Film

 

 

Sognare è vivere

 di Giorgio Berruto

 

Lo confesso: ero terrorizzato all’idea di vedere il film. Perché questo film è tratto da Una storia di amore e di tenebra, per me indiscutibilmente il capolavoro di Amos Oz, che non ha bisogno di presentazioni. Leggere le pagine di Oz è per me il viatico migliore per capire Israele, le sue origini e la sua complessità. È la storia di una famiglia e di un Paese che nasce, ed è una straordinaria prova d’artista e un’esperienza emozionante per chi ha a cuore Israele. Il mio timore era quello che si prova solitamente in questi casi: il film sarà all’altezza del libro? La visione corroderà irrimediabilmente l’articolata costruzione immaginifica che la lettura ha regalato?

Il libro fonde la storia della famiglia Klausner e quella di Israele negli anni cruciali del passaggio dallo Yishuv allo Stato, e lo fa attraverso i ricordi di Amos, il protagonista bambino divenuto scrittore. Nell’autobiografia di Oz il flusso della memoria ha una funzione strutturale, perciò la narrazione non è perfettamente diacronica e anzi alcuni episodi tornano a più riprese. Inoltre l’intreccio delle storie è tale da rendere indispensabile una scelta e una selezione nella scrittura della sceneggiatura. La scelta dell’attrice e regista Natalie Portman, alla prima prova anche dietro la macchina da presa, è di spostare al centro il rapporto tra il giovane Amos e la madre Fania, interpretata dalla stessa Portman, di fatto marginalizzando sia le altre esperienze del bambino, sia il protagonista collettivo, cioè Israele e Gerusalemme in particolare. Il film sceglie lo sviluppo perfettamente diacronico, anche se ci sono alcune incursioni nella giovinezza di Fania, ed esordisce nel 1945: questo vuol dire rinunciare al racconto dell’infanzia di Amos, l’incontro con i libri, le battaglie del conflitto mondiale riprodotte con i soldatini sul pavimento del corridoio, i dialoghi dei genitori, abituati a passare con disinvoltura da una lingua all’altra, gli incontri con il signor Agnon, il personaggio dello zio Yosef Klausner, importante studioso del periodo del secondo Tempio, le dispute nel quartiere tra tolstojani, dostoevskijani e checoviani e moltissimo altro. Scelte legittima e forse anche inevitabili per garantire un ruolo di primo piano alla regista e attrice israeliana.

Guardando il film emerge l’importanza del progetto e l’autentico amore di Natalie Portman, per l’occasione anche sceneggiatrice, per il romanzo e la materia trattata. La grande abbondanza di immagini sfocate, slow-motion e sguardi in macchina, a mio avviso, vorrebbe esprimere proprio questo amore, ma si risolve in soluzioni tecniche retoriche e francamente poco originali. Il film è inoltre diviso piuttosto nettamente in due parti: non sarebbe di per sé un problema se non fosse per la frattura che le divide, non ricomposta né dal finale né dal senso complessivo dell’opera. La prima metà è una collezione di momenti tratti dal libro, e risulta dunque abbastanza disorganica. La seconda, più compatta, pone invece al centro il rapporto tra Amos e Fania. Soprattutto nella prima parte multicentrica numerosi passaggi sono ellittici: chi ha letto e amato il libro non ha difficoltà a seguire, per gli altri ho l’impressione che possa esserci qualche problema. Questo dipende dal ruolo del montaggio, che nello sviluppo del film è protagonista, al punto da dettare il flusso libero dei ricordi. Il fatto però che alcune svolte non siano approfondite può determinare difficoltà di comprensione per chi già non conosce la materia trattata. Un flusso, insomma, che tanto fluido non è, ma procede un po’ a scatti o per giustapposizione.

Nel complesso, comunque, si tratta di un film onesto che credo meriti di essere visto. Non ha nulla dell’esercizio di stile autoreferenziale ed è sicuramente emozionante e intenso. È anche poetico, nonostante la fotografia e il montaggio superino la soglia del retorico. Ai colori caldi degli esterni, in generale meno convincenti e comunque del tutto incapaci di rendere giustizia a Gerusalemme, rispondono le tinte fredde del claustrofobico appartamento, con un predominio del blu intorno alla figura di Fania per tutta la durata della pellicola, dai flashback sull’infanzia a Rovno al drammatico finale.

Tra i momenti più significativi l’incontro con la bambina araba di cui Amos ferisce inavvertitamente il fratellino, una perfetta immagine della tragedia degli arabi della regione con l’avvento di Israele: e poco importa, in questo caso, che di questa tragedia siano proprio le leadership arabe, con il loro rifiuto radicale opposto all’esistenza di uno Stato ebraico, le principali responsabili. Meritevoli di menzione anche i racconti di Fania al figlio e la tensione immaginifica della madre, anche se gli inserti onirici mi sono sembrati eccessivamente espressionisti e in definitiva poco convincenti.

Il film ha infine il grande pregio di essere stato girato in ebraico, una scelta fortemente voluta dalla regista. Inspiegabile, invece, il cambiamento di titolo nella versione italiana, dal momento che l’originale ebraico e le edizioni in altre lingue mantengono il titolo del libro: Sipur al ahava vechoshekh, A Tale of Love and Darkness eccetera. Purtroppo il mercato italiano non è nuovo a prediligere titoli ridicoli, e Sognare è vivere entra senza dubbio nel gruppo.

In sintesi, credo che il limite principale di un film che tuttavia non è da condannare senza appello nasca dal tentativo di riprodurre l’opera originale, al cui paragone si rivela copia stinta. Come capita talvolta ai registi al primo film, ma anche agli scrittori al primo romanzo, l’artista cerca di rovesciare nel calderone dell’opera troppi materiali, con il risultato che molti spunti non possono essere approfonditi e valorizzati come meriterebbero. Un libro monumentale, almeno per me, come quello di Amos Oz, meriterebbe un film a puntate sul modello di Heimat, il capolavoro di 15 ore del regista bavarese Edgar Reitz che intreccia la storia della Germania nel Novecento a quella di alcune famiglie della regione rurale dell’Hunsruck. Una Heimat di Israele, se mai verrà girata, vedrebbe nell’opera di Oz un caposaldo prezioso. Ma questa è un’altra storia. Quella di un altro film, un giorno, forse.

Giorgio Berruto

 

Natalie Portman, Sognare è vivere (titolo originale Sipur al ahava vechoshekh, A Tale of Love and Darkness), Israele-Usa 2015)

 

 

 

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