Israele

 

Disturbare la pace?

di Giorgio Gomel

 

Il documentario Disturbing the peace del regista americano Stephen Apkon, presentato per la prima volta al Jerusalem Film festival, proiettato almeno in un’occasione lungo il muro di separazione fra Gerusalemme e Betlemme, è una produzione militante. Illustra principi, finalità, attività di Combatants for Peace (www.cfpeace.org), una ONG israelo-palestinese fondata nel 2006 che riunisce ex militari israeliani ed ex guerriglieri palestinesi, reduci da lunghi periodi di detenzione carceraria, il cui motivo ispiratore sta nel potere trasformativo della non violenza, del riconoscimento dell’umanità del “nemico” e di un percorso comune di educazione alla riconciliazione e alla pace (termine ormai in disuso nel lessico di quella piccola e contesa parte del mondo). Il film, denso, doloroso, a tratti straziante documenta le biografie, l’itinerario psicologico e politico che ha condotto queste persone, dai due campi opposti di un conflitto che contrappone da oltre un secolo i due popoli in un’orgia di reciproche brutalità, ad affermare un principio di ripudio della violenza in un contesto socio-culturale e familiare spesso nutrito di odio, di pulsione alla vendetta, di rifiuto dell’altro. Un contesto che li isola ed esclude, incolpandoli di utopismo romantico, di cedimento alle lusinghe ingannevoli della pace, persino di tradimento degli ideali patrii. I lutti e le sofferenze della propria gente ottundono fra gli israeliani la sensibilità alle sofferenze degli altri; impediscono la comprensione e compassione per i palestinesi, per i diritti negati di un popolo, visto come un tutt’uno, un nemico irriducibile e minaccioso. Fra i palestinesi agisce un meccanismo opposto e simile: gli israeliani sono racchiusi nell’immagine stereotipata del soldato occupante, che invade le case di notte, che aggredisce, arresta, uccide.

Il titolo del film può apparire oscuro, enigmatico, ma è fortemente rivelatore. “Disturbare la pace”, nel senso di rompere quel velo di indifferenza, di rassegnazione al perdurare del conflitto come fosse qualcosa di ineluttabile, quasi fosse impossibile mutare lo status quo e giungere a un accordo di pace che consenta a Israele con il ritiro dai territori un futuro di stato democratico, la cui esistenza legittima sia riconosciuta entro confini sicuri, e ai palestinesi di conseguire l’indipendenza, in uno stato sovrano degno di questo nome, in rapporti di buon vicinato con Israele.

Concludo con le parole di David Grossman, insignito di un premio a Pistoia nell’ambito dei “Dialoghi sull’uomo”.

“Il dialogo è la vera esperienza dell’altro da te. Ed è quello che cerco di fare … è uno sforzo quotidiano tentare di infiltrarmi sia nel modo di pensare israeliano che in quello palestinese. Nel farlo non posso non vedere che non stanno sullo stesso piano: noi siamo gli occupanti, loro gli occupati, noi abbiamo risorse e potere, loro no. Ma so che non potrà mai esserci dialogo se prima non accetto di immedesimarmi in loro … Cosa vuol dire a un posto di blocco essere umiliato davanti a tuo figlio che ti credeva Superman? ... L’immedesimazione fa paura, crea anticorpi all’odio. Pochi giorni fa eravamo invitati a Tel Aviv al Memorial delle vittime [la Cerimonia congiunta del Ricordo delle vittime copromossa da alcuni anni da Combatants for Peace e Parents’Circle, n.d.r.]. Lo reputo da sempre un momento importantissimo. Ebbene il governo israeliano per la prima volta in dodici anni ha negato i permessi necessari, con il risultato che la cerimonia si è svolta senza i palestinesi. Di cosa si ha follemente timore per agire così? Semplice: si teme che il dolore altrui non ti appaia come il dolore di un nemico, bensì così come è: perfettamente identico al tuo”.

Giorgio Gomel

Stephen Apkon, Disturbing the peace, 2016

 

Leo Contini, Bici e cotto, 1985