Ebrei in Italia

 

Paura delle donne?

 di Anna Segre

 

Un ebraismo italiano timido e spaventato dalle novità, in cui arriva attutita l’eco di dibattiti che si svolgono altrove. Sarebbe ingeneroso affermare che il Moked primaverile (svoltosi a Milano Marittima dal 27 aprile al 1 maggio) abbia suscitato questa impressione. Anzi, meritano senz’altro un plauso tanto la scelta del tema (la donna nell’ebraismo) quanto il livello degli interventi, quasi tutti molto interessanti. Direi piuttosto che tale impressione è stata suscitata dalla scarsa partecipazione: la crisi economica e la contemporanea festa del libro ebraico a Ferrara giustificano solo in parte il numero esiguo dei partecipanti; inoltre anche la copertura sui media dell’UCEI è stata nel complesso più limitata di quanto ci sarebbe potuti aspettare per un’attività organizzata da un dipartimento dell’Unione.

Da fuori Italia sono arrivati interventi coraggiosi, inviti alle donne a rivendicare maggiori spazi nel mondo ebraico, testimonianze di grandi novità anche in ambito ortodosso (Renana Birnbaum), messa in discussione degli stessi processi di formazione dell’alakhà, da sempre quasi completamente in mano agli uomini (Bambi Sheleg). Affascinanti e provocatorie le proposte dell’artista Jacqueline Nicholls: rivestimenti per il sefer Torà con la forma di abiti femminili oppure centrini che rappresentano donne nude incatenate con incise in mezzo le più disturbanti massime rabbiniche sulle donne. Importante notare che questi interventi provenivano da donne ortodosse e osservanti, due delle quali (Jacqueline Nicholls e Renana Birnbaum) mogli di rabbini.

Tendenzialmente più cauti mi sono parsi gli interventi dall’Italia (con l’eccezione della bella lezione di Daniela Ovadia che ha cercato di dimostrare scientificamente come molte differenze considerate biologiche siano in realtà determinate dal contesto culturale). Tra gli interventi dei rabbini il più aperto alle novità mi è parso quello di Rav Birnbaum, forse non per caso anche lui di formazione non italiana. Le analisi della specificità femminile (per esempio da parte di Yarona Pinhas) - pur in sé molto interessanti - a mio parere corrono un po’ troppo il rischio di offrire un paravento alle discriminazioni. Molto discusso l’intervento di David Piazza, che, per sollecitare il pubblico a non demonizzare i charedim (intento di per sé condivisibile), ha cercato di dimostrare come alcune loro opinioni non siano del tutto infondate; in questo modo il suo intento è parso però un po’ ambiguo: per esempio, una cosa è affermare che il rifiuto di pubblicare foto di donne sui giornali sia una reazione alla frequente presentazione della donna come oggetto di piacere (opinione espressa anche da Osnat Safrai in questo stesso numero di HK, forse discutibile ma non campata per aria), tutt’altra cosa è sostenere che le immagini femminili sui giornali siano effettivamente inopportune (quanti poveri lettori di Ha Keillah, Shalom, Pagine ebraiche, ecc. avremmo traviato?) Una cosa è dimostrare che spesso in pubblicità o nel cinema il colore rosso è usato come richiamo sessuale, altra cosa è invitare le donne a non vestirsi di rosso (nei due giorni successivi le partecipanti al Moked vestite di rosso si rimproveravano scherzosamente a vicenda). Mi pare che in alcuni momenti l’intervento di David Piazza non distinguesse chiaramente i due piani.

In più occasioni, e soprattutto nelle conclusioni, Rav Della Rocca ha invitato alla prudenza, osservando che le donne intervenute potevano permettersi certi discorsi perché avevano una cultura e un livello di osservanza non posseduti invece da gran parte delle ebree italiane. Confesso che in alcuni momenti mi sono sentita ferita dalle parole forti che ha usato (per esempio, più volte ha definito la lettura sul sefer Torà da parte di una donna come “scimmiottare gli uomini”), parole che non mi sembrano appropriate per definire comportamenti che, seppure lentamente, stanno diventando accettabili anche nel mondo ortodosso. Non mi convince la logica per cui fuori Italia possono permetterselo perché sono osservanti mentre noi no perché non lo siamo; a me pare che, anzi, l’inosservanza e la lontananza siano spesso effetto proprio della discriminazione a cui le donne sono soggette, che rende la loro partecipazione ai momenti collettivi della vita ebraica comunitaria (per esempio alla tefillà) marginale, frustrante e certamente meno accattivante di quanto lo sia per gli uomini. Insomma, siamo discriminate perché siamo lontane o siamo lontane perché siamo discriminate? La risposta non mi pare scontata, anzi, mi sembra un circolo vizioso da cui non si sa come uscire.

Certo, anche in Italia, come in Israele e nel resto del mondo, qualunque rivoluzione non potrà venire se non dalle donne stesse. Dobbiamo rimboccarci le maniche, e non solo nell’ambito “religioso”, perché nessuno ci regalerà niente. Nel contesto della vita ebraica “laica” mi pare che la nascita della lista femminile “Binah” e la sua soddisfacente affermazione nelle elezioni romane per l’UCEI sia tutto sommato un segnale positivo.

Anna Segre

   

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