Israele

 

Blocknotes

 di Reuven Ravenna

 

Incertezze

Intendendo sintetizzare in una parola la situazione di Israele attuale, come in altre epoche passate, non trovo termine pi¨ appropriato di Incertezza. Non solo per quanto concerne possibili sviluppi di eventi, ma nella realtÓ di tanti campi: le linee di vario colore che sono divenute frontiere, le zone della Cisgiordania, ereditÓ dei “famigerati” accordi di Oslo, di status de iure e de facto, o le prospettive, a tempo ravvicinato o meno, del contenzioso nucleare con l’Iran. All’ordine del giorno sono al centro delle preoccupazioni dell’opinione pubblica, rispecchiate dai media, problemi latenti, che, all’improvviso, emergono drammaticamente come la decisione di espellere infiltrati, rifugiati, da paesi dell’Africa Nera, che da anni sono illegalmente penetrati dal Sinai (alla cui frontiera si sta erigendo una barriera, coinvolgendo l’opinione pubblica in dilemmi etici, pratici, di difficile soluzione). Per l’estate si parla di una ondata di manifestazioni di “protesta sociale”, e non si sa se saranno della portata di quelle dello scorso anno, mentre la Coalizione monstre (maggioranza di 91 deputati su 120) sembra godere di ottima salute, con un Premier definito “Re” da prestigiosi periodici d’Oltre Oceano. Ammaestrati da passate esperienze, temiamo che il quadro si possa ribaltare nel giro, che dico, di giorni, di poche ore… Intanto migliaia di israeliani prenotano voli per vacanze intercontinentali o domestiche e si proseguono i lavori in centinaia di cantieri edili.

 

L’altra bomba
 

 

Il 9 di Av (Stefano Levi Della Torre)

Sono trascorsi quarantacinque anni da quei sei giorni che hanno cambiato la nostra vita e emerge giÓ una seconda generazione che non ha conosciuta altra realtÓ. ╚ ancora viva, nella memoria, l’esaltazione immediata per la fulminea vittoria, quasi unanime, turbata soltanto da isolate voci che mettevano in guardia sui rischi inerenti al dominio su milioni di soggetti ostili. La cronistoria di questo quasi mezzo secolo Ŕ ben presente in tutti noi, in Erez Israel e nel mondo. Si pu˛ discutere all’infinito su questo o quel problema, ma non possiamo negare che la geopolitica ha profondamente modificato la nostra vita, in tutti i campi. Come il mondo, si obietterÓ. Naturalmente. Ma il “Progetto Israele” Ŕ pi¨ che mai “a rischio”, l’immagine di una giovane societÓ in ascesa dei nostri verdi anni Ŕ sottoposta a critiche “al vetriolo”, anche da settori, in passato, simpatizzanti, mentre, dall’altro lato, esaltazioni fondamentaliste respingono giudizi dissenzienti, con accuse di tradimenti o di rilassamenti concettuali. Tempo addietro si sono pubblicati anche in Italia, scritti su “cosa succederebbe se Israele scomparisse”. Sintomi preoccupanti. Chi non transige, pur nella denuncia di lati oscuri e condannabili dello Stato ebraico, chi non ha tradito una visione umana e costruttiva del Sionismo, non solo territoriale, di socialitÓ avanzata, non deve temere di esprimere la propria inquietudine per trend, serpeggianti in fasce non limitate della societÓ israeliana, forieri di involuzioni politiche, culturali e civili, non meno degli scenari apocalittici di paventati conflitti mediorientali.

 

Nel fondo dei cuori

Di tempo in tempo viene pubblicato un opinion poll sull’approccio del pubblico israeliano (ebraico) riguardo alle prospettive di possibili soluzioni del conflitto arabo-israeliano (palestinesi e altri). La percentuale degli scettici Ŕ alquanto aumentata. Al di lÓ della realpolitik, degli interessi dei governi (ogni giorno assistiamo al comportamento della Russia putiniana e della Cina popolare nei confronti dei massacri siriani), dobbiamo constatare che i passi positivi sul cammino di accordi sono stati limitati finora ai vertici. Al livello dei sentimenti sono ancora alte le barriere dei pregiudizi, delle ostilitÓ ancestrali e dei rancori per il sangue versato da entrambe le parti. Se si pu˛ parlare di arabo medio, e a maggior ragione delle Úlite intellettuali, l’esistenza di una entitÓ statale degli ebrei nel cuore del Dar Islam Ŕ a dir poco “indigesta”. Nei campi profughi palestinesi si conservano chiavi di case abbandonate nel ’48, inculcando nelle generazioni giovani il sogno del Ritorno nella Grande Palestina, dal Giordano al mare. E l’idea-forza di “Erez Israel hashelema’”, La Grande Israele scalda i cuori di tanti israeliani, non solo coloni, non solo “nazional-religiosi”, con una sensazione di malessere, se non di sospettosa ostilitÓ, per le minoranze da 64 anni cittadine, a pieno diritto, dello Stato sionista. Il cosiddetto campo della pace prima di tutto deve persistere nel dialogo a carte scoperte per giungere almeno a una convivenza reciproca, per conoscerci, per vincere gli stereotipi. Per lottare contro la violenza e il fanatismo delle parti. Ne va del nostro futuro.

Reuven Ravenna

   

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