Israele

 

Esclusione delle donne

 di Osnat Safrai

 

Negli ultimi mesi molti articoli dei giornali israeliani hanno trattato il tema della “esclusione delle donne” dallo spazio pubblico. L’espressione “esclusione delle donne” si riferisce a diverse situazioni come il divieto di ascoltare il canto femminile durante le manifestazioni pubbliche o il mantenere la separazione tra uomini e donne per motivi di modestia (tzeni’ut), nelle code (negozi, fermata del pullman) e persino nelle zone con una forte presenza di charedim.

Un caso evidente di “esclusione “ che ha causato le proteste della società è la separazione tra uomini e donne sugli autobus delle linee pubbliche. Fino a circa due anni fa, in Israele erano molti gli autobus ad applicare il criterio mehdarin (in aramaico di osservanza rigorosa). Queste linee servivano tanto i religiosi quanto i non religiosi; alle donne veniva richiesto di prendere posto nei sedili posteriori del mezzo, mentre gli uomini si sistemavano davanti. Detti autobus non erano definiti “rigorosamente lemehadrin” e, in realtà, non esisteva un’alternativa per chi era interessato a viaggiare diversamente. Le tariffe delle linee di Bnei Brak, o dei quartieri religiosi di Gerusalemme, erano più economiche e in molti casi, la richiesta di sedersi divisi e di indossare abiti modesti (tzeni’ut) veniva fatta dagli stessi passeggeri in modo violento e offensivo. Gli autisti normalmente non si intromettevano e quando lo facevano era per sostenere le pretese degli ultraortodossi. Negli anni molti viaggiatori hanno ottenuto con violenza che gli autobus diventassero “kasher le mehadrin”, pur in assenza di una decisione degli organi preposti.

Nel luglio 2004 la questione è stata presentata alla Corte Suprema, dopo il caso di una passeggera religiosa. La donna era salita su un autobus completamente vuoto, aveva preso posto nella parte anteriore del mezzo e quando la gente aveva iniziato a salire, alcuni uomini charedim l’avevano aggredita, pretendendo che si alzasse e scegliesse un posto nella parte posteriore riservata alle donne; lei aveva rifiutato, divenendo così oggetto della loro crescente aggressione, di offese verbali e minacce fisiche. Per tutto il tragitto, l’autista non era intervenuto neanche una volta al fine di garantire l’incolumità della donna e non aveva chiesto agli aggressori di cessare con gli attacchi e le ingiurie. La passeggera, appoggiandosi ad associazioni che si occupano di diritti civili e alleandosi con altre donne che avevano vissuto situazioni simili, si è appellata alla Corte Suprema di Israele.

La Corte Suprema ha emesso una sentenza in cui decreta che la divisione imposta è assolutamente illegale e nulla e, inoltre, ha vietato ogni segno distintivo atto a distinguere tra una linea e un’altra. Così per esempio su tutti gli autobus sono stati esposti cartelli che dichiarano un’ovvietà: ogni persona ha il diritto di sedere dove vuole.

Nonostante ciò, la situazione non è cambiata. Di fatto, nella sentenza della Corte Suprema è stata permessa la divisione volontaria, ammettendo la possibilità che siano le stesse passeggere a chiedere, liberamente, la separazione tra uomini e donne. In tal caso, bisogna rispettare la loro volontà. La Corte Suprema ha individuato un equilibrio tra il principio della parità e il rispetto della dignità di tutti e d’altro canto ha inteso tutelare anche il diritto della comunità charedì a preservare la propria cultura.

La distinzione tra separazione volontaria e obbligatoria è “bella in teoria”, ma in realtà il permesso concesso dalla Corte Suprema ha legittimato il proseguimento della divisione imposta dagli ultraortodossi e, in verità, il fenomeno non si è affatto interrotto. Anche dopo la sentenza, una donna che si accomodi fuori dai sedili a lei destinati - cioè nel retro - percepisce sguardi e pressioni; tutto ciò nella speranza che la situazione non si trasformi in violenza.

Il fatto che la Corte Suprema abbia concesso la possibilità di mantenere la divisione, seppure senza alcun vincolo, si basa sul fatto che in certe linee gran parte dei viaggiatori, se non tutti, sono charedim, e per loro le tratte miste sono un’evidente violazione dell’obbligo halakhico alla modestia (tzeni’ut). Perciò, secondo la sentenza, la separazione tra uomini e donne deve essere garantita come parte del diritto di una minoranza a vedere rispettata la sua cultura. Il fatto è che molti decreti halakhici dimostrano chiaramente che questa tradizione (minhag) è relativamente nuova e analizzando le decisioni halakhiche di molti rabbini di grande autorità, si deduce che a lungo è stato permesso di viaggiare su autobus “misti”. La divisione che si è radicata negli ultimi anni è il prodotto del generale irrigidimento religioso che non esisteva nella tradizione ebraica ed è certo difficile definirlo “halakhà” o anche solo minhag. Si tratta quindi di un irrigidimento religioso creatosi nell’ultimo decennio, diverso dall’atteggiamento degli stessi ambienti nel passato.

Nel tentativo di individuare l’evoluzione del fenomeno si possono distinguere due temi centrali. Il primo è socio-politico; il potere politico dei charedim in Israele, insieme alla continua crescita demografica delle loro comunità, ha reso conveniente l’investimento economico nei loro confronti. Questo potere permette ai charedim di avanzare richieste che prima non avrebbero mai fatto. Per anni non hanno posto alcun divieto in merito ai pullman “misti” ma la nuova condizione economica e demografica ha permesso loro di trasformare una pretesa in minhag, chiedendone l’adempimento obbligatorio e inderogabile.

La seconda spiegazione è insita nella reazione alla situazione sociale. Gli studi sociali sostengono che, per natura, l’estremismo nasce come risposta a un altro estremismo. La motivazione ufficiale della considerazione fatta dalla Corte Suprema è che il frequente uso dei mezzi pubblici causa l`affollamento degli autobus, condizione in cui è difficile per la popolazione charedì rispettare le regole della tzeni’ut. Si tratta in realtà di un quadro assai parziale perché la vita moderna ha effettivamente portato molta apertura nonché un miglioramento notevole dello status delle donne. D’altronde il cambiamento ha innescato l’ostentazione della sessualità in tutte le sfere della vita, tanto che sarebbe impossibile ignorare il fenomeno. La donna presentata in abiti succinti e trasformata in oggetto di seduzione spicca nei cartelli della pubblicità, in televisione, giornali ecc. ed è impossibile non vedere.

L’estremizzazione dell’osservanza della tezni’ut da parte dei charedim è il risultato dell’opposizione alla nuova situazione sociale e culturale creatasi negli ambienti non osservanti e si contrappone all’esternazione della sessualità presente oramai in tutti gli ambiti pubblici.

A livello personale, sono contraria alla radicalizzazione religiosa, la percepisco come un degrado di tutta la società; in generale nell’ambito delle parità e, in particolare, riguardo ai diritti delle donne, crea situazioni di oltraggio, umiliazione e chiusura. Tuttavia, mi domando se cartelli pubblicitari giganti con belle donne, esposte al fine di aumentare le vendite non equivalgono all’offesa e all’umiliazione contestati dalla società laica. Al giorno d’oggi l’esibizione della sessualità è visibile ovunque ed è oggettivamente difficile evitarla; l`irrigidimento nell’osservanza della tzeni’ut non è altro che il tentativo di fronteggiare l’immagine del corpo femminile nudo e ben elaborato da Photoshop.

Questo radicalismo della tzni’ut, atto a prevenire pensieri “proibiti”, suscita il nostro sdegno poiché radica l’immagine della donna come un oggetto sessuale; la televisione, che in ogni programma presenta una valletta in bikini, certo non propone un’idea migliore della donna. Sia quando la sessualità è una sorta di tabù che conduce a un irrigidimento dell’osservanza delle regole della modestia sia quando è percepita come un oggetto di consumo e viene sfruttata per interessi commerciali o di altro tipo, in entrambi i casi il problema ha una radice comune.

La protesta contro la divisione degli spazi sugli autobus è stata certamente molto più forte rispetto alla protesta contro l’uso promozionale del corpo della donna. Anzi, sembra che i pubblicitari raggiungano l’obiettivo, poiché gli acquisti aumentano. In realtà, noi sopportiamo e non combattiamo questa logica commerciale alla stessa stregua con cui inorridiamo di fronte alla separazione imposta nella società charedì; di fatto, noi la sosteniamo e la incoraggiamo. La chiusura religiosa è grave e in nessun modo possiamo legittimarla, tuttavia sarebbe errato scollegare questo radicalismo dal contesto sociale in cui si è sviluppato. La disapprovazione non può essere svincolata da un nostro profondo esame di coscienza, domandando se come Società, non abbiamo contribuito a questa situazione.

Osnat Safrai

Traduzione di Edoardo Segre

   

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