Israele

 

 

Bazar Medio Oriente

Buoni e cattivi, tribalismo diplomatico e la mediorientalizzazione di Israele

di Giorgio Berruto

 

La mia prima volta in Israele è stata nel 2006, con la mia famiglia. Era agosto e a nord c’era la guerra, con i missili di Hezbollah che raggiungevano la Galilea fino a Haifa e l’inevitabile risposta israeliana, che portava i soldati di Tzahal a penetrare temporaneamente nel Libano meridionale fino al fiume Litani. È stata anche la prima volta a Gerusalemme, nel dedalo di viuzze un po’ magico e un po’ da emicrania della Città vecchia. In uno dei cento negozietti di souvenir rigorosamente identici uno all’altro ho acquistato una piccola scacchiera per diverse centinaia di shekalim: non ricordo esattamente l’ammontare dell’esborso, ma conservo incisa in mente l’espressione appena vagamente ironica del beneficato venditore subito dopo aver incassato quella che - me ne sarei accorto successivamente parlando con persone più esperte - era poco meno di una generosa elargizione. “Bisogna contrattare, discutere sempre: qui funziona così”, mi è stato detto, “non solo per evitare di pagare somme spropositate, ma anche per ottenere il rispetto dell’interlocutore. Non siamo in Europa, benvenuto in Medio Oriente”. Quando si è ripresentata l’occasione ho provato, un po’ per curiosità e un po’ per sfida, a seguire i consigli. I risultati sono stati sbalorditivi: per esempio l’acquisto per 15 shekalim (all’epoca meno di 3 euro) di oggetti per cui il primo prezzo che mi era stato chiesto superava i 200. Probabilmente il loro valore reale arrivava a malapena alla metà della somma pagata, ma questo è un altro discorso.

Perdonate il lungo prologo, ma non è mia intenzione compilare un prontuario del buon acquirente - o, più prosaicamente, del turista che non vuole farsi imbrogliare. Quello che vorrei dire è molto semplice e non troppo originale: la mia impressione è che in Medio Oriente spregiudicatezza, tentativo di raggirare il prossimo, orgoglio e senso dell’onore sproporzionato alla realtà, almeno se confrontati ai nostri standard europei, siano principi diffusi non soltanto tra i merciai all’ombra della Porta di Damasco, ma in tutto l’agire pubblico, dalla contrattazione dal salumiere alla diplomazia tra Stati. È anche per questo modo di fare che le alleanze e le faide, in quella regione, possono durare generazioni ma anche cambiare repentinamente. Certamente l’autoritarismo diffuso ovunque fuorché in Israele e il perdurare, soprattutto nei Paesi arabi in senso stretto e in ampie zone del Maghreb, di una struttura sociale fondata su nuclei tribali, rendono più agevole la nonchalance diplomatica. Non credo però che questo basti a spiegare la girandola delle alleanze: ormai i nostri quotidiani, per raccapezzare il lettore, sono costretti a ricorrere sempre più spesso a schemi e mappe per sintetizzare gli schieramenti contrapposti. I paladini della crociata, poi, abituati a dividere persone e Paesi interi in buoni e cattivi, sono in evidente difficoltà: non resta loro che confidare nella memoria corta delle moltitudini votanti.

Alleati oggi, nemici implacabili domani, dunque. Della girandola di alleanze è caso evidente, ma in linea con la tendenza globale, la guerra in Siria. Assad, la Turchia, l’Iran, Hezbollah, Isis, la Russia di Putin, al Nusra, gli Stati Uniti, i curdi: gli attori, nell’arco di pochi anni, hanno spesso dovuto aggiornare la tabella amici/nemici. Ci sono quelli per cui è un’abitudine cambiare sodali all’occorrenza, come la Turchia di Erdogan o la Russia di Putin, e che non si fanno problemi a gettare qualche migliaio di morti - è il caso di dirlo - sul tavolo di nuove alleanze, o a sacrificare diritti e democrazia sull’altare dell’onore, del rispetto internazionale, del decisionismo eletto a sistema e di altri strumenti di deterrenza. E non c’è davvero bisogno di scomodare i gruppi terroristici, i loro sostenitori e finanziatori diretti, come l’Iran, o chi come Assad ha fatto del massacro una pratica quotidiana.

Rimangono i Paesi democratici, quelli per cui l’opinione pubblica è un meccanismo di bilanciamento e confronto. In Medio Oriente non sono molti, in realtà. Anzi ce n’è uno solo, e sappiamo tutti benissimo quale. Ma vanno considerati anche gli Stati Uniti che, pur distanti geograficamente decine di migliaia di chilometri, hanno interessi, basi militari e la responsabilità di essere, piaccia o no, corifei dell’Occidente e dei suoi valori. Per costoro non è facile muoversi nei deserti dell’Arabia e del Sahara, stretti come sono tra le sacrosante remore ad adeguarsi alle pratiche non proprio di bisturi degli altri protagonisti regionali e la necessità di non perdere la faccia, in un contesto in cui il rispetto e l’onore contano eccome. Quando Obama ha scelto di non intervenire in Siria dopo il superamento della linea rossa da lui stesso posta, la perdita di immagine degli Stati Uniti è stata colossale. Si trattava d’altra parte di una situazione lose-lose, in cui l’allora Presidente a stelle e strisce avrebbe comunque perso, doveva solo decidere che cosa. Il suo successore alla Casa bianca è apparentemente molto più spregiudicato, più mediorientale direi, nonostante il pallore wasp. L’impressione è che in una circostanza analoga sceglierebbe di salvare onore e rispetto, anche a costo di gettare benzina sul fuoco della ormai almeno quarantennale guerra civile arabo-islamica. Trump non è un intellettuale come Obama, e portare avanti la bandiera del mondo libero non sembra proprio una sua priorità, così come farsi garante di diritti o del futuro del pianeta. Divide il mondo in good guys e bad guys, e chiede loro di azzuffarsi quanto vogliono a patto di lasciarlo in santa pace. Nel primo gruppo piazza l’Arabia Saudita, nel secondo l’Iran. Quello che annichilisce della proposta politica di Trump è l’utilizzo di una strumentazione ipersemplificata da applicare a una realtà che non ha di colpo, come per magia, risolto le proprie asprezze e difficoltà. Non credo che Obama non abbia preso decisioni discutibili e fatto errori, ma certamente il livello di complessità del modo con cui la sua amministrazione ha cercato di risolvere i problemi era molto superiore. Però c’è un però. Se il modello di Trump ha qualche chance di produrre risultati, sospetto che possa farlo proprio in Medio Oriente, anche se ovviamente non è detto che i risultati siano positivi. La domanda è se considerare la linea di Trump rozza e basta oppure rozza e pragmatica. Credo che i despoti arabi comprendano la logica amico/nemico molto bene, mentre interpretano i dubbi, i ripensamenti e i distinguo in stile Obama come segni di debolezza. Comprendono la logica tribale amico/nemico, chiara come una condanna senza appello ma in cui i rapporti potrebbero rovesciarsi con il mutare degli interessi in un domani non lontano. Comprendono questa logica perché è anche la loro.

E Israele? Che cosa dire del minuscolo Stato ebraico, l’unico democratico della regione anche se non senza problemi di ogni genere, inclusi recenti e veementi tentativi, da parte dell’attuale governo, di lanciarsi all’arma bianca alla conquista dei territori dell’amministrazione dello Stato, della giustizia, dei media? In estrema sintesi direi che Israele risente da una parte dell’origine dei suoi fondatori, che erano intellettuali europei anche quando rinunciavano agli studi per imbracciare la vanga e, per sopravvivere, il fucile. Dall’altra, però, Israele oggi è molto cambiata, e la massiccia immigrazione degli ebrei in fuga dai Paesi islamici, di poco successiva allo sterminio di due terzi degli ebrei europei, ha trasformato la società e di conseguenza anche la politica. Oggi Israele è un Paese più mediorientale e meno europeo di quanto fosse 60 anni fa, e poco importa se i centri commerciali e i fast food hanno sostituito le mense comuni dei kibbutzim: di McDonalds ce ne sono anche nelle capitali arabe, se è per questo. Chi governa senza sostanziale opposizione la politica e la diplomazia israeliana da molti anni, Benjamin Netanyahu, somiglia sempre più ai leader dei Paesi circostanti. Con le debite distinzioni, perché Israele è ancora, e mi auguro rimanga, una democrazia e uno Stato di diritto, con tutti i problemi delle democrazie, dall’Atene di Pericle agli Stati Uniti nel Novecento. Eppure se penso a Netanyahu penso anche a spregiudicatezza, propaganda interna e populismo con una spolverata di razzismo quando serve (ricordate le grida a fermare il “voto arabo” durante le ultime elezioni politiche?), assalto alla Corte Suprema e all’indipendenza della magistratura, tentativo di controllo sui media, volontà di imporre con l’azione il rispetto degli altri attori della scena internazionale, decisionismo e accumulo sulla propria persona di incarichi e ministeri, capacità di costruire il vuoto politico intorno a sé, emarginando gli astri nascenti del suo stesso partito, vittimismo e complesso di Masada, sforzo di suscitare l’orgoglio nazionalista, accuse di alto tradimento rivolte a chi non è d’accordo, diplomazia sfrontata più attenta a guadagnare qualche punto che a difendere il sistema dei diritti e delle libertà e una buona dose di faccia tosta. Mi chiedo se quel venditore di paccottiglia di Gerusalemme che ha cercato di raggirarmi fosse davvero un anonimo piazzista. O non fosse, piuttosto, il Primo ministro dello Stato di Israele.

 Giorgio Berruto

 

Vignetta di Davì

 

 

 

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