Lettere

 

Ricordo di Emilia Clava

 

Alla soglia dei settant'anni mi capita spesso di volgere lo sguardo indietro a persone e luoghi del passato per trattenere lembi della vita che volge al termine. Una di queste persone, che occupa un posto di rilievo nella mia formazione è la professoressa Emilia Clava. La vidi per la prima volta nella commissione d' esame per l'ammissione alla prima media in un'aula della scuola Manzoni di via Giacosa, nel lontano 1958. Arrivavo dalla scuola elementare Pellico dove avevo appena superato l'esame di quinta elementare. Allora gli allievi che intendevano continuare gli studi erano tenuti ad affrontare un'ulteriore prova alla scuola media. Era il primo esame impegnativo di tanti che si sarebbero succeduti e infatti la mia maestra si diede molto da fare per prepararci in modo esauriente. La tremarella era tanta e la prof. Clava incarnava tutta la serietà degli studi che andavo ad iniziare. Piccolina di statura, guardava dal basso in alto molti dei suoi allievi giunti in terza media, ma bastava il suo sguardo severo lanciato attraverso gli occhialini tondi per farci tacere. Era lo stesso sguardo con cui ci zittivano i nostri padri a casa. Esigente negli studi, ci diede davvero un metodo che ci accompagnò negli anni. Eppure attraverso la disciplina ci passò grandi insegnamenti di libertà. Io provenivo da una scuola elementare in cui imperava ancora la retorica degli anni appena trascorsi e con la professoressa Clava mi si aprì un mondo. Studiai geografia sul testo di Monti Sturani, la storia sul testo dello Spini, lessi l'Iliade e l'Odissea nella traduzione di Ettore Romagnoli, tutti autori innovatori della scuola italiana. In seconda media si traducevano già il De bello gallico e il De bello civili, nei quali lei ci faceva apprezzare lo stile piano, giornalistico di Cesare. E in terza media ci avvicinò alle Metamorfosi di Ovidio facendocene gustare la fantasia. Ma soprattutto, in anni in cui ancora si stentava a parlare di Resistenza, lei ci introdusse agli ideali antifascisti. Ci faceva ascoltare "le lettere dei condannati a morte della Resistenza" incise nella lettura di grandi attori in dischi a 33 giri. Tornata alla Manzoni in veste di insegnante, ritrovai in un deposito polveroso quei preziosi dischi pressoché intonsi. Probabilmente la prof. Clava li aveva fatti comprare alla scuola e poi li aveva usati solo lei. Quando commentava quelle lettere ci sottolineava giustamente che la Resistenza era stata un fenomeno europeo e non solo di una nazione o due. Ma in quante aule italiane si facevano (e ahimè si fanno oggi) queste lezioni? Ci testimoniava che le grandi città del nord erano già tutte libere quando vi entrarono gli alleati, sottolineando così il valore dell' azione partigiana che spesso allora era negata. In terza media leggemmo il diario di Anna Frank, appena edito: scoprimmo una realtà quasi sconosciuta. Emilia Clava non raccontò mai in classe di sé, dei suoi anni terribili dopo il 1938. Lo fece con me, dopo, quando non più sua allieva andavo nella sua casa di via Bidone 26. Allora scoprii che dopo il '38 aveva insegnato alla scuola ebraica dove ebbe allievi mai più tornati dai lager, scoprii che si era salvata dalle persecuzioni, nascosta in un convento (ma quale? non me lo disse). E in quel convento una suora che le si era affezionata si disse dispiaciuta che non si sarebbero incontrate nell'altra vita in paradiso. Allora Emilia le rispose: "perché lei non ha intenzione di andare in paradiso?" Alla fine della terza media la Clava lasciò a ciascuno dei suoi allievi, precorrendo le successive riforme della scuola, un giudizio sulla personalità e sulle inclinazioni dimostrate. Possiedo ancora quel giudizio nel quale mi sono riconosciuta in tutta la mia vita. Andai spesso a trovare la professoressa nella sua casa dove trascorse una serena vecchiaia con la sorella. Si dilettava anche di maglia e alla nascita di mia figlia sferruzzò un paio di scarpine, ma quando rimase sola, declinò in fretta e fu ricoverata nella casa di riposo della Comunità. Andai a trovarla anche lì: era lucida, ma stanca di vedere le storture del mondo. Spirò al Mauriziano dove era stata ricoverata e lì la salutai per l' ultima volta. Non ricordo che anno fosse, ma ricordo il vuoto avvertito. Grazie, Cara Emilia, di tutto ciò che mi hai dato e come a me a tanti allievi.

Franca Barberis

 

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