Libri

 

Il problema Spinoza

 di Manuel Disegni

 

Due personaggi assai diversi, vissuti a quasi tre secoli di distanza, accomunati, se così si può dire, da un conflitto violento con l’ebraismo che ne ha segnato le vite e le psichi. Baruch Spinoza e Alfred Rosenberg, il grande filosofo moderno olandese e l’ideologo nazista per eccellenza. L’idea di farne i due protagonisti di un romanzo è dello psichiatra americano Irvin Yalom, autore de Il problema Spinoza (Neri Pozza Editore, Vicenza 2012, 440 pp.), un’opera divulgativa ma intensa. Le sue notevoli doti narrative consentono una lettura scorrevole e gradevole nonostante lo spessore degli argomenti trattati e l’approfondimento filosofico e psicologico.

Spinoza - è risaputo - condusse una vita ritirata, speculativa, solitaria, priva di avvenimenti esteriori. Dai ventiquattro anni in avanti risiedette in un villaggio olandese sperduto scrivendo trattati filosofici e molando lenti per guadagnarsi la sopravvivenza. La sfida di romanzare una simile esistenza poteva essere colta solo da un conoscitore profondo della mente umana e della filosofia - quale Irvin Yalom si dimostra essere -, che con le sole fonti dei trattati (teoretici, dunque impersonali) scritti da Spinoza nel suo isolamento, ne ricostruisce la vita interiore.

L’imponente figura del filosofo rivive anche 260 anni dopo attraverso l’ossessione - raccontata a capitoli alterni - di Alfred Rosenberg, spalla ideologica di Hitler, paziente psichiatrico il cui feroce odio antiebraico viene indagato da un punto di vista psicanalitico. Adolescente tedesco in Estonia, piccolo guerrafondaio e già convinto antisemita, Rosenberg fa la scoperta drammatica e destabilizzante che l’eroe della superiore cultura tedesca Goethe - come rivela la sua autobiografia - nutriva per Spinoza una grande ammirazione, se ne dichiarava debitore. Goethe racconta addirittura di aver portato in tasca per oltre un anno la Ethica more geometrico demonstrata. Dal punto di vista di Rosenberg è inconcepibile che il campione della germanità potesse aver tratto guadagno dalla lettura di quell’astrusa filosofia giudaica - a lui, aspirante filosofo piuttosto mediocre, rimasta sempre inaccessibile -. Di qui il problema Spinoza, l’assillo che accompagna Rosenberg lungo tutta la sua vita terminata a Norimberga e che, insieme alle probabili origini ebraiche tradite da quel cognome, diventa un simbolo della negazione forzata del rapporto millenario fra ebraismo e cultura europea (su cui, in termini forse un po’ entusiastici, Hermann Cohen, Deutschtum und Judentum), dell’imbarazzante matrice giudaica in cui sia cristianesimo che cultura secolare occidentale affondano radici. Simbolo del paradosso nazista per cui gli ebrei sono insieme inferiori e superiori, oggetto di disprezzo e di invidia.

Se Spinoza fu un problema e una causa d’imbarazzo per i nazisti, lo fu (o lo è?) non meno per gli ebrei.

I signori del mahamad (il consiglio della comunità ebraica portoghese di Amsterdam, nda) annunciano che, essendo da tempo a conoscenza delle malvagie opinioni e degli atti di Baruch de Espinoza [… ], ricevendo quotidianamente informazioni sempre più gravi riguardo alle abominevoli eresie che egli praticava e insegnava e alle sue azioni mostruose […], dopo che tutto ciò è stato investigato alla presenza degli onorabili rabbini, hanno deciso che il detto Baruch de Espinoza debba essere scomunicato ed espulso dal popolo di Israele. Con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, noi dichiariamo Baruch de Espinoza scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l’assenso di tutta la sacra comunità [...]. Sia maledetto Baruch de Espinoza di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell’uscire e maledetto nell’entrare. Possa il Signore mai più perdonarlo; possano l’ira e la collera del Signore ardere, d’ora innanzi, quest’uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, da tutte le tribù d’Israele, opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge [...]. Siete tutti ammoniti, che d’ora innanzi nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; che nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti, e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno”.

Con queste parole pronunciate il 27 luglio 1656 dal rav Mortera e dal rav Aboab di fronte alla comunità ebraica di Amsterdam riunita Spinoza veniva scomunicato vita natural durante. Questo è l’episodio chiave della vita del filosofo, la vera svolta che, se da una parte gli consentì di condurre la sua vita da epicureo radicale qual era, in cerca della atarassia, della libertà dalle passioni e dagli affanni (in primo luogo sociali), in solitudine, senza dover rendere conto di nulla a chicchessia, senza le “superstizioni” della religione positiva, ostacoli alla libera e individuale ricerca del Deus sive natura, che poco o nulla ha da spartire col Dio d’Israele; dall’altra - immagina l’autore - l’emarginazione dalla comunità d’appartenenza, l’allontanamento forzato dalla casa natale, dai fratelli e dai pochi amici, non può non aver avuto forti ripercussioni emotive sul giovanissimo libero pensatore. La battaglia della vita di Spinoza, domatore di passioni, in favore dell’intelletto contro ogni costrizione interiore o esteriore viene riletta dal fine psicanalista Yalom alla luce di questo trauma. Il rifiuto razionale che Spinoza con tenacia oppone alla “tradizione superstiziosa” non cesserà mai di scontrarsi con il suo lato affettivo. La rottura radicale con il suo passato di studente modello del Talmud Torah, l’abbandono dei propri cari, il ricordo del padre non possono non causare sofferenza.

Oltre che oggetto di un’indagine da parte del medico Yalom, Spinoza viene anche visto come un antesignano della psicanalisi: il suo atteggiamento filosofico fondamentale è ricondurre ogni avvenimento, tanto nella cosa estesa quanto in quella pensante, alla sua causa e considerarlo come necessario e ineluttabile. Eppure il nostro fatica a spiegarsi perché, nonostante non veda nei tefillin del suo bar mitzvah altro che due buffe scatolette un po’ folkloristiche senza significato, a prenderli in mano sente tremare le ginocchia.

Manuel Disegni

 

Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza Editore, 2012, pp. 240, 17,50

 

    

Share |