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Gerusalemme e Sion

 di Anna Segre

 

Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia mano destra; si attacchi la mia lingua al mio palato se non ti ricorderò, se non considererò Gerusalemme la massima gioia” (salmo 137). Così come non dimentichiamo Gerusalemme non ci siamo dimenticati del cinquantesimo anniversario della sua riunificazione. Una ricorrenza che non possiamo fare a meno di festeggiare pur nella consapevolezza dei problemi ancora aperti che tale riunificazione ha comportato e comporta. Un’annessione (della parte orientale) non riconosciuta internazionalmente, una popolazione che non viene trattata in modo uniforme. Tuttavia non possiamo neppure avere nostalgia di una città divisa, attraversata da un muro e con il divieto assoluto di passare da una parte all’altra. (Questo, peraltro, non sarebbe necessario, e tanto meno auspicabile, neppure se la città fosse divisa politicamente). Ogni proposta, idea o sogno sul futuro di Gerusalemme a nostro parere non può che prevedere una città unita, una città di pace, secondo la più nota e diffusa tra le possibili etimologie del suo nome.

Storicamente il sogno di uno stato ebraico si lega indissolubilmente a Gerusalemme attraverso il suo stesso nome. Un nome che per noi è abituale ma che a pensarci bene suona un po’ anomalo. Perché sionismo? Non Gerusalemmismo (o Yerushalaimismo che dir si voglia), e neppure Moriahismo, in omaggio al monte dove sorgeva il Tempio e dove avvenne la legatura di Isacco. Che cos’ha Sion, questa collinetta - che è pure fuori dalle mura della Città Vecchia, queste strade che io non ho mai visto troppo piene di turisti, dove si incontrano senza sovrapporsi la supposta tomba del Re David, la supposta sala dove avvenne l’Ultima Cena, un monastero e una yeshivà - per dare il nome a un movimento politico che ha cambiato in modo così radicale la storia del popolo ebraico? D’accordo, Sion è ampiamente nominata nel Tanakh: “Poiché da Sion uscirà la Torah e la parola del Signore da Gerusalemme” dice Isaia; e anche il già menzionato salmo 137 inizia raccontandoci che “Sui fiumi di Babilonia, là sedemmo e piangemmo, e ricordammo Sion.” Senza dubbio ci sono centinaia di ottime ragioni storiche che spiegano la predilezione biblica per questa collinetta un po’ anonima (anche se, per la verità, non è detto che le fonti bibliche quando parlano di Sion intendano il Monte Sion di oggi). Devo comunque confessare che ogni volta che mi sono trovata sul monte Sion non sono mai riuscita a sfuggire alla sindrome del “Ma come? Tutto qui?” Tanto più che, diciamocelo, non è che il Re David sia sempre stato esattamente uno stinco di santo.

Una collinetta un po’ ambigua, fuori dalle mura della Città Vecchia ma non certo nella città nuova, dentro la Linea Verde - i confini di Israele fino al 1967, quelli internazionalmente riconosciuti (almeno, stando a Google Maps, cioè, al punto in cui Google Maps infila il segnaposto quando gli viene chiesto “monte Sion”) - ma quasi sul confine, e forse in parte in quella che prima del ‘67 era terra di nessuno.

Ci sono tante parti di Gerusalemme più significative di questa collinetta. Ci sono la Gerusalemme israeliana e quella araba, quella ebraica, quella cristiana e quella musulmana. Tante Gerusalemme che a volte neppure si percepiscono a vicenda, se non come un fastidioso ostacolo. E non si può certo dire che esista una sola Gerusalemme ebraica o israeliana: c’è la Gerusalemme laica e c’è quella religiosa, c’è la Gerusalemme politica (parlamento, governo, presidenza della repubblica, corte suprema), quella della memoria (Yad Vashem), quella universitaria, la collina con le tombe di Herzl, di Golda Meir e di Rabin; e c’è anche una Gerusalemme italiana. È vero che si potrebbe dire lo stesso di qualunque città, da Torino a Parigi, da Londra a New York, per non parlare di Roma (che per di più ha la caratteristica di essere una capitale divisa tra due stati - come Nicosia e come Gerusalemme secondo il diritto internazionale ma non secondo la legge israeliana). Ma Gerusalemme resta comunque un incredibile e affascinante miscuglio di contraddizioni. Come il Monte Sion e come il sionismo.

E se il significato simbolico di Sion stesse proprio nel “tutto qui”?

Non che la collinetta abbia molto in comune con il sionismo, ed è un caso che si sia ritrovata a rappresentare un movimento politico; ma forse almeno in parte il “tutto qui?” è proprio ciò che riassume meglio l’essenza del sionismo: movimento troppo religioso per i laici e troppo laico per i religiosi, non utopistico, non appassionante, fondato su compromessi che scontentano un po’ tutti e non entusiasmano nessuno ma sono gli unici a funzionare nella pratica. Sionismo significa credere in uno stato ebraico e democratico anche quando appare difficile conciliare i due termini, in una storia fatta di piccoli passi e piccole conquiste, nella consapevolezza che non esistono soluzioni semplici né indolori.

La mia definizione di sionismo richiama quella che Michael Walzer in Esodo e rivoluzione chiama la politica dell’Esodo, quella fatta di piccoli passi, di un cammino difficoltoso verso una terra promessa che sarà un po’ meglio dell’Egitto ma richiederà comunque impegno e fatica. Alla politica dell’Esodo Walzer contrappone la politica del Messia, quella che vuole tutto e subito senza mediazioni, e osserva come (almeno nei primi anni di vita dello Stato di Israele) le metafore legate all’Esodo ricorressero maggiormente nei discorsi della sinistra mentre nei discorsi della destra erano più frequenti i riferimenti al Messia. Tutto ciò può suonare strano in Italia (e in generale nella diaspora) dove la parola “sionismo” è largamente percepita come sinonimo di nazionalismo di destra. Ma non dobbiamo dimenticare che nelle ultime elezioni israeliane “campo sionista” era il nome della lista di centro-sinistra.

Non dimentichiamo Gerusalemme, non dimentichiamo nessuna delle sue mille anime e non dimentichiamo Sion che simbolicamente le riassume tutte e le rappresenta nella loro molteplicità e contraddittorietà. E se non dimentichiamo Sion non dimentichiamo neanche il sionismo, per non dover scoprire tra non troppo tempo che è stato soppiantato dal moriahismo o da qualcosa del genere.

Anna Segre

 

 Il centro storico di Gerusalemme, il Monte del Tempio e il Monte Sion
 

 

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