Storia

 

Il difficile cammino dei perseguitati razziali

 di Giulio Disegni

 

Raccontare la genesi e l’applicazione pratica di una legge può sembrare più un’operazione da “libro di diritto”, o da pubblicazione scientifica, ma Elisabetta Corradini, nel suo volume, recentemente edito da Zamorani, Il difficile reinserimento degli ebrei, riesce efficacemente a rendere l’itinerario e l’applicazione della legge 96 del 10 marzo 1955 sulle provvidenze riconosciute ai perseguitati politici antifascisti e ai perseguitati razziali un libro ricco di interesse e, sicuramente, di interesse non solo storiografico, perché racconta di una storia poco conosciuta e ricca di spunti per la memorialistica sulle persecuzioni, ma anche ebraico, perché getta uno sguardo attento e complessivo sulla difficile strada compiuta dagli ebrei italiani, all’indomani della seconda guerra mondiale, per reinserirsi in quella società da cui erano stati brutalmente e per certi versi irrimediabilmente esiliati con le leggi razziali.

Il libro percorre innanzitutto la genesi di una legge nata per volontà del senatore Umberto Terracini e che ha avuto un iter assai difficoltoso negli anni tra il 1952 e la sua approvazione nel ’55. Le difficoltà nascono proprio dal dover far accettare nel Parlamento la persecuzione razziale come categoria a sé stante, diversa dalla persecuzione politica: gran parte della prima parte della ricerca di Elisabetta Corradini è incentrata sul dibattito politico e parlamentare che accompagna il cammino compiuto per far approvare la legge, dibattito che ben rispecchia le varie componenti di un Paese che, a pochi anni dalla fine della guerra e di un regime, sembra più aver voglia di cambiare e voltare pagina che di approfondire la tematica delle persecuzioni, mentre in parallelo si sviluppa il dibattito sulle benemerenze da riconoscersi ai repubblichini di Salò. La Democrazia Cristiana e i suoi alleati, in particolare, avevano chiarito a viva voce che qualsiasi misura risarcitoria per i perseguitati antifascisti ed ebrei doveva passare per analoghe misure rivolte ai reduci della repubblica collaborazionista di Mussolini.

Elisabetta Corradini mette in luce il ruolo fondamentale di Terracini sia nell’essere tra i protagonisti del dibattito che porterà poi all’emanazione della legge, sia nel successivo ruolo di interprete della norma, che lo vedrà poi interlocutore attento di molti perseguitati politici e razziali che riscontrano difficoltà nel vedersi riconosciuto l’assegno vitalizio di benemerenza.

Il racconto dell’autrice, perché tale si configura, dando così al lettore l’idea di essere partecipe egli stesso di quell’esperienza e di quel dibattito, si snoda attraverso due direttrici: un’analisi serrata di come si è sviluppata l’applicazione della legge sulle benemerenze ai perseguitati nel tempo e un vademecum delle criticità che l’applicazione della legge ha comportato per troppo tempo per gran parte di coloro che hanno richiesto l’assegno vitalizio previsto dalla legge.

Val la pena ricordare a tale proposito che per circa mezzo secolo la legge Terracini per i perseguitati razziali ha avuto una gestazione talmente difficoltosa che solo poche decine di ebrei perseguitati dal regime fascista riuscirono a beneficiare dell’assegno vitalizio e per circa 45 anni poco o nulla si parlò, neppure da parte ebraica, della legge e della possibilità che veniva data agli ebrei perseguitati di usufruirne. È questo sicuramente uno dei lati oscuri della vicenda, che fa comprendere come per troppi anni la condizione degli ebrei perseguitati “fosse non solo sottovalutata e mal compresa, ma esplicitamente misconosciuta”, come sottolinea Fabio Levi nella prefazione al libro. E questo aspetto è evidentemente collegabile alla sottovalutazione che per troppi decenni si avertì in Italia sul problema stesso della gravità delle leggi razziali e delle persecuzioni perpetrate in nome delle stesse, quasi dunque “in una sorta di continuità fra i molti modi con cui via via si è cercato di ridimensionare il peso della svolta antisemita del fascismo”.

Ma va anche messo in luce un aspetto singolare della vicenda, richiamato dall’autrice, ossia la mancanza di volontà o forse l’incapacità, nel dibattito che precedette l’emanazione della legge Terracini, di cogliere la specificità della persecuzione antiebraica. Questo aspetto influì pesantemente, in sede amministrativa e giuri-sprudenziale, nella concessione delle benemerenze ai perseguitati razziali, tanto che la Commissione preposta alla concessione per lunghi anni non attribuì l’assegno vitalizio perché non risultava che i richiedenti avessero svolto attività politica antifascista, quasi che le leggi razziali fossero una sorta di diramazione all’interno della contrapposizione fascismo-antifascismo.

Nel volume correttamente sono ricordate e messe in luce alcune tappe dell’applicazione della legge. Mi riferisco, per gli anni più recenti, al 1998, anno in cui la Corte Costituzionale sancì il principio della necessità della presenza di un rappresentante della comunità ebraica, sino a quel momento assente dal novero dei membri della Commissione istituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’attribuzione dell’assegno di benemerenza agli aventi diritto. E ancora, nello stesso anno ’98, una pronuncia a Sezioni Unite della Corte dei Conti affermò che la violenza morale per chi ha subito le persecuzioni consisteva nella lesione dei fondamentali diritti della persona e che i beneficiari andavano individuati tra coloro che avessero subito gli effetti lesivi di tale violenza.

Da quel momento fu un crescendo di avvenimenti che mutarono radicalmente il quadro, sino allora decisamente negativo, delle provvidenze ai perseguitati razziali. Nel 2002 la Presidenza del Consiglio istituisce una Commissione di Studio per individuare i problemi irrisolti nella concessione dei vitalizi di benemerenza e per superare le criticità che non consentivano, a chi avesse subito persecuzioni e misure discriminatorie nel periodo successivo all’8 settembre ’43, di ottenere l’assegno vitalizio.

L’anno successivo un’interpellanza parlamentare di un deputato del PD ricordava al Parlamento che lo Stato con la legge n. 96 del 1955 aveva espresso la volontà di risarcire i perseguitati politici, ma anche i perseguitati razziali, mettendo così il dito sulla piaga della difficoltosa e rara concessione dei vitalizi: “le leggi razziali non se le sono inventate gli ebrei e nemmeno l’opinione pubblica democratica… al contrario, lo Stato ha ingaggiato da allora questa battaglia legale tramite l’Avvocatura dello Stato contro le legittime richieste di vitalizio”.

Fu ancora la Corte dei Conti a sezioni riunite, con una sentenza di grande impatto del 25 marzo 2003, ad affermare che “le misure concrete di attuazione della normativa antiebraica debbono ritenersi idonee a concretizzare una specifica azione lesiva proveniente dall’apparato statale e intesa a ledere la persona colpita nei suoi valori inviolabili” e soprattutto a mettere l’accento sul fatto che la menzione della data dell’8 settembre 1943 in provvedimenti normativi relativi ai perseguitati razziali, non va intesa come data-limite per poter beneficiare del vitalizio, dal momento che dopo tale data vi fu una netta intensificazione degli atti persecutori e le leggi razziali erano pienamente in vigore, di tal che non è giustificata sotto alcun aspetto la sua utilizzazione quale “termine finale riferibile all’attività persecutoria per motivi d’ordine razziale rilevante ai fini della concessione dell’assegno di benemerenza”.

Due anni dopo, nel 2005, la Presidenza del Consiglio emanò degli Indirizzi per una corretta applicazione della legge Terracini anche ai casi di persecuzioni subite dagli ebrei italiani dopo l’8 settembre ’43 (e quindi esili forzati all’estero, fughe e nascondigli per sfuggire alle retate e deportazioni).

Il libro rende conto di tutto questo e termina con annotazioni importanti sui profili quantitativi, ossia su quanti perseguitati hanno potuto accedere alla benemerenza per le persecuzioni subite, con una suddivisione tra politici e razziali e per ampi periodi. Il grande lavoro compiuto in tal senso dalla Corradini, che ha esaminato circa 18.000 casi di perseguitati politici e razziali, si chiude con un’amara quanto realistica considerazione, ossia che probabilmente oltre 60.000 furono le domande presentate, per tutti i benefici, dalla fine del secondo conflitto sino ai giorni nostri: “così non si deve dimenticare quanto sia anonima e vasta la moltitudine sommersa di chi in un modo o nell’altro ha dovuto subire la colpevole disattenzione della politica e la dolorosa pesantezza della burocrazia”.

Giulio Disegni

   

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