Europa

 

 

Siso in Gran Bretagna

di Giacomo Paoloni

 

A 50 anni dalla Guerra dei Sei Giorni e dall’occupazione di Cisgiordania, Golan e Gaza, diverse iniziative sono avvenute sotto la bandiera della Campagna internazionale SISO [Save Israel Stop the Occupation, ndr] in Gran Bretagna. I promotori principali della campagna internazionale nel Regno Unito sono Yachad e il New Israel Fund UK.

Fra le iniziative per 50 anni d’occupazione, ci sono stati un concerto ‘alternativo’ di Yom Hatzmaut, il giorno in cui si celebra l’indipendenza d’Israele, con ospite Rona Kenan, cantautrice ed attivista LGBT israeliana, nota fra le altre cose per essere finita nella ‘lista nera’ del gruppo di estrema destra ‘Im Tirzu’. Un’altra iniziativa importante ha visto una quarantina circa di giovani ebrei riunirsi nello spazio comunitario ‘Moishe House’ per discutere sul significato dei 50 anni d’occupazione per la comunità ebraica. Questa iniziativa è stata animata da Eli Gaventa ed Emily ‘Em’ Hilton, due giovani daol profilo radicalmente diverso: Eli Gaventa è un fotografo ebreo ortodosso che lavora per la sinagoga del quartiere di Muswell Hill, a Londra; ‘Em’ Hilton è una giovane ebrea australiana residente nel Regno Unito e cresciuta in seno al movimento Reform. Entrambi sono stati premiati di recente dal Jewish News come giovani promesse della comunità ebraica. Eli Gaventa fa parte del New Israel Fund, mentre Em Hilton è un membro dell’esecutivo di Yachad UK. Durante l’iniziativa, il primo ha tenuto una lezione sulla definizione talmudica di responsabilità collettiva; dal canto suo, ‘Em’ ha parlato del suo lavoro con diverse organizzazioni pacifiste in Gran Bretagna e in Israele.

Dato il ruolo che Yachad e New Israel Fund UK hanno finora avuto nell’ampliare il dibattito su Israele e Palestina nella comunità ebraica britannica, bisogna descrivere in breve di cosa si occupano le due organizzazioni. La prima è nata nel 2011; in maniera simile all’americana JStreet, Yachad si descrive come ‘Pro - Israele’ e ‘Pro-Pace’; l’obiettivo dell’organizzazione è quello di dare voce ai sostenitori di una soluzione a due stati al conflitto israelo-palestinese all’interno della comunità ebraica. Il New Israel Fund UK non è altro che la filiale britannica dell’omonima organizzazione filantropica internazionale fondata nel 1979. Essa opera in Israele e nella diaspora ebraica organizzando onerose raccolte fondi per la società civile israeliana. Le organizzazioni sostenute dal New Israel Fund operano su fronti diversi, da quello del pluralismo religioso (come Women of the Wall) a quello dell’occupazione (come Breaking the Silence).

Il lavoro di queste organizzazioni sembrerebbe rispecchiare l’orientamento politico della maggior parte della comunità ebraica nel Regno Unito. Ciò sarebbe quanto dimostrano due sondaggi, uno del 2010 condotto dall’Institute of Jewish Policy Research, l’altra da IPSOS Mori nel 2015: entrambi i sondaggi confermano che la maggior parte degli ebrei britannici rimane critica verso le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi. Circa il 75% infatti sarebbe contrario all’espansione di insediamenti ebraici in Cisgiordania. Il 58%, come rilevato dalla seconda statistica, sarebbe scettico sul futuro democratico di Israele se l’occupazione dovesse continuare. Allo stesso tempo, oltre l’80% degli ebrei britannici riconosce ad Israele un ruolo importante come stato ebraico e democratico. Circa il 92% ritiene che Israele giochi un ruolo fondamentale nella loro identità ebraica.

Di conseguenza, il dibattito sul conflitto israelo-palestinese nella comunità è meno conflittuale adesso rispetto a qualche anno fa. Basti pensare che quest’anno l’organizzazione comunitaria principale, il ‘Board of Deputies of British Jews’, ha ospitato a maggio la ONG israelo-palestinese ‘Parents’ circle’, che riunisce parenti di vittime israeliane e palestinesi nel conflitto.

Nonostante ciò, l’accusa frequente rivolta dalla dirigenza del Board of Deputies verso organizzazioni quali Yachad e New Israel Fund UK è di ‘rappresentare una minoranza estremista’. Ad esempio, dopo il voto del consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla risoluzione 2334 lo scorso dicembre, la posizione favorevole di Yachad è stata pubblicamente condannata dal presidente del Board of Deputies Jonathan Arkush. Tale risoluzione invita la comunità internazionale a differenziare Israele dai Territori da esso occupati e rinnova l’impegno dell’ONU verso il processo di pace. Allo stesso tempo, le posizioni del presidente del Board of Deputies Arkush quest’anno sono spesso state criticate da buona parte della comunità ebraica. In particolare, il tempestivo comunicato congratulatorio nei confronti di Trump subito dopo la vittoria ottenuta nelle scorse elezioni presidenziali americane; più recentemente, ha fatto discutere un suo articolo nella stampa ebraica dopo gli attentati di Manchester e Londra, che invita la comunità musulmana britannica a dissociarsi perentoriamente dal terrorismo islamico.

Queste posizioni farebbero trasparire una divergenza politica fra la dirigenza comunitaria e le organizzazioni ebraiche progressiste, ma non necessariamente esse sono indicative dell’orientamento generale comunitario. Questo non significa che le organizzazioni progressiste non abbiano sfide dinanzi a loro: esattamente come rivelano per la comunità ebraica americana statistiche quali quella condotta dal Pew Research Centre nel 2016, il divario politico più ampio è rappresentato dalla divisione fra ebrei religiosi e laici. In questo caso specifico, si intendono gli ebrei di orientamento ortodosso rispetto non solo ai laici, ma anche alle denominazioni ‘Reform’ e ‘Masorti’ (Conservative). Ciò indicherebbe il bisogno da parte di queste organizzazioni di avvicinare ebrei provenienti dal mondo ortodosso per allargare la base del proprio consenso.

Giacomo Paoloni

 

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