UCEI

 

Domando... domandi? Sì, domando!

 di Alfredo Caro

 

Mi domando: c’è qualcuno, anche uno solo, fra gli intellettuali ebrei italiani che accolga le mie istanze critiche e le mie riflessioni sulla condizione socio-culturale del nostro piccolo gruppo ebraico diasporico, c’è un ebreo che, col suo proprio respiro e pensiero, ampli lo “spiraglio” aperto dai miei articoli, ormai numerosi, con grande mia fatica, ma sempre in solitudine?

Oppure, senza accorgermene, dico con le mie idee, per esprimermi fiorentinamente, soltanto delle “bischerate”(corbellerie) che non meritano risposta alcuna?

Non ci si accorge, nonostante le previsioni ottimistiche e il lungo periodo di studio e preparazione con i quali si è salutato il rinnovamento statutario interno, che, forse, occorreva ancora un tempo maggiore per meglio conoscere cosa pensano gli ebrei della loro condizione, visto che solo in questi mesi si fa un’indagine a rilevanza statistica sul nostro gruppo?

Non si sono accorti i nostri “cervelli” dirigenziali che col nuovo statuto si “imitava” il modo di fare politica del più vasto Paese? Sarà un bene per noi? Ormai, comunque, lo statuto c’è; diamogli almeno un’”anima” diversa, possibilmente.

Intanto assistiamo alla crisi che coinvolge molti consigli comunitari, con dimissioni a raffica, in diverse comunità, grandi e medie. I ”fatti” hanno la testa più dura delle idee e anche fra noi “i nodi vengono al pettine”, anche se “in ritardo” rispetto alla crisi maggiore che vive il Paese.

Dalle vicende reali delle cose non viene confermato, già da ora, prima che lo Statuto entri in funzione, che i rinnovamenti sono inadeguati? Non si sta andando, per risolvere la nostra situazione, al nocciolo della questione. Sono i rapporti interni fra noi che sono in crisi; proprio perché è il senso del “noi” che si è fortemente indebolito; e questo “senso” si è andato progressivamente dimenticando, prevalendo, da anni ormai, fra noi atteggiamenti e comportamenti individuali, anziché sociali, individualistici, competitivi, concorrenziali e antagonistici; in sintesi: troppo diffusi sono mentalità e costumi borghesi. Quando ci si ricorderà di tutto ciò? Quando? Proviamo, insieme, a farci, coraggiosamente, queste domande e, soprattutto, affatichiamoci a dare anche sensate risposte.

In solitudine - ed è questo il mio rammarico - ho dato alcune risposte, ma senza risonanza alcuna: non vestirsi e rivestirsi con abiti giudaicamente diversi, ma sempre abiti, ma tornare, magari innovando perché siamo agli inizi del XXI secolo, a riprenderci la nostra “prima nuda pelle” ebraica; in sintesi torniamo ad essere ebrei - il “come” sarà il risultato dei nostri sforzi - al fine di riacquistare, nel fare proprio il “senso” della storia, la nostra antica serietà; serietà che può essere sia di “ritorno” che di “rinnovamento” nello spazio dell’esperienza morale come in quello della nostra religiosità.

Vogliamo, su queste tematiche, insieme discutere progettualmente per meglio operare?

Alfredo Caro

13 maggio 2012