Italia

 

Insieme

di Anna Segre

 

“Insieme per contrastare e prevenire la radicalizzazione e l’estremismo” è il nome di un percorso promosso dall’ANPI in collaborazione con diverse comunità religiose, con lo scopo di comprendere le cause del fenomeno e al tempo stesso “individuare misure, interventi e programmi in grado di prevenire tale tendenza e riaffermare e consolidare le molte e buone ragioni del pluralismo e dell’impegno per una convivenza pacifica tra persone uguali (nei diritti e nei doveri) e, al tempo stesso, libere e perciò diverse.”

L’incontro del 29 giugno, il quarto della serie, che si è tenuto nella moschea di via Chivasso, verteva in particolare sul ruolo dei mezzi d’informazione e ha visto dialogare, moderati dall’on. Andrea Giorgis, l’Imam Izzeddin Elzir Presidente dell’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), la sottoscritta (invitata in quanto direttrice di Ha Keillah), Abdellah Labdidi, segretario nazionale di Partecipazione e Spiritualità Musulmana, il pastore Paolo Ribet, don Fredo Olivero e Maurizio Molinari, invitato nella doppia veste di direttore della Stampa e di autore di saggi sull’estremismo di matrice jihadista. Intervento conclusivo di Lorenzo Gianotti dell’ANPI provinciale.

Un incontro, come sempre in questi casi, fatto di molte dichiarazioni di principio a favore del dialogo e di poche e garbate punzecchiature (rivolte quasi sempre al proprio interno, o ai mass media in generale, in pochi casi a Molinari in quanto esponente dei mass media in generale). La sua importanza, come nel caso dei tre incontri precedenti, sta già nel fatto di essere avvenuto, perché in molti contesti la possibilità di sedersi e ragionare insieme tra ebrei, cattolici, valdesi e musulmani è tutt’altro che scontata: a Torino è una cosa normale - ha sottolineato l’on. Giorgis - ma ciò è stato reso possibile grazie ad un lungo lavoro. Anche l’imam Izzeddin Elzir (che oltre ad essere il presidente dell’UCOII è anche l’imam di Firenze) ha sottolineato i rapporti più che cordiali con la comunità ebraica fiorentina, e la sua amicizia personale con il rabbino capo Joseph Levi, ma ha ricordato anche come questo rapporto così intenso non sia stato scontato fin dall’inizio: se oggi per lui è normale entrare nella sinagoga, così come per Rav Levi è normale far visita alla moschea, ed entrambi sono ben accolti - ha detto - una quindicina di anni fa queste visite avrebbero suscitato un certo scalpore. In effetti non si può negare che ancora oggi questo dialogo sia visto da qualcuno con una certa diffidenza, come dimostra, a mio parere, anche la scarsissima presenza di esponenti della Comunità ebraica.

Vale la pena di ricordare che l’imam Izzeddin Elzir è nato a Hebron; un dato che in apparenza potrebbe apparire come un ostacolo al dialogo (e in effetti, rispondendo a una domanda dell’on. Giorgis dopo la fine dell’incontro, l’imam ha ammesso che è preferibile non parlare del conflitto israelo-palestinese, perché è meglio partire da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide), ma che è anche il segno di una vicinanza fisica e culturale che probabilmente ha avuto un certo peso nei suoi rapporti con il mondo ebraico fiorentino; una caratteristica che era già stata rilevata da Hulda Brawer Liberanome quando lo aveva intervistato per Ha Keillah (maggio 2013): Ci salutiamo. Lui arabo palestinese di Hebron, io israeliana di Gerusalemme, due città poco distanti ma per molti aspetti rappresentanti di mondi diversi. Probabilmente potevamo parlare in ebraico - l’Imam per un anno ha frequentato l’università di Gerusalemme, mi dice - ma parliamo in italiano.

Certamente il discorso dell’imam Izzeddin Elzir è stato non solo molto interessante ma anche ampiamente condivisibile. Oltre al dialogo interreligioso - ha esordito - è necessario anche un dialogo intrareligioso, perché l’Islam italiano è tutt’altro che una cosa unica (il pluralismo c’è, afferma, ma talvolta non si vuole vederlo). Da parte del mondo islamico italiano - ha detto - è comunque necessaria un’assunzione di responsabilità, perché la libertà senza responsabilità e regole è anarchia: i musulmani sono cittadini italiani, devono riconoscersi nella nostra Costituzione e rispettarla. A suo parere negli ultimi anni si è fatto molto ma non abbastanza In particolare si è soffermato su alcune indicazioni che l’UCOII ha dato alle singole moschee: uso dell’italiano (che peraltro viene naturale tra persone che provengono da diversi Paesi, spesso non arabi; per molti musulmani, dice con una battuta, “l’arabo è arabo”, cioè è solo la lingua del Corano e delle preghiere, non quella delle conversazioni); trasparenza nella gestione dei fondi; comunità democratiche; dialogo con la società civile. Più volte ha sottolineato la necessità di intese con lo stato, e si è rammaricato che solo da poco tempo ci sia un coordinamento per quanto riguarda l’intervento nelle carceri, che sarebbe molto utile per contrastare il fenomeno della radicalizzazione; anche in altri settori, per esempio la costruzione delle moschee, ha rilevato un certo ritardo da parte delle istituzioni statali.

Molto interessante anche il discorso di Maurizio Molinari: dopo aver ringraziato, anche in arabo, per l’ospitalità (elemento forte della cultura islamica, che ha il suo precedente nella tenda del nostro comune padre Abramo, aperta sui quattro lati per accogliere tutti), il direttore della Stampa ha analizzato la dinamica tra immigrazione e integrazione, portando in particolare l’esempio degli Stati Uniti, in cui una maggioranza ha scelto consapevolmente di diventare minoranza; ha poi ribadito l’importanza della Costituzione, che è un testo di principi collettivi ma che richiede al contempo un’adesione individuale, come singoli e non come gruppi o comunità. In conclusione - ha affermato - accogliere lo straniero è una libertà che lui ritiene un dovere, così come è un dovere per chi arriva accettare l’identità del Paese che lo accoglie.

Nel mio intervento, dopo aver esposto brevemente cos’è Ha Keillah e di quali temi ci siamo occupati nei nostri 42 anni di vita, ho rilevato che una minoranza come la nostra, esigua numericamente ma presente in Italia da molti secoli, può offrire ad altre minoranze religiose un modello di integrazione e convivenza. Il dibattito sull'inquadramento giuridico degli ebrei italiani, e sulle Intese che regolano i rapporti con lo Stato, a cui il nostro giornale ha dedicato ampio spazio nel corso degli anni, offre utili spunti di riflessione, in particolare per le comunità islamiche, che hanno esigenze simili alle nostre (è possibile, per esempio, conciliare la laicità dello stato con la possibilità di osservare precetti come la circoncisione o le regole alimentari?)

Come è scritto nella presentazione sul nostro sito, le minoranze religiose, offrendo ciascuna il proprio punto di vista, arricchiscono il dibattito sulle varie tematiche di attualità. In quest’ottica ho affermato la necessità di superare una malintesa idea di laicità che porta a guardare con diffidenza a pratiche individuali che non comportano nessuna violazione delle leggi dello stato e non ledono in alcun modo la libertà altrui. Per esempio, non riesco a capire, e tanto meno a condividere, alcune leggi introdotte negli ultimi anni in Francia: bollare la pratica di tenere il capo coperto come “ostentazione” significa fare un processo alle intenzioni di chi magari intende semplicemente rispettare un precetto religioso. Se anche ammettessimo che leggi come queste possano rendersi necessarie in situazioni specifiche e in determinati contesti, questo non autorizza comunque i mezzi d’informazione ad interpretare in modo arbitrario i comportamenti delle persone. Perché giudicare le azioni non per la loro intrinseca pericolosità sociale ma sulla base di una loro supposta intenzione recondita? Mi sembra non solo scorretto, ma anche controproducente, perché la mancanza di conoscenza e comprensione reciproca non può che favorire la chiusura di ciascuna comunità in se stessa.

Ho poi ricordato come negli ultimi anni il nostro giornale non abbia potuto fare a meno di occuparsi della crescita preoccupante dell’antisemitismo in Europa e dei numerosi attentati che hanno colpito ebrei e istituzioni ebraiche. Anche in questo caso abbiamo cercato di presentare i fatti evitando il più possibile di cadere nella trappola del noi contro loro: non si può presentare l’antisemitismo in Europa come un conflitto tra ebraismo e Islam, così come non deve essere presentata come un conflitto tra ebraismo e Islam la questione israelo-palestinese. Da questa logica, che blocca in partenza ogni possibilità di dialogo, non si può che uscire sconfitti.

Viceversa, incontri come quello del 29 giugno ci permettono di guardare al futuro con maggiore fiducia e speranza.

Anna Segre

 

 

Sono intervenuti nell’incontro:

– Maurizio Molinari, direttore de La stampa
– Brahim Baya, portavoce dell’AIA
– On. Andrea Giorgis
– Abdellah Labdidi – Segretario Nazionale di PSM
– Izzeddin Elzir – Presidente UCOII
– Paolo Ribet, pastore della chiesa valdese
– Anna Segre, Comunità Ebraica, Direttrice “Ha Keillah”
– Don Fredo Olivero, della pastorale migranti
– Lorenzo Gianotti, Anpi Provinciale

 

Il progetto "Insieme" è nato nel novembre 2016 per iniziativa della Moschea di Via Saluzzo e della sezione "Nicola Grosa" dell' ANPI, raccogliendo da subito l'adesione del Concistoro Valdese di Torino, della Comunità Ebraica di Torino, del mondo cattolico (rappresentato nella fattispecie da don Fredo Olivero, ex responsabile della Pastorale migranti).

Obiettivo primario di questa serie di incontri e dibattiti tra cittadini di culture diverse è quello di analizzare le cause delle possibili estremizzazioni e devianze religiose, definendo i rischi di radicalizzazioni quali potenziali generatrici di violenza e terrorismo. La finalità conoscitiva rispetto al fenomeno vuole contribuire in modo tangibile sia alla prevenzione del terrorismo a partire dalla base territoriale sia all'avvio di un percorso di incontro, di conoscenza, di comprensione reciproca tra religioni e visioni del mondo diverse, nel rispetto e nella salvaguardia delle specifiche differenze.

Appare molto significativo che l'iniziativa di questo progetto sia partita anche dal mondo islamico del tessuto urbano di Torino, a testimonianza di una evidente volontà di dialogo e di integrazione con la società cittadina e di un preciso intento di denuncia rispetto a tendenze dichiarate estranee ai fondamenti dell'Islam.

Il gruppo organizzatore è coordinato dall’onorevole Andrea Giorgis, coadiuvato da Raffaele Scassellati presidente dell'ANPI della circoscrizione di San Salvario e da Valentino Castellani presidente del Comitato Interfedi della Città di Torino. Dopo gli incontri alla Moschea di Via Saluzzo, al Centro Sociale della Comunità Ebraica, alla Parrocchia della Speranza di Via Chatillon, il quarto appuntamento si è svolto il 29 giugno scorso presso la Moschea Taiba di Via Chivasso.

 


 

 

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