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Il sorriso e la ritrosia del kabbalista

 di Emilio Jona

 

Qualche tempo fa un piccolo vulcano islandese ha prodotto una nube tossica e l’annullamento di 35000 voli per i cieli. I cieli così diventarono improvvisamente vuoti. Il diluvio universale non era fatto solo di pioggia ma di “cateratte sgorganti dalla terra che si univano alle acque scroscianti dai cieli”, per la tradizione kabbalistica si deve tenere in gran conto ciò che va molto oltre le nostre percezioni, il diluvio era qualcosa che serviva a rifondare il linguaggio dell’uomo. Così quei cieli, che pure è utile oggi che siano solcati, tornarono per un momento ad essere vuoti e non si poté non avvertire il peso del loro riempimento.

Le persone vogliono cose concrete, soldi, case, terreni, professioni stabili, temono la precarietà. La tradizione cabalistica invece corteggia la precarietà, che non è incertezza ma oscillazione. Essere mobili significa dover superare i vecchi confini fisici e mentali.

Contro l’attrazione fatale dei nostri tempi per la scorciatoia, per il tutto subito, essa pratica l’allungatoia. Agli ebrei in fuga occorsero quarant’anni per traversare un deserto che le carovane dell’epoca percorrevano in due settimane. La tradizione kabbalistica dice che si trattava di un’allungatoia atta a ricuperare un rapporto autentico con il trascendente: Dio ritornava così periferico e clamorosamente assente.

Un’autentica democrazia dovrebbe nutrirsi di opposizioni, crescere attraverso di esse, non voler tutti sposati e votati ad una causa comune. Nella tradizione kabbalistica il registro più alto è quello collettivo e la sua deriva più pericolosa è l’appiattimento.

Poiché sono le parole a creare il mondo, ciò che bisogna fare, dice Haim Baharier in questo suo Qabbalessico – Parole e fatti in odor di Qabbalà (Giuntina, 2012), è “trattenere il fiato e tuffarsi sotto la superficie delle parole”, e scoprire l’ebbrezza della profondità… poche righe sotto la superficie della pagina.

Ovviamente è la Torà, il luogo in cui si pratica questa disciplina e il tempo è quello della parola del passato riferito e confrontato con presente. Ad esempio, cosa ci insegnano i soldati egizi che all’inseguimento di Mosè e del suo popolo, annegano nel mar Rosso? Che essi confondono la certezza con la sicurezza, essi stanno infatti dentro le loro corazze “nella certezza della loro infallibilità”, mentre liberarsi della corazza non significa denudamento e l’esitante popolo di Mosè in fuga, che ne è privo, conquista man mano sicurezza e fiducia reciproca.

Complesso e vertiginoso è il rapporto di Mosè con il suo bastone, quel bastone che si tramuta in serpente e fa sorridere i maghi egiziani che non capiscono il segno del serpente tornato bastone. Tutto è già avvenuto davanti al roveto ardente, quando Mosè è alla ricerca della pecora smarrita, cioè del singolo nella pluralità. Dio gli ordina di liberare il suo popolo dalla schiavitù e lui si mostra scettico e perplesso sulla propria capacità a farlo, allora Dio gli ingiunge di gettare a terra il suo bastone, e il bastone diventa un serpente, alla sua vista Mosè fugge, Dio gli ordina di prendere il serpente per la coda e il serpente ritorna bastone. Mosè intuisce così il messaggio. Non è con la verticalità del potere, del bastone come arma, ma nella sua orizzontalità del suo essere gettato a terra che si può cogliere e fondare il valore del livellamento, dell’uguaglianza nel rapporto con il proprio popolo, in un patto che deve essere condiviso. “Mosè al roveto ardente capisce che questa verticalità non va soppressa, ma piegata e immersa preventivamente nell’orizzontalità, nella condivisione”. Per non aver proseguito in questa via, secondo la tradizione kabbalistica, Mosè è colpevole e non entrerà mai in terra di Canaan. Egli infatti, per lenire la sete del popolo nel deserto in prossimità della terra, non promessa ma donata per le generazioni future, picchierà la roccia con il suo bastone, anziché, come gli ha ordinato Dio, parlare a quella roccia per far sgorgare l’acqua. E la pietra non è altro che il sordo popolo d’Israele, che rimpiange l’Egitto, che si è fatto sasso nel suo cammino nel deserto. Così Mosè, usando la verticalità del bastone per ottenere l’acqua, placa la loro sete ma non gli animi.

Dicono i kabbalisti che le parole vanno lasciate asciutte, non vanno mai gonfiate neppure se si riferiscono al bene, perché le parole dolci si pervertono con facilità, e che lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, il linguaggio usa e abusa della lingua, si pensi al linguaggio pervertito di Hitler, tutto slogan, urla, scorciatoie, e lo stare nel mezzo, nell’uso della parola, non significa mediocrità, ma stare in un luogo che consente di sapere ciò che sta a sinistra e ciò che sta a destra. La memoria poi va interpellata e non venerata, ce lo insegna il rapporto tra il sole e la luna, che restituisce di notte la luce che ha ricevuto di giorno e che ci indica quale deve essere il rapporto autentico tra memoria e storia.

Sempre scorrendo rapidamente questo libretto, saturo di pensiero e di letture e interpretazioni al limite del paradosso e dell’arbitrarietà, si trova qualche pagina dedicata al cibo. Cibarsi correttamente significa opporsi alla regressione. Sarebbe regressivo infatti cuocere il capretto nel latte della madre, perché ciò significa decostruire quel cibo, rovesciare il rapporto che corre tra il latte e il capretto, smagliare la trama di un progetto, mentre cibarsi della carne del ruminante, “l’animale che continuamente digerisce”, funziona perché “metabolizza il principio dell’elaborazione”, vieta “la conoscenza trangugiata”.

Ora non c’è dubbio sul fascino e la stupefazione che coglie un lettore comune di fronte a pagine così dense e così vertiginose nell’interpretazione del testo a molti sacro. Io non sono versato in Kabbalà, non mi è lecito quindi interloquire, anche perché sarebbe impossibile farlo per un lettore che non conosca, e bene, l’ebraico. La sua struttura consonantica e non vocalica, consente una polisemia inaudita di interpretazioni, impossibile in altre lingue. Come ricorda George Steiner, in una sua acuta introduzione a Il libro dei libri (V&P Vita e pensiero, 2012), “l’omissione dei segni vocalici genera una rosa possibile di significati, di giochi di parola impliciti all’interno di una sequenza di consonanti… Un vocabolo biblico pulsa per così dire di un’aura di significati e di echi concentrici”.

Così il libro parla, c’interroga e c’insegue, e la lettura che propone del testo è sempre una lettura al presente. Credo quindi che il modo migliore di leggere Qabbalessico sia quello di lasciarsi trasportare, avvolgere, aderire alle proposizioni spiazzanti, alle sue mutazioni di senso, per riemergere poi con le molte fascinazioni e scoperte e il dubbio che riguarda la possibile fantasiosità e la forte soggettività di qualche interpretazione. Farò un unico esempio: quello degli attributi della terra promessa, che “sparge latte e miele”. Bene, in ebraico, dice Baharier, chalav, latte è “un chiasmo tra due parole: Chal e lev che tradotte in frase significano “che accada il cuore”, mentre miele è debàsh, che ha la sua radice in bsh, “vergognarsi”. Quindi si tratta una terra “dove non c’è molto: è la terra della crisi e della precarietà, delle risorse scarse e preziose,dove quel poco che c’è va amministrato col cuore”. Ma è anche una terra donata che procura “un vergognarsi positivo, quello che si prova quando ricevi e pensi di non aver nulla da contraccambiare”. Che è certo un’interpretazione che arricchisce il testo, ma che nello stesso tempo si allontana da esso e, con ogni probabilità, anche dalle intenzioni dell’autore. Ma di questo, credo,il kabbalista non si curi.

Talvolta poi il percorso che propone l’autore non pare un’allungatoia, ma una scorciatoia, una sorta di adorniana minima moralia, ma comunque si tratta di un’utile ginnastica mentale, e di un invito a non fermarsi alla superficie del testo, ma a scendere nelle sue profondità. Baharier dice, con un margine di civetteria, che il suo non è un libro di Kabbalà, ma un “soffio che alza nell’aria spore fuggevoli” e un sorriso che mostra “una ritrosia della trascendenza”.

Emilio Jona

Haim Baharier, Qabbalessico - Parole e fatti di oggi in odor di Qabbalà, Giuntina, 2012, pp.76, 8,5

 

    

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