, che fa leva sulle ansie generate dalla modernità, delegittima gli esclusi, crea un nemico. L’autore, rievocate le tragiche vicende dei Balcani, osserva come in Italia il tradizionale campanilismo abbia reso più difficile l’elaborazione di un patrimonio comune di principi e di valori; un momento unificante è ravvisabile nella Liberazione, ma oggi il radicalismo localistico sta assumendo una torsione razzistica: i Balcani e la Lega dimostrano come il nazionalismo declinato in termini etnici possa diventare aggressivo ed escludente.

Nell’ultimo decennio - come negli anni 1920-1940 - emerge la figura del “nemico interno” (in Europa dal medioevo è stato l’ebreo) come costruzione sociale: è una mutazione del “deviante”, del “colpevole naturale”. L’autore si sofferma sugli stigmi (fisico: deformità, morale: vizi veri o presunti, tribale: usi, costumi, religione) che portano alla esclusione; nella nostra società può essere l’homeless, il clandestino, lo straniero, il marginale fisico o psichico, o anche il clochard, l’alcoolista, il tossicodipendente, la prostituta, il transessuale. La “devianza” può essere ravvisata non soltanto in comportamenti concreti ma anche in identità personale: in questo caso il deviante, contro i principi oggettivi del diritto penale, è colpevole a priori.

Che cosa avviene in Italia? Si è creato il reato di immigrazione clandestina, ci sono i respingimenti, lo sfruttamento del lavoro, il carcere: la criminalizzazione del migrante ha un carattere fondamentalmente razzista. È razzismo la stigmatizzazione fisica: la sporcizia, il cattivo odore comportano un giudizio morale negativo di slealtà di inaffidabilità e quindi l’esclusione (qui l’autore ricorda l’accusa di doppia lealtà rivolta agli ebrei). Il nemico interno quindi non è chi si macchia di gravi colpe nel campo della finanza, dell’ambiente, la mafia, i narcotrafficanti ecc., crimini “socialmente legittimati” in quanto familiari; lo è invece chi “appare” minaccioso perché è ignoto, e quindi fa paura. Il nemico interno ha anche la funzione sociale di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da ansie più gravose, di contribuire a ricostruire la coesione sociale minata dalla modernizzazione.

Questo effetto inocula nella società un veleno che rischia di distruggerla: innanzitutto semina il razzismo; in se-condo luogo per avere più sicurezza si perde in libertà, si corre il rischio di arrivare a una degenerazione autoritaria della politica.

Concludendo l’autore esamina due modelli di colonizzazione: l’“universalista” praticato dalla Spagna, dal Portogallo e dalla Francia in Africa e nell’America Latina, che tende a realizzare l’inclusione attraverso l’assimilazione, ma facendo riferimento solo alla cultura metropolitana cancella quella locale; la “pluralista”, praticata dalla Gran Bretagna, che mantiene le differenze, ma rende così impossibile l’accoglienza. Il modello virtuoso auspicato dall’autore è “basato sul riconoscimento di una diversità intesa comune pari dignità di ciascuno. Il punto decisivo consiste verosimilmente nella costruzione di un’idea di società come risultato aperto di una interessante ricerca collettiva”.

Paola De Benedetti

 

Alberto Burgio - Nonostante Auschwitz. Il ritorno del razzismo in Europa - DeriveApprodi 2010 - pp. 220 - 17

 

    

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