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Comunità per tutto Israele,
Rabbini per tutto Israele
 

 di Rav Eliahu Birnbaum

 

Cos’è una comunità?

Una definizione basilare nell’Ebraismo è che la comunità ed il pubblico sono parte integrante del corso della vita ebraica.

La Torà ci insegna del primo uomo che ha condiviso la sua vita con gli altri. La Torà è un libro che si occupa degli uomini, delle relazioni e delle affinità tra di essi. La Torà ci racconta delle relazioni di coppia, delle famiglie, delle tribù, della nazione, del popolo. L’Ebraismo non crede nell’uomo solitario, il solco della Torà è quello della socialità: la Torà invita l’uomo a vivere all’interno di una comunità di credenti. In ogni luogo nel quale gli ebrei si sono stabiliti, hanno creato una “comunità ebraica”. Con l’espressione comunità non si intende un gruppo di uomini che vivono in un sol luogo perché la comunità ebraica è unita e caratterizzata da diverse istituzioni che fanno capo ad essa - istituzioni di studio, di tzedakà e di guida che hanno tutte lo stesso scopo: il sostegno della società ebraica, il rafforzamento dei sentimenti di unità e la conservazione dell’ebraismo e delle caratteristiche ebraiche. La specificità della comunità è che in essa i singoli diventano collettività, dato che ognuno dei suoi membri mette se stesso a disposizione di tale collettività, creando così il presupposto della condivisione. La comunità non nasce in quanto comunità, ma nasce in quanto si ha bisogno della sua esistenza e della creazione di principi su cui basare la propria vita e quella della nuova entità.

La comunità non è solo un concetto funzionale. Lo scopo di una comunità non è quello di fornire servizi per i propri membri e non bisogna vedere in ciò il suo scopo principale. La comunità non è neanche un concetto demografico che indica solo un gruppi di ebrei ed individui. La comunità è una idea, una visione. La comunità deriva dal concetto generale e collettivo di “comunità di Israele” a cui ogni singolo individuo apporta il proprio contributo e completa il suo prossimo.

Eppure la base e la magia della Comunità stanno nel legame e nella relazione tra i singoli e nel legame tra parola ed azione con cui si esprime la vita comunitaria. La relazione tra la collettività ebraica ed ogni comunità può essere definita in due modi: appartenenza e significato. A volte l’uomo crea una relazione con il suo prossimo o con la sua stessa comunità attraverso l’“appartenenza”. L’appartenenza è un bisogno naturale insito nell’uomo. Altre volte l’uomo cerca un legame con la comunità e con il gruppo, allo scopo di trovare un “significato”, attraverso la consapevolezza di dover dare un significato alla propria vita. Qualsiasi sia il modo, il legame e la relazione con la comunità sono una necessità.

A mio parere, questi concetti, di appartenenza e di significato, possono creare una connessione tra persone diverse nel contesto della Comunità, anche quando ognuno è diverso dall’altro.

 

Ritorno in Comunità

In passato la Comunità Ebraica era per così dire una famiglia. Così come l’uomo nasce nel seno della propria famiglia, senza alcuna scelta, così, in passato l’uomo nasceva all’interno della propria comunità, poiché egli viveva in un luogo specifico e non aveva alcuna scelta di poter andare altrove dato che quella era una società delimitata. Certamente ai nostri giorni non è più così dato che la mobilità condiziona tutto e spesso è l’uomo stesso a scegliere il luogo dove vivere, secondo la propria volontà di appartenere ad una piuttosto che ad un’altra comunità.

Senza alcun dubbio esistono anche differenze tra una comunità tradizionalista ed una comunità moderna che un uomo può scegliere come propria comunità. Vero è che, comunque, la base fondante della comunità, il bisogno di significato e di appartenenza, continua ad avere la propria rilevanza anche oggi. In maniera stupefacente, anche in questo nostro mondo postmoderno c’è bisogno di comunità ed in particolare delle nostre comunità.

In genere nel nostro mondo postmoderno esiste una tendenza di ritorno alla comunità, alla relazione ed alla appartenenza comunitaria. Da un lato, questo è il mondo del liberalismo, del pluralismo, della comunicazione, il mondo globale del mercato comune, da un altro lato però assistiamo al ritorno all’“io”, alla comunità, alla shtibl, alla piccola sinagoga. Il percorso è dialettico ma pieno di ampi significati per le guide delle comunità e delle attuali generazioni.

 

Comunità per “tutti”

Credo che il futuro del popolo ebraico in quanto collettività e dell’ebreo in particolare dipendano oggi dal legame con la comunità, dalle comunità di tutto il mondo. Se noi desideriamo preservare l’esistenza dell’ebreo e non vogliamo perdere altri ebrei, dobbiamo costruire modelli di “comunità per tutto Israele”, comunità inclusive e non comunità esclusive. Comunità nelle quali ogni ebreo, chiunque egli sia, possa sentirsi come a casa. Comunità che siano casa e casa di studio per i diversi ebrei, siano essi osservanti delle mitzvot in tutto o in parte, siano essi non osservanti. Comunità che attuino al loro interno una socialità ed una ricerca dialettica condivisa e reale. Una comunità di questo tipo non può possedere un’organizzazione esclusivamente autoritaria, nel suo fondamento deve essere una comunità egualitaria, una comunità di dialogo e di rispetto reciproco.

Queste comunità devono essere costruite attraverso la consapevolezza delle differenze che esistono tra i propri membri, non solo attraverso una situazione a posteriori, ma con fede perché questo è il sentiero della Torà. Le comunità devono invitare al loro interno la varietà del pubblico ebraico con volontà e vera condivisione.

Il modello di comunità aperte ad ogni ebreo non è un modello nuovo. Esiste in ambito ebraico nelle comunità diasporiche che non si definiscono ortodosse, ma anche in molte di quelle che si definiscono ortodosse ma in cui la maggior parte dei membri non è osservante. Nella diaspora l’appartenenza alle comunità ebraiche ha salvato e salva centinaia di ebrei dalla perdita della propria identità e dall’assimilazione. I concetti diffusi in tutto il mondo ebraico moderno sono kiruv, che significa avvicinare e outreach, cha significa avvicinare l’ebreo “altro”, ampliare la comunità, non dall’interno ma dall’esterno. Significa preoccuparsi non solo di colui che si trova all’interno del Bet haKnesset, ma anche di colui che resta fuori di esso. Preoccuparsi di ogni ebreo chiunque esso sia, in nome della responsabilità personale e in nome della responsabilità di rafforzare la comunità sia spiritualmente che a livello numerico.

Ma per far sì che la comunità possa adempiere al proprio ruolo, per far sì che la comunità possa essere una pietra miliare che guidi il percorso dell’ebreo affinché egli possa trovare il proprio senso e la propria relazione con l’ebraismo e con il popolo di Israele, bisogna costruire una comunità in cui non ci siano solo cornici, tetto, mura, ma anche forma e contenuto. La comunità ebraica non deve solo essere una casa per il popolo ma, in un certo qual modo, anche una scuola. Non solo un luogo di raduno, ma anche un luogo in cui discutere, conversare e pensare all’ebraismo anche al di fuori del Bet haKnesset e del Bet Midrash.

 

Tra il Bet HaKnesset e la Comunità

Il Bet HaKnesset senza dubbio è un elemento importante e centrale della vita di una comunità ebraica e molti ebrei vi si recano per poter compiere la mitzvà della preghiera pubblica; bisogna però anche tenere presente che molti ebrei vengono al Bet haKnesset senza saper pregare, cercando però una connessione con l’ebraismo e la comunità, attraverso una ricerca di appartenenza e significato. Bisogna quindi comprendere che il pubblico che nei nostri giorni si reca al Bet haKnesset è un pubblico eterogeneo e per questo bisogna creare una preghiera con un approccio più “didattico” in modo tale che colui che non conosce il contenuto della tefillà, gli usi e le melodie possa impararle e partecipare alla tefillà. Prima di ogni cosa dobbiamo creare una aria piacevole nel Bet haKnesset anche per colui che non sa pregare. Senza queste condizioni, l’ebreo che non sa pregare si sentirà estraneo e non varcherà più la porta di ingresso del Bet haKnesset.

I nostri maestri compresero che il Bet haKnesset ed il Bet Midrash sono di fatto i muri portanti del popolo ebraico. Nelle case di studio non solo studiamo Torà, ma riceviamo anche un significato. Questo è il concetto più vero del Bet Midrash: non solo un luogo di studio, ma anche un luogo di unione, un luogo nel quale l’ebreo trova un senso per il proprio ebraismo, così come il Bet haKnesset non è solo il luogo della preghiera, ma anche quello della appartenenza, della connessione.

 

Il compito del Rabbino all’interno della nuova comunità

Il compito del rav in questa comunità religiosa non è quello che egli ha avuto in passato: essere un insegnante, un maestro ed anche l’unica autorità religiosa. Se in passato l’immagine e la definizione del ruolo del rabbino si sono concentrati principalmente nel compito di fissare l’halachà, oggi è importante che il rav veda se stesso come un “maestro spirituale”. Ciò comporta la creazione di una atmosfera e di un contesto di dialogo, di studio e di pensiero condiviso, che a mio parere, porta il rabbino ad acquisire un sentimento di vicinanza e affetto e non ne limita la funzione a quella dell’insegnamento e dell’autorità.

Per costruire il “proprio luogo” e per ampliare la propria sfera d’azione, il rav deve saper “servire” un pubblico eterogeneo e farsi carico dei diversi bisogni dell’intera comunità.

La Comunità non è un contesto monocolore. Al suo interno si trovano elementi diversi che hanno bisogni e necessità diversi e occorre relazionarsi con tutte queste realtà: malati, adulti, problemi personali e di coppia, giovani, lutti, altruismo, etc. Tutte queste realtà non chiedono di fatto che si studi la Torà, ma essi sono parte della “Torà dell’uomo”, della costruzione della comunità e dello status del rabbino.

Il rabbino deve essere oggi, il rabbino di tutti, sia di coloro che sono osservanti sia di coloro che non lo sono; sia di coloro che sanno pregare sia di coloro che non vogliono imparare a pregare; sia di coloro che vengono in Comunità, sia di coloro che devono essere avvicinati alla comunità ed all’ebraismo: questa è la bellezza del compito e soprattutto la bellezza della responsabilità del rabbino dei nostri tempi. Solo in questo modo potremo preoccuparci del popolo di Israele e gestire la responsabilità di un ruolo genuino.

Il lavoro di una rabbanut non deve essere statico. La caratteristica ed il compito di una rabbanut derivano dalle caratteristiche della comunità. La rabbanut è un ruolo che è legato al tempo ed al luogo. La definizione di rabbanut che si riferisce ad un pubblico specifico richiede un mutare costante degli scopi e degli approcci. I maestri del Talmud (Rosh Hashaná 25 b) commentano il versetto “e ti recherai dal giudice che ci sarà in quei giorni” (Devarim 17, 9) chiedendosi: “E quando ti succederà che un uomo andrà da un giudice che non esiste in quei giorni?”; spiegano cioè che non si tratta di persone, ma piuttosto di valori: il giudice, il rav, la guida, deve essere parte della sua generazione e vivere i suoi stessi problemi.

Rav Eliahu Birnbaum