Prima pagina

 

 

Ghiurim tra censura preventiva e diritto alla decenza

di Baruch l’Occhialaio

 

C’è un argomento che la stampa ebraica in Italia considera tabù: le conversioni all’ebraismo, i ghiurim. Ah, non c’è dubbio: il ghiur è cosa di cui proprio non si può parlare. Pensare sì, forse, ma per prudenza meglio non sbilanciarsi. E giù con la censura, allora. Vi sfido a cercare articoli e analisi sul tema sulle testate del mondo ebraico italiano, piccolo ma vorace di letture e discretamente grafomane. Fatica sprecata, e lo sapete: non troverete niente, non-una-riga-una, silenzio totale. Ma perché poi? Vorresti cominciare un percorso di conversione? Vieni al tempio, poi vedremo (e gli anni, nel frattempo, passano... Scriverne? Ma sei matto? È una faccenda delicata! Hai una conversione in corso? Hai solo da provarci, a parlare o scrivere di quello che vivi, e tanti auguri. Sei tra coloro che, di solito dopo lunghi anni e dure prove, sono riusciti a superare le forche caudine di un tribunale rabbinico? Felicitazioni, bravo bravissimo. Di quello che hai vissuto, di quello che ti è successo, però, non puoi fare parola. Cambia l’ordine degli addendi, non il risultato, e alla fine della fiera è sempre la mannaia del silenzio a imporsi.

Tutto chiaro? Insomma, queste benedette conversioni devono essere cosa davvero scabrosa per essere ricacciate sistematicamente sotto il tappeto anche quando, inevitabilmente, le esperienze di chi le ha portate a compimento diventano qua e là visibili. Sarà che la polvere, da sotto il tappeto, non viene tolta da un pezzo, ma qui si comincia un po’ a soffocare. Però le persone parlano, accidenti. E chi è che parla? Fuori i nomi! Forse chi si converte, a cui già è stato fatto un regalo, insomma l’ingrato di turno? Eh, lo dicevo io, questa è la prova che bisogna farne meno, di ghiurim! Già è stato convertito, almeno un po’ di riconoscenza! Calmi tutti, niente paura, tranquilli: di solito il terrore inculcato funziona e l’autocensura scatta implacabile come la censura. Non chi si è convertito parla, e men che meno chi eroicamente si trova nel mezzo di un percorso di cui è di solito impossibile prevedere i tempi e pronosticare la fine. Parlano gli altri, gli ebrei che sono nati ebrei, gli ebrei per caso se vogliamo, che spesso stanno loro vicino. Pensano e parlano, accidenti a loro. E questo è un problema, ma per davvero: perché così si diffondono le voci, quelle di conversioni comprate e di umiliazioni quotidiane, di rivalità tra rabbini che condizionano - che dico, che determinano - i ghiurim e autentiche prese in giro di chi vuole diventare ebreo, magari dopo che da anni e persino da decenni frequenta assiduamente la comunità. Ma questo è niente, niente di diverso da quello che succede normalmente, voglio dire. Perché una testimonianza non basta a provare il crimine, se però le testimonianze sono cento le cose cominciano a essere un po’ diverse. Se poi vengono anche da addetti ai lavori, allora anche gli ultimi dubbi si sgretolano. Ci sono poi quelle voci che, come la calunnia di Rossini, da venticello e auretta assai gentile crescono e crescono, iperbolicamente, e finiscono per diventare ben altro. E allora nascono le leggende di sadici rabbini torturatori, prove di sopravvivenza degne del sergente maggiore Hartman e convertendi immolati sull’altare del rigore. Ma anche questa non è forse una conseguenza, certamente spiacevole e tuttavia una conseguenza, del silenzio imposto con misura sistematica, implacabile?

Mi dite che non sappiamo che cosa pensano davvero gli ebrei italiani a riguardo? Oh no, certo che lo sappiamo, lo sappiamo abbastanza bene da poter identificare tendenze significative. Ce lo racconta, per esempio, la ricerca Campelli, un progetto di pochi anni fa voluto dall’Unione delle comunità, che raccoglie una diffusa insoddisfazione da parte degli intervistati nei confronti della situazione. Inevitabile, quindi, che si apra un baratro tra quello che le persone pensano e dicono, che è molto, e quello che viene scritto, cioè nulla.

E poi ci sono i linciaggi mediatici di quei paladini domenicali della halakhà, il sistema normativo ebraico, che sui social network dimenticano i più basilari principi, anche ebraici, del rispetto per gli altri, per andare in caccia dell’errore di chi si è convertito o si sta convertendo. Ci sono quelli che il Talmud definisce “stupidi pii”, fanatici che per lo più in buona fede, ritenendo così di render un gradito servizio al Signore, riducono allegramente a brandelli codici millenari della normativa ebraica (“Non fare ad altri...”) nel tentativo di imporre qualche discutibile cavillo. Ci sono quelli che se ne escono, nella vita reale o virtuale, con frasi demenziali al solo scopo di ferire, far male e danneggiare altri. E la Comunità ebraica di Torino, beninteso, è ancora un caso felice, assolutamente non rappresentativo della situazione complessiva. Ma di episodi a dir poco sgradevoli è pieno, e si capisce allora perché la censura diventi anche autocensura. Come potrebbe essere diversamente, quando si sa di essere in balia dell’arbitrio di un rabbino, che comunque la si pensi è una persona, un singolo che come tutti può prendere abbagli, con opinioni personali, interessi, pregi e difetti? Come potrebbe essere diversamente, quando si vedono miserabili avvoltoi (pochi? Sempre troppi!) che roteano sopra la testa delle vittime designate, pronti a cogliere qualsiasi opportunità - una cosa fatta o non fatta, detta o non detta - per attaccare, ferire, insultare, deridere, offendere, umiliare? Si tratta di una piccola minoranza, ma è sufficiente per creare danni e ingiustizie, piccoli drammi individuali oggi e grandi drammi forse domani.

Convertirsi è forse un po’ come attraversare un fiume in piena a guado. Comprensibile, prima che il protagonista scenda in acqua, metterlo in guardia dai rischi, ma se si trova già in mezzo alle onde per me è inumano non allungare una mano e trarlo in salvo, all’asciutto, sull’altra riva. Ed è un crimine pestare le mani che afferrano una roccia o un arbusto, un appiglio qualunque per non essere sommerso dai flutti. Nessuno chiede che la conversione sia un diritto già scritto, e men che meno lo chiedono coloro che con impegno, volontà e sforzi davvero notevoli vogliono entrare a tutti gli effetti a far parte di una comunità ebraica e contribuire al suo presente e futuro. L’unico diritto che c’è un gran bisogno di affermare è quello, per chi vuole convertirsi, a essere trattato con decenza.

Baruch l’Occhialaio

 

Baruch l'Occhialaio

 

Share |