Storie di ebrei a Torino

 

 

Omri Kimchi Feldhorn

 

Omri, shaliach israeliano presso la Comunità Ebraica di Torino nel 2016-17, ha svolto mansioni di animatore e di maestro di ebraico nei vari livelli dell’ulpan.

 

 

Cosa ci fai in questa foto, che sembri Fidel Castro?

Sono stato fotografato per scherzo da amici a Cuba. Come spesso fanno i ragazzi, dopo il servizio militare sono andato all’estero, e ho visitato, in America del sud, Colombia, Equador, Argentina, Perù, Uruguay, Cile e Cuba, insomma tutti i paesi di lingua spagnola. È lì che ho imparato lo spagnolo, che mi è servito per quel poco di italiano chi ho imparato qui.

Com’è che hai deciso di venire in Italia?

Tornato dal Sud America, era troppo tardi per iscrivermi all’università. Sono andato all’Agenzia Ebraica, che mi ha proposto di venire qui un anno, perché la Comunità di Torino aveva chiesto uno shaliach. Volevo fare un’esperienza utile per la vita, ed ho accettato.

Cosa avevi fatto da militare?

Sono stato ranger in una compagnia di blindati.

 

Qual è il compito di un ranger ?

Un ranger della Brigata 401, la mia brigata, ha il compito di precedere l’avanzata dei blindati per verificarne la possibilità di passaggio e prevenire eventuali imboscate. Noi eravamo specializzati in camouflage, mimetismo, che voleva dire esplorazione del territorio, individuazione di rifugi per proteggere i nostri e anche individuazione, in avanscoperta, dei bersagli da colpire.

È una missione pericolosa… Dove e quando l’hai compiuta?

Certo che è pericolosa. Ho operato a Gaza nell’estate del 2014, durante l’operazione Protective edge. Non sono entrato in Gaza City, ma sono rimasto in periferia. Il nostro compito principale è stato anche quello di indicare all’artiglieria, all’aviazione, alla marina ed ai tank gli obiettivi da colpire. Durante una di queste missioni abbiamo individuato il punto dove le milizie di Ḥamās nascondevano i missili Qassam (fatti in casa) e Grad (russi, a lunga gittata) e da dove li lanciavano su Israele. Tra questi punti c’era una scuola delle Nazioni Unite. Prima dell’operazione l’esercito israeliano aveva buttato volantini preannunciando l’attacco, e declinando responsabilità nel caso non venissero evacuati gli studenti. Abbiamo effettuato l’operazione quando gli occupanti erano stati evacuati.

Hai operato in altre aree di guerra?

Sul confine libanese, dove ho avuto compiti di sminamento lungo la frontiera.

Com’era l’atmosfera tra di voi a Gaza?

Fuori dalle azioni militari: fame, sete, caldo, noia, stanchezza, rabbia. Ci preoccupavamo dei compagni d’armi, di noi stessi, ma nei confronti di quello che accadeva fuori e nel mondo, l’indifferenza più assoluta.

E durante le azioni militari?

Non dico che non capisci nulla, ma il frastuono, la polvere, la fretta dell’azione ti fanno “andare fuori”, non provi nemmeno paura… Devo aggiungere che personalmente non ho mai ucciso nessuno. Non ho sparato un colpo. I miei compiti erano di esplorazione e guida, non di combattimento. Ma l’atmosfera era quella. Ho saputo dell’uccisione in battaglia di tre miei amici di un altro reparto il giorno stesso della loro morte, ma non ho provato commozione, come se ciò fosse avvenuto lontano da me. Circa tre settimane dopo ho preso coscienza di quello che era successo loro. Uno di loro era un caro amico che non vedevo da anni, ci eravamo rivisti sul treno due settimane prima di entrare a Gaza, gli avevo promesso una birra. Non potremo mai più bere una birra insieme …

Hai perso altri amici in guerra?

Ho saputo di altre vittime, ma non erano miei amici come quelli. Cinque anni prima, nel 2009, mio fratello maggiore sempre a Gaza, nella stessa unità della mia ed in un’azione simile era stato ferito. Naturalmente per la mia famiglia è stata dura, quando è toccato a me, accettare che io fossi mobilitato nello stesso identico modo.

Hai altri fratelli?

Siamo in due. Attualmente mio fratello, più vecchio di me di quattro anni, studia all’Università Ebraica di Gerusalemme relazioni internazionali e mediorientali in particolare.

E tu cosa intendi fare?

Intendo studiare psico-biologia, ossia neuroscienze umane, tema nel quale gli studi in Israele sono particolarmente avanzati. Mi interessano in particolare gli effetti biologici e psicologici indotti dalle diverse esperienze ed emozioni provate.

Anche tuo padre è stato in guerra?

Mio padre ha finito il servizio militare nel 1973 quattro giorni prima della scoppio della Guerra del Kippur. È stato richiamato immediatamente come riserva in un’unità di intelligence per tutta la durata della guerra, impegnato nel Sinai, e non ama parlare di quello che erano i suoi compiti. So solo che ha perso in guerra un sacco di amici.

Che mestiere fa tuo padre?

È ingegnere aeronautico. Dirige un gruppo di progettisti di droni ad uso civile alla IAI, Israel Aerospace Industries, che produce apparecchi sia per usi civili sia militari. I droni sono aerei senza pilota. Lui ne progetta di piccole dimensioni, di quelli che possono decollare anche su terreni accidentati, senza bisogno di una pista, lanciati da uno in corsa.

E tua madre?

Dirige la o.n.g. chiamata Kesher, un ente di aiuto alle famiglie con figli che hanno problemi di handicap. Mio fratello invece lavora in un ufficio governativo che si occupa dei risarcimenti alle vittime della shoah.

Parlami della tua famiglia. Quando sono venuti in Israele i tuoi avi?

La mia nonna paterna è venuta in Palestina da Berlino quando aveva quattro o cinque anni, prima della seconda guerra mondiale, e ha abitato coi genitori a Rechovot. Il mio nonno paterno dalla Galizia fuggì in Russia, e appena finì la seconda guerra mondiale, quando la Palestina era protettorato britannico, tentò l’aliah con i suoi, ma per un anno e mezzo fu bloccato a Cipro dagli inglesi. Invece la mia nonna materna era nata a Varsavia, aveva lavorato in un orfanotrofio con Jan Korczak, il pedagogo innovativo che fu deportato e ucciso coi suoi ragazzi a Treblinka. Mia nonna fuggì in Russia con le sue sorelle e fece l’aliah con la Hashomer Hatzair. Mio nonno materno in Russia era ingegnere e conobbe mia nonna in un campo profughi in Francia. Emigrò in Israele con mia nonna nel ’47 o ’48, e lì si sposarono.

Puro sangue askenazita, dunque.

Sì, a quanto pare, ma chissà prima…

 Intervista di
David Terracini

 

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