Film

 

 

Uno sguardo dal margine

di Anna Segre

 

Dopo il grande successo ottenuto dalla regista con La sposa promessa molti hanno trovato il secondo film di Rama Burshtein un po’ deludente. Probabilmente non hanno torto, perché la storia di Un appuntamento per la sposa è certamente meno originale. Di film su matrimoni più o meno improbabili se ne sono visti di tutti i colori: matrimoni per convenienza che diventano per amore, matrimoni combinati che si scombinano, matrimoni in cui all’ultimo momento si sostituisce uno dei due sposi (o entrambi), sposi che scappano, sposi che arrivano, e chi più ne ha più ne metta. In questo genere frequentatissimo è vasto anche il sottogenere dei film dedicati ai preparativi per un matrimonio che poi per un motivo o per l’altro non andrà secondo le previsioni (oppure andrà secondo le previsioni nonostante a un certo punto tutto sembri andare all’aria). E poi è ben praticato anche il sottogenere dei matrimoni etnici (indiani, greci, ecc.), tra cui quelli ebraici sono tutt’altro che rari.

Dunque l’idea della sposa lasciata dal fidanzato a meno di un mese dalle nozze che decide di non interrompere i preparativi del matrimonio pur in assenza di uno sposo, confidando che Dio provvederà a mandargliene uno (del resto la data fissata è l’ultima notte di Chanukkà, tempo di miracoli) è simpatica ma non straordinariamente originale, e la conclusione è ampiamente prevedibile (anche se nel corso del film viene seminato qua e là qualche falso indizio che sembra portare in altre direzioni). Eppure devo confessare che il film non mi è dispiaciuto, e non solo per la mia debolezza di preferire le commedie alle storie drammatiche (La sposa promessa, ricordiamolo, prendeva l’avvio da un evento tragico). Entrambi sono interessanti per il loro sguardo dall’interno sul mondo haredì (ultraortodosso), che ci viene mostrato nel suo curioso connubio di tradizione e modernità, cellulari e matrimoni combinati, donne libere ed emancipate ma costantemente alla ricerca di un marito. La sposa promessa, tuttavia, offriva una visione di questo mondo più agiografica, a tratti quasi propagandistica (il Rebbe che interrompe qualunque attività per dare ascolto a un’anziana signora che chiede consigli sulla cucina da comprare? Alzi la mano chi lo ritiene credibile). Un appuntamento per la sposa è più realistico e ci mostra un mondo fatto anche di sofferenza, frustrazioni, pettegolezzi, cattiverie. E poi c’è un’altra differenza sostanziale: La sposa promessa ci mostrava una famiglia totalmente all’interno del mondo haredì e, anzi, al centro di quel mondo (il padre della protagonista era lui stesso un rabbino); qui, invece (e a mio parere è questo l’aspetto più interessante e originale del film) conosciamo un mondo curioso, che si potrebbe definire ai margini, tra convertiti esotici e nuovi osservanti che non rinunciano ai propri mestieri insoliti e ai propri gusti musicali, famiglie e amicizie “miste” di ortodossi e non ortodossi, laici che non si fanno scappare l’occasione di visitare le tombe di grandi rabbini del passato. Insomma, un mondo haredì tutt’altro che impermeabile, contrariamente all’idea che forse molti di noi si erano fatti (o, per lo meno, tendiamo a pensare che l’unico mondo permeabile sia quello dei Lubavitch mentre qui, a quanto viene detto, siamo tra i chassidim di Breslav). Si intuisce, però, che queste persone “ai margini” vengono fatte incontrare e sposare esclusivamente tra di loro; e viene allora il sospetto di essere in presenza di un mondo fatto di cerchi concentrici, che vanno da un centro davvero impermeabile a una periferia permeabile attraverso una varietà di sfumature che possono sembrare sottili ma non sfuggono ad uno sguardo allenato e vengono tenute ben presenti. È dunque probabile che lo sguardo di Rama Burshtein non sia davvero del tutto interno ma continui ad essere, almeno in una certa misura, dal margine, interno ed esterno nello stesso tempo: forse è proprio questo a rendere i suoi film affascinanti.

 

Anna Segre

 

Rama Burshtein, Un appuntamento per la sposa (titolo originale Laavor et Hakir/Through the Wall), Israele 2016

 

 

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