Lettere

 

L’orfanotrofio fu la mia salvezza

 

Cari amici,

da cinquant’anni, in forma quasi rituale, faccio una sorta di pellegrinaggio biennale a Torino dove ho vissuto nove anni, dai dodici ai ventuno, dei quali sei in collegio, detto a volte orfanotrofio, ma più precisamente Educatorio Israelitico Enrichetta Sacerdote, via Cesare Lombroso, 13. Ed è proprio che qui ritorno ogni volta. Finché era è stato visitabile, ancorché adibito ad altri usi, chiedevo anche, gentilmente, di poter entrare per soffermarmi nelle varie stanze (camerate, sala pranzo, Tempietto, ecc.) per qualche minuto. Ho portato là, di volta in volta, familiari ed amici i quali mi hanno sempre bonariamente preso in giro, ma con affetto. Un mese fa sono tornato come al solito in quel luogo (per me “sacro”) ed ho avuto un’amara sorpresa: un “dissacrante “ cartello diceva che era in corso una trasformazione in appartamenti da vendere. Naturalmente l’antica intitolazione era sparita. Capisco che è ridicolo, ma mi è preso un tuffo al cuore. Accanto c’è ancora (penso per poco) la targa del Museo diffuso torinese con la quale si ricorda l’escamotage con il quale la direttrice Carmi salvò i ragazzi del tempo di guerra dalla deportazione, fingendo una gita, immagino nella villa di Santa Margherita in collina, dove ancora negli anni successivi venivano organizzate le vacanze estive . Vi domanderete come mai tanta emozione negativa . Io devo molto, tutto a quel collegio. Rimasto orfano di Madre a soli dieci anni, fui accompagnato a Torino da mio padre perché fossi seguito negli studi. L’Orfanotrofio fu la mia salvezza. Ho completato le scuole medie ebraiche (Preside allora Amalia Segre ved. Artom, così si firmava) per passare poi al Liceo Alfieri, poco distante da lì e ho seguito per diversi anni la Scuola Rabbinica diretta da Rav.Disegni zl. Ho poi iniziato l’università che ho concluso a Firenze. Ma come me decine e decine di ragazze e ragazzi, ospiti per vari motivi di quella struttura, hanno trovato una strada da percorrere per le loro giovani vite. Usando le parole di Primo Levi, i “salvati” furono sicuramente molto più numerosi dei “sommersi “. I meriti di tutto questo vanno attribuiti sicuramente alla Comunità ebraica di Torino, ma in particolare, per quanto mi riguarda, a Laura Vita (persona meravigliosa alla quale ho dedicato qualche anno fa un ricordo proprio su Ha Keillah) e anche al Direttore e a sua moglie, Avraham e Raia Shokatovitz, che ho rivisto con grande piacere pochi mesi fa in Israele insieme a sei vecchi compagni di Collegio, appunto salvati. Noi, “Quelli del Collegio”, come ci chiamavano, eravamo fondamentali per fare minian al Tempio, ma anche per riempire le classi della Scuola ebraica prima citata. Ci sentivamo importanti, nelle nostre divise scozzesi. Sembrerà strano ma per me, invecchiando, sono ricordi straordinari. Ecco perché quel cartello con la scritta Vendesi mi è apparso come una ferita lacerante, quasi una bestemmia. Immagino che la Comunità se ne sia disfatta per motivi economici. Voglio sperare che ormai non ci siano più ragazzi in difficoltà da aiutare. Ma mi sarebbe piaciuto, lo dico con un po’ di fantasia, che nel tempo quelle mura fossero destinate ad attività comunque benefiche e/o a scopo culturale. Scusate lo sfogo, ma vi ricordo tutti con affetto.

 Ugo Caffaz

 

 

Ugo Caffaz e l'orfanotrofio di Via Lombroso 13
(fotomontaggio di Davì)

 

 

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