Lettere

 

Perdere occasioni

 

Cara Direttrice,

ho trovato molto sensato che Ha Kehillah abbia dedicato largo spazio e cura a analisi, ricordi e riflessioni alla guerra del '67 che, in effetti, sembra rivelarsi sempre di più come punto storico di svolta in tutta la vicenda del conflitto arabo-ebraico in Medio Oriente. Del resto, tutta la stampa si è mostrata sensibile e sollecita. In Ha Kehillah ho trovato particolarmente stimolanti i contributi di Sergio Della Pergola e di Israel De Benedetti. E, per la verità, non mi ha stupito per nulla di averli trovati tali. In questa nota vorrei solo segnalare pochi punti sui quali mi è parso che la riflessione non sia così diffusa. Il primo riguarda la responsabilità dello scoppio della guerra. Questo fatto nei casi più frequenti di analisi storica di conflitti cruenti (aperti, come oramai sembra in uso, senza dichiarazione formale) va sotto il titolo di "individuazione dell'aggressore". Il caso in questione merita più attenzione di quello che mi sembra sia apparso nelle rievocazioni attuali. Per quanto io ne so, nel caso specifico mi sembra assodato che il colpo della "pistola fumante" contro l'Egitto sia stato sparato da Israele e questo dato di fatto si è rivelato importante per l'esito della guerra. La chiusura degli Stretti di Tiran era una plateale violazione degli accordi armistiziali, e l'atteggiamento violento e aggressivo del governo e della stampa egiziana sembravano lasciare pochi dubbi sulle intenzioni di Nasser. Ma, appunto, su basi di principio (il principio per cui prima di passare agli spari è meglio rifletterci... e poi non farne nulla) non mi sembra che si possa sgravare il governo di coalizione israeliano di questo carico. Ed è per questo (qui è il primo appunto) che mi sembra trovi giustificazione il principio dell'imposizione all'aggressore (da sottolineare) l'obbligo di restituire, nella sede della composizione diplomatica del conflitto, tutti i territori eventualmente conquistati nella guerra. Questo (sano) principio mi sembra sia stato rigorosamente applicato nel caso in questione, perché Israele ha restituito all'Egitto fino all'ultimo chilometro quadrato del Sinai (e più tardi, per la seconda volta, Gaza). Ma la situazione nel caso del fronte giordano è completamente diversa. I "territori", la famosa Cisgiordania, Yerushalaim est e la valle del Giordano sono state conquistate in una guerra voluta sciaguratamente da Hussein (che, immagino, si sia poi pentito per tutto il resto della sua vita di tale scelta). Israele non ha sparato le prime cannonate su quel fronte! Il principio della restituzione integrale, tante volte invocato dagli arabi nella sede dell'ONU e ovunque è stato possibile, lo è stato in base a leggi "ad personam" (o meglio "contra" Israel) con pochissimi precedenti come si può verificare in cento casi di conflitti di quel secolo sciagurato.

Chi si è azzardato a pretendere la restituzione della Venezia Giulia all'Italia, della Slesia alla Germania o della Manciuria al Giappone? L'opinione (condivisa a quanto pare anche da personaggi come Ben Gurion) che sarebbe stato molto meglio che Israele i territori li avesse restituiti non cambia nulla sulla insussistenza giuridica del principio invocato per imporre la restituzione.

Vengo ora al secondo punto.

Dato il pervicace atteggiamento arabo durato decenni di rifiuto totale di ogni trattativa con "l'entità sionista" (i no di Kartum; Israele per decenni nella pubblicistica ufficiale araba non meritava la qualifica di stato, della quale - ma guarda un po' - si fregia l'Isis), è ben comprensibile che i governi di Israele prima di sgombrare i territori occupati ci pensassero sopra due volte... e poi non ne facessero nulla. Si è rivelato uno sbaglio; ma comprensibile. Niente più paese largo in certi punti solo 15 Km! Ma è a questo punto che i governi di Israele (in primis la destra; ma anche il centro sinistra ha gravi colpe) si sono dimostrati incapaci (tragicamente, colpevolmente incapaci) di preparare la strada a una soluzione del conflitto. Nuove provocazioni, nuove aggressioni, nuove angosce da accerchiamento, potevano essere sventate da un’occupazione militare. L'esercito è sempre stato la miglior guardia e (come si è dimostrato ben due volte nel Libano) in pochi giorni si mobilita nelle basi occupate e (soprattutto) in una notte si sgombra senza colpo ferire. La colonizzazione dei territori, in qualunque misura, doveva apparire subito nella sua realtà: una scelta miope, ingiusta, costosa e talora crudele; e, per Israele, un tragica trappola. A ben vedere essa può essere addirittura vista come uno stravolgimento nefasto delle basi stesse del sionismo; almeno quelle della sua ala storicamente maggioritaria.

Vengo ora all'ultima nota. Da tempo, almeno nelle file della sinistra sionista democratica, è invalso l'uso di personalizzare, in modo a mio giudizio eccessivo, le responsabilità dei vari dirigenti politici nello stato (purtroppo fallimentare) del processo di pace. Ora a me sembra che, seppure è giusto valorizzare l'opera di Rabin e deprecare l'orribile e sciagurato suo assassinio, non mi sembra che lo sia altrettanto il dimenticare il contributo di Shimon Peres, che probabilmente era tra i tre vincitori del Nobel il più fiducioso nella possibilità di un accordo e che, peraltro, è stato il più pervicacemente rifiutato come interlocutore da parte araba (vedi ondata terroristica che investì il suo governo). E ancora, quando da parte di qualcuno si invoca l'assassinio di Rabin come segno dell'inaffidabilità di Israele come partner di un processo di pace, sarebbe bene ricordare che sul fronte arabo ben tre dirigenti che avevano mostrato qualche intenzione di trattare con Israele (Abdallah emiro di Giordania, Shishakli di Siria e Gemaliel in Libano) sono stati eliminati per via violenta e la stessa sorte è toccata Sadat. E oggi ci troviamo in una empasse rovinosa e di poche speranze. A volte si ha l'impressione che la amara battuta di Abba Eban sui palestinesi che "non perdono occasione di perdere occasioni" valga tuttora; ma con il vizio che si è rivelato contagioso.

Marco Maestro

20 giugno 2017

 

Leo Contini, Ghetto di Ferrara

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