Storie di ebrei torinesi

 

Noi e l’UCEI

In questo numero, in cui dedichiamo ampio spazio alla nascita del nuovo Consiglio dell’UCEI, abbiamo pensato che potesse essere interessante per i lettori di Ha Keillah conoscere l’esperienza di due tra gli ebrei torinesi che sono stati Consiglieri dell’Unione, in anni diversi e con differenti modalità e incarichi. Alda De Benedetti Segre, in Consiglio dal 1990 al 1998, vivendo a Roma durante il suo primo mandato ha avuto l’occasione di conoscere l’UCEI nella sua vita quotidiana ed è stata assessore al bilancio proprio negli anni in cui si decideva di aderire all’8 per mille. Giulio Disegni è stato Consigliere in questo ultimo anno e mezzo, di transizione dal vecchio al nuovo Statuto, ed è stato designato dalla Comunità di Torino come nostro rappresentante nel nuovo Consiglio. Si tratta di due ebrei torinesi che per i nostri lettori non hanno bisogno di presentazione: Alda De Benedetti Segre è stata segretaria di redazione di Ha Keillah; Giulio Disegni è stato per molti anni redattore ed è tuttora un prezioso collaboratore della nostra rivista (tra le altre cose, è l’inventore di questa rubrica). Perciò questa volta le interviste non spaziano sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia, e neppure sugli altri numerosi incarichi che entrambi hanno ricoperto nel mondo ebraico, dalla FGEI alla Comunità di Torino, ma si concentrano specificamente sulla loro esperienza nell’ambito dell’Unione.

 

Giulio Disegni

 

Come è nato il tuo interesse per l’UCEI e in genere per l’organizzazione e la storia dell’ebraismo italiano?

Si può dire che ha origini lontane. Sin da quando ero Segretario della Federazione Giovanile Ebraica Italiana, prendevo parte alle riunioni di Consiglio dell’Unione come rappresentante dei giovani ebrei italiani e in quella veste ho potuto assistere a molti dibattiti e discussioni anche vivaci e polemiche su quella macchina abbastanza complessa e variegata che è l’ebraismo italiano. Erano gli anni che precedevano il lavoro per la redazione dell’Intesa tra Stato Italiano e Comunità Israelitiche, che avrebbe dato una svolta all’ebraismo italiano attraverso la nuova legge che andava a sostituire i Regi Decreti del 1930-31 e con lo Statuto dell’ebraismo italiano. È stata una stagione importante per la presa di coscienza di un periodo nuovo da parte degli ebrei italiani e la FGEI aveva un ruolo di traino e di collegamento che hanno avuto un certo peso. Devo dire che tutto ciò era collegato anche ad un mio interesse spiccato per la storia e l’organizzazione giuridica dell’ebraismo italiano, che ho sempre visto come osservatorio particolare per esaminare i rapporti della comunità ebraica con la società civile Quell’interesse confluì poi nella mia tesi di laurea in Diritto Costituzionale e poi nel volume Ebraismo italiano e libertà religiosa in Italia, che pubblicai per Einaudi nel 1983.

La tua esperienza nell’ambito dell’UCEI (congressi, partecipazione a commissioni, Consiglio) dura da decenni: puoi raccontarcela brevemente?

Ho avuto l’occasione di partecipare in effetti a diversi Congressi ordinari e straordinari dell’Unione delle Comunità Israelitiche, divenuta Unione delle Comunità ebraiche dal 1987 con l’attuazione dell’Intesa e l’entrata in vigore dello Statuto, sia come osservatore e sia come delegato eletto su liste nazionali o designato dalla Comunità di Torino. Solo dal Congresso Straordinario del 2010 sono stato eletto nel Consiglio dell’Ucei. L’esperienza più interessante è stata certamente quella fatta ai Congressi nei quali si è assistito a passaggi abbastanza rilevanti per la struttura dell’ebraismo italiano: mi riferisco a quello già citato dell’87 con l’approvazione di Statuto e Intesa e a quello del 2010 in cui si è dato vita ad un rinnovato Statuto dell’ebraismo italiano.

La tua esperienza di avvocato è stata utile in ambito UCEI?

Probabilmente sì, ma non sono io a doverlo dire. L’Ucei è, se vogliamo, oltre che il centro di tutta la vita ebraica e del collegamento tra ebrei e Comunità, anche una sorta di grande “azienda” in cui emergono continue problematiche gestionali, amministrative, economiche e anche legali. In questo ambito mi sono occupato specificatamente di alcuni problemi legati al patrimonio immobiliare dell’Unione, che richiedevano esperienza di tipo legale e contrattuale. Ma vi sono anche questioni di interesse nazionale che hanno risvolti giuridici, legati sia al diritto civile o, può capitare, penale, sia al diritto ebraico e quindi sovente ci si imbatte in vicende che richiedono un’attenzione particolare sotto questi profili e ci si confronta così in sede di Consiglio o delle Commissioni che vengono create su determinati tematiche.

Per quattro anni rappresenterai gli ebrei torinesi nel Consiglio: ritieni che la nostra comunità abbia esigenze specifiche di cui ti farai portatore?

Si apre ora una pagina nuova con un Consiglio ampio, soprannominato “parlamentino” e bisognerà vedere come si svolgeranno i lavori, quali saranno le esigenze primarie che emergeranno. È tutto nuovo per certi versi, anche se non ritengo che il ruolo dei singoli Consiglieri sia legato alle istanze particolari proprie della propria Comunità, quanto piuttosto agli interessi e ai temi generali in cui si dibatte l’ebraismo italiano oggi. Certamente l’ebraismo torinese vive oggi un momento assai difficile per le diverse visioni di Comunità che si vanno formando e quindi le sue esigenze dovranno conciliarsi con gli indirizzi che l’Unione prenderà a livello generale sui grandi temi legati al Rabbinato oggi in Italia, alle modalità di “gestione” di problemi quali le conversioni e la Kasherut, all’educazione, alla formazione dei giovani, tutti temi prioritari dai quali non si può prescindere, indipendentemente dall’appartenenza ad una Comunità piuttosto che ad un’altra.

Certamente però se il nuovo assetto dell’UCEI assumerà una configurazione tale per cui i Consiglieri designati dalle singole Comunità - sistema alternativo alle elezioni nelle Comunità in cui le elezioni sono state invece effettivamente svolte - saranno i portatori delle istanze comunitarie all’interno dell’Ucei, provvederò in tal senso.

Viceversa, ritieni che l’ebraismo torinese possa apportare un contributo specifico?

La Comunità di Torino è sempre stata un “laboratorio” di idee vivo e vitale, guardata con interesse e qualche volta anche con timore dal resto dell’ebraismo italiano, specie quello romano. Non so dire ora, in questa fase difficile che la Comunità di Torino attraversa, se l’ebraismo torinese può essere portatore di particolari contributi, ma, se il clima si rasserena, di idee innovative e costruttive certamente non manchiamo.

Spesso i consiglieri UCEI che non vivono a Roma hanno lamentato di sentirsi lontani, poco coinvolti nelle decisioni: hai avuto anche tu questa impressione?

Da sempre le decisioni più importanti vengono prese a livello di Giunta e gestite all’interno del “Palazzo”, ossia a Roma, ma questo non significa che oggi, con tutti i mezzi di cui disponiamo, non vi siano collegamenti e decisioni rapidi tra tutti. Il nuovo ordinamento previsto dallo Statuto prevede ora un organismo consiliare molto vasto e rappresentativo, sia pure proporzionalmente rispetto all’entità delle singole Comunità, in cui tutte le realtà locali sono rappresentate. Occorrerà solo una fase di rodaggio per vedere se la macchina, nuova e complessa, potrà funzionare agevolmente.

Tu hai fatto parte del precedente Consiglio “di transizione”: come avete vissuto questo anno e mezzo?

È stato un anno e mezzo di lavoro duro e impegnativo, si può dire senza soste, perché occorreva anzitutto dare attuazione alle mozioni del Congresso Straordinario del dicembre 2010 e procedere alla revisione complessiva dei testi normativi, Statuto, Regolamento elettorale e anche Regolamenti delle singole Comunità, ma naturalmente il lavoro e le decisioni pressoché quotidiane che la Giunta ha dovuto affrontare e discutere con il Consiglio sono state molte. Tra esse l’avvio e la realizzazione dell’indagine conoscitiva dell’ebraismo italiano attraverso un’inchiesta socio-demografica in tutte le realtà ebraiche del nostro Paese, ma anche il sistema dei bilanci e delle rendicontazioni dell’Unione, la trattazione del problema della Kasherut e del marchio unico “kasher made in Italy” sono stati temi di notevole impegno, tra molti altri.

Credi che il nuovo parlamentino dell’ebraismo italiano possa funzionare?

Non saprei. Le aspettative sono molte e da diverse parti si cerca di dar vita ad un organismo più cosciente e partecipato e rappresentativo di tutte le realtà. Da un punto di vista personale sono peraltro un po’ scettico ancora oggi - ma pronto a ricredermi - sulla scelta operata dal Congresso UCEI del dicembre 2010, essendo convinto che la macchina organizzativa e deliberativa doveva essere come l’attuale, più agile e con un numero di Consiglieri ridotto rispetto a quello che è stato individuato attraverso il nuovo Statuto, perché, se è vero che il grosso delle decisioni sarà preso dalla Giunta, ossia dall’organo esecutivo, è altrettanto vero che un Consiglio di 52 persone potrà far fatica a funzionare speditamente, proprio per la sua ampiezza.

Sono anche convinto che i Consiglieri, proprio perché rappresentanti dell’ebraismo italiano e quindi portatori di interessi generali, dovrebbero essere scelti in liste nazionali sulla base dei programmi e delle ideologie che rappresentano, più che su interessi campanilistici o legati alla propria Comunità di appartenenza.

Devo anche dire che sono un nostalgico dei Congressi e il fatto che il momento congressuale, sia pure ogni quattro anni, non ci sia più, è effettivamente una deminutio perché le assemblee che si formavano costituivano una interessante palestra di discussione e dibattito tra le varie componenti dell’ebraismo italiano. Ora staremo a vedere.

Cosa ne pensi dell’esito delle elezioni, in particolare a Roma e a Milano?

Si è molto scritto e letto sulle elezioni milanesi e romane dei Consiglieri, specie sulle liste o “listoni” di Roma, ma ormai è cosa fatta: ha prevalso la voglia di unità e unitarietà di cui l’ebraismo italiano sente evidentemente il bisogno. E che forse in questo momento è un bene prezioso.

 

    

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