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Ebrei resistenti

 di Emilio Jona

 

Che gli ebrei si siano fatti uccidere come pecore dai nazisti è stata una opinione ricorrente tra israeliani e gentili.

Ricordo che Primo Levi, in uno dei tanti incontri nelle scuole si trovò a rispondere in modo non tanto semplice alla domanda di un ragazzo che, quasi con rimprovero, gli chiedeva: “perché non vi siete difesi?”.

Ed effettivamente se si considera l’enormità dello sterminio e l’esiguità dell’opposizione armata, o comunque resistenziale ebraica sembrerebbe un’opinione che ha una qualche attendibilità.

Ma le cose non stanno esattamente così e sono un po’ più complicate. Il genocidio, programmato a livello industriale e realizzato dai nazisti in un breve arco di tempo aveva colto di sorpresa la maggior parte della popolazione ebraica sparsa per l’Europa, specie quella dell’est più povera e numerosa.

Un’atavica capacità di reggere e di adattarsi alle persecuzione aveva poi impedito agli ebrei di percepire l’enormità di quanto andava accadendo nel XX secolo nel cuore di quella parte di Europa più civile e raffinata.

Gli ebrei tedeschi pagavano il biglietto del treno che li portava ad Auschwitz e i minorenni pagavano metà prezzo, mentre gli infanti viaggiavano gratis verso la morte. A Terezin la Croce Rossa Internazionale fu tratta in inganno dalla costruzione di false giornate normali di internati pronti per lo sterminio.

I grigi carnefici dicevano ai morituri che se qualcuno di loro fosse per caso sopravvissuto non sarebbe mai stato creduto.

Ma c’è qualcosa di più: per cominciare le Brigate Internazioni in Spagna durante la guerra civile erano rappresentate per più del 20% da ebrei, che erano quindi enormemente sovrarappresentati tra i combattenti di quello che fu il primo scontro tra fascismo e nazismo e la democrazia.

Alessandra Chiappano nella sua prefazione a questo prezioso piccolo libro su “Le voci della resistenza ebraica italiana” (Le Château, Aosta 2011 16,00) documenta il confluire di un buon numero di ebrei nei movimenti resistenziali nazionali in Europa, mentre non mancavano formazioni partigiane esclusivamente ebraiche e la creazione di gruppi e di istituzioni volte al salvataggio, specie di bambini ebrei. Insieme a questo era certamente una forma di resistenza e di reazione al progetto di distruzione nazista nei ghetti dell’Europa orientale quello di conservare e sviluppare una ricca vita spirituale, stampando giornali, tenendo rappresentazioni teatrali e concerti e tentando di conservare e di opporre in quelle condizioni estreme la propria personalità e la propria dignità.

Chiappano ricorda che non vi fu solo la rivolta del ghetto di Varsavia ma che anche i giovani dei ghetti di Bialjstok, Czestochova, Bedzin, Tarnow e Leopoli presero le armi, mentre persino nei campi di sterminio vi furono esempi di disperate forme di resistenza oltre che numerosi tentativi di fuga.

Passando all’Italia non vi furono formazioni partigiane ebraiche, gli ebrei infatti confluirono nelle formazioni garibaldine e di Giustizia e Libertà.

Fu invece presente in Italia negli anni 1939-43 l’organizzazione Delasem (Delegazione per l’assistenza degli immigranti ebrei) che dopo il 1943 soccorse anche gli ebrei italiani.

Complessivamente i partigiani ebrei morti in combattimento furono più di cento.

Chiappano ricorda giustamente alcune figure eroiche di combattenti come Emanuele Artom, Eugenio Curiel, Giorgio Diena per soffermarsi poi a quel singolare gruppo di ebrei, in prevalenza piemontesi, (Mila e Franco Momigliano, Primo Levi, Silvio Ortona, Ada Della Torre, Eugenio Gentili Tedeschi, Luciana Nissim, Alberto Salmoni) che coltivarono una fervida amicizia e ideali comuni negli anni più bui del fascismo (1942-1943) e fecero tutti la scelta della lotta partigiana

Alcuni di essi lasciarono anche una traccia scritta del loro operare in quel tempo che Chiappano ha raccolto in questo libro. Si tratta di racconti, memorie, testimonianze che talvolta non hanno valore letterario ma storico e antropologico.

Essi innanzitutto ci confortano perché mostrano l’esistenza del volto migliore dell’Italia di quegli anni, un volto pensoso, coraggioso e sereno anche nella gravità dell’ora. Le personalità e le competenze dei componenti del gruppo sono varie: sono impiegati,insegnanti, laureati in lettere, in legge o architettura, e tutti appartengono alla “buona” borghesia ebraica e comune e sicura è la scelta di campo.

Così Mila Momigliano ci offre gli appunti e i ricordi dei suoi giorni e delle sue notti di partigiana in una nebbiosa Milano 1944 e dell’ansia delle giornate torinesi alla ricerca di un rifugio segreto per il fratello Franco appena fuggito dalla prigione fascista. Franco Momigliano testimonia il suo arresto e la sua fuga avventurosa e fortunata da San Vittore.

Ada Della Torre narra di un’imprudenza, fortunatamente senza conseguenze, nella vita clandestina ed evoca, con un piglio da narratrice, storie di partigiani e dei difficili, ma a modo loro magnifici, anni 1942-43, per quel microcosmo di intellettuali, in tutta prevalenza ebrei, che si trovavano a Milano a lavorare e a discutere di politica, a scrivere poesie e racconti e a iniziare la loro militanza antifascista.

Eugenio Gentili Tedeschi narra della sua guerra in quella piccola repubblica partigiana che fu la valle di Cogne e Silvio Ortona ci dà il resoconto di una battaglia, quella di Sala nel biellese del febbraio 1945, o ci riconduce alle notti partigiane che erano fatte di poco sonno, di guardie o di marce e di molte imboscate. Egli fa un’appassionata e pacata riflessione sul mondo partigiano e sui valori e sulla realtà di una guerra che, a differenza di Ortona, pochi partigiani riconoscono essere stata anche una guerra civile.

Corre nei racconti di questi protagonisti un filo rosso comune che è la loro grande amicizia, il fervore e il rigore morale e anche una sorta di malinconia e di rimpianto per quel tempo in cui le ragioni del bene e del male erano così nette e c’era la consapevolezza, o l’illusione, di partecipare alla creazione di un mondo migliore.

Emilio Jona

 

 Alessandra Chiappano - Voci della resistenza ebraica italiana - LeChâteau, Aosta, 2011 -  pp. 176 - 16

 

    

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